KARL OVE KNAUSGARD.
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LA MIA LOTTA.
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Parte 2.
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Titolo originale: Min Kamp 1. 2009.
Traduzione di: Lisa Raspanti.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE 2.
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DOPO AVER PASSATO ALCUNI MESI in uno scantinato a keshov, una delle tante zone
della periferia di Stoccolma, scrivendo quello che speravo sarebbe diventato il mio secondo romanzo,
con la metropolitana a cos pochi metri dalla finestra che ogni sera, quando calava il buio, vedevo
arrivare le carrozze come una fila di stanze illuminate attraverso il bosco, alla fine del 2003 riuscii a
trovare un ufficio in centro. Era di un amico di Linda ed era perfetto: in realt si trattava di un
monolocale, con una piccola cucina, una piccola doccia e un divano letto, oltre a una scrivania e a una
libreria. Trasferii l le mie cose, cio un mucchio di libri e un computer, prima di Natale e cominciai a
lavorarci il primo giorno utile del nuovo anno. Il romanzo in realt era finito, si trattava di una strana
storia di centotrenta pagine, un breve racconto su un padre e i suoi due figli a pesca di granchi in una
notte d'estate, che si trasformava poi in un lungo saggio sugli angeli, che a sua volta si trasformava in
un racconto su uno dei due figli, ormai adulto, e su alcuni giorni della sua vita su un'isola nell'oceano,
dove viveva da solo e scriveva e si faceva del male.
L'editore aveva detto che voleva pubblicarlo e la cosa mi allettava, ma mi sentivo anche molto
insicuro, soprattutto dopo aver chiesto di leggerlo a Thure Erik, che mi aveva telefonato una sera sul
tardi, usando un tono e un modo di esprimersi strani, come se avesse bevuto un po' per riuscire a dire
quello che aveva da dirmi, che era semplice, non funziona, non  un romanzo. Devi raccontare, Karl
Ove! ripet pi volte. Devi raccontare! Sapevo che aveva ragione, e fu quella la cosa da cui
cominciai il primo giorno di lavoro del 2004, seduto alla mia nuova scrivania a guardare lo schermo
vuoto. Dopo mezz'ora di tentativi, mi abbandonai sulla sedia e lasciai scorrere lo sguardo sul poster
dietro la scrivania; era di una mostra di Peter Greenaway che avevo visitato a Barcellona insieme a
Tonje molto tempo prima, nella mia vita precedente. C'erano quattro immagini, una di qualcosa che per
lungo tempo avevo creduto un cherubino che faceva la pip, una dell'ala di un uccello, una di un
aviatore degli anni Venti, una della mano di un cadavere. Poi guardai fuori dalla finestra. Il cielo sopra
l'ospedale dall'altro lato della strada era azzurro chiaro. Il sole basso risplendeva sui vetri, sulle
insegne, sulle ringhiere, sulle macchine. Nell'aria fredda, il fumo che usciva dalle bocche dei passanti
sul marciapiede dava l'impressione che andassero a fuoco. Tutti avvolti nei loro vestiti. Berretti,
sciarpe, guanti, giacconi pesanti. I movimenti veloci, i volti contratti. Guardai il pavimento. Era di
parquet e relativamente nuovo, il colore bruno-rossastro non aveva niente a che vedere con lo stile fin
de sicle che dominava nel resto nell'appartamento. All'improvviso mi accorsi che i nodi e i cerchi del
legno a circa due metri dalla mia sedia formavano l'immagine di un Cristo con una corona di spine.
La cosa non mi provoc alcuna reazione, la registrai semplicemente, come per le immagini che
si trovano in tutti gli edifici, create da irregolarit del pavimento o delle pareti, delle porte o dei listelli -
qui una macchia di umidit sul soffitto sembra un cane che corre, l la vernice scrostata di un tram
somigliava a una valle coperta di neve con una catena di montagne in lontananza, su cui le nuvole
sembrano quasi rovesciarsi - ma doveva comunque aver messo in moto qualcosa dentro di me, perch
quando mi alzai dieci minuti dopo e andai a riempire d'acqua il bollitore, mi ricordai improvvisamente
di una cosa che era successa una sera molto tempo prima, in un periodo lontano della mia infanzia,
quando avevo visto un'immagine simile sull'acqua, in un servizio del telegiornale su un peschereccio
scomparso. Nell'attimo che ci volle per riempire il bollitore, rividi il nostro salotto, il televisore
rivestito di teak, il luccichio dei fiocchi di neve contro il fianco della collina nel crepuscolo fuori dalla
finestra, il mare sullo schermo, il volto comparso all'improvviso. Insieme a queste immagini rivissi
anche l'atmosfera dell'epoca, la primavera, quel quartiere, gli anni Settanta, la vita in famiglia com'era
allora. E, insieme all'atmosfera, arriv anche un'incredibile nostalgia.
In quel momento squill il telefono. Sobbalzai. Chi poteva avere il mio numero?
Fece cinque squilli prima di smettere. Il rumore del bollitore che aumentava mi diede la
sensazione, come succedeva spesso, che qualcosa si stesse avvicinando.
Aprii la scatola del caff, ne misi due cucchiaini nella tazza e ci versai sopra l'acqua, che sal
scura e fumante lungo le pareti, poi mi vestii. Prima di uscire, tornai a vedere il volto sul parquet. Ed
era veramente Cristo. Il volto chino su un lato, lo sguardo rivolto a terra, la corona di spine sulla testa.
La cosa strana non era che questo volto fosse qui e neppure che avevo visto un volto sul mare a
met degli anni Settanta, la cosa strana era che lo avevo dimenticato e che adesso all'improvviso mi era
tornato in mente. A parte alcuni singoli eventi, di cui io e Yngve avevamo parlato cos spesso che
avevano assunto quasi proporzioni bibliche, non ricordavo praticamente niente della mia infanzia. O
meglio, non ricordavo praticamente niente degli eventi. Ma ricordavo i luoghi in cui erano avvenuti.
Ricordavo tutti i posti in cui ero stato, tutte le stanze. Ma non quello che vi era successo.
Uscii in strada con la tazza in mano. Nacque in me un leggero senso di fastidio nel vederla qui,
la tazza era parte dell'interno, non dell'esterno; fuori dava un senso di nudo e scoperto e, mentre
attraversavo la strada, decisi che il giorno seguente avrei comprato un caff al chiosco del 7-Eleven e
che da allora in poi avrei usato quella tazza, fatta di carta e pensata per essere utilizzata fuori. C'erano
un paio di panchine davanti all'ospedale, ci andai, mi sedetti sulle assi ghiacciate, accesi una sigaretta e
guardai la strada. Il caff aveva gi cominciato a intiepidirsi. Il termometro fuori dalla finestra della
cucina segnava meno venti quella mattina e, anche se c'era il sole, non poteva essere molto pi caldo
adesso. Meno quindici, forse.
Controllai se mi aveva cercato qualcuno al cellulare. Il bambino doveva nascere in settimana,
quindi ero preparato al fatto che Linda mi potesse chiamare da un minuto all'altro per dirmi che era
arrivato il momento.
All'incrocio in cima alla lieve salita, i semafori cominciarono a lampeggiare. Un attimo dopo, la
strada era deserta. Dall'uscita vicino a me spuntarono due donne di mezza et e si accesero una
sigaretta. Vestite con i camici bianchi dell'ospedale, tenevano le braccia incrociate strette e saltellavano
da un piede all'altro per non congelare. Pensai che somigliavano a due grosse anatre. Poi il lampeggiare
lass si ferm e un istante dopo le macchine, come una muta di cani ringhianti, uscirono dall'ombra in
cima alla collina per dirigersi verso la strada illuminata dal sole. Gli pneumatici chiodati picchiavano
contro l'asfalto. Rimisi in tasca il telefono e strinsi la tazza tra le mani. Il fumo saliva lento e si fondeva
con quello che usciva dalla mia bocca. Nel cortile della scuola, che si trovava in mezzo a due quartieri,
una ventina di metri pi su, nella stessa strada del mio ufficio, all'improvviso si spensero le urla dei
bambini, e solo allora mi accorsi di loro. Era suonata la campanella. Erano rumori ancora nuovi e
sconosciuti, e lo stesso valeva per la cadenza con cui si presentavano, ma presto mi sarebbero divenuti
familiari, tanto da sparire. Quando si sa troppo poco,  come se questo poco non esistesse. Ma anche
quando si sanno troppe cose,  come se queste cose non esistessero. Scrivere  portare ci che esiste
fuori dall'ombra di ci che sappiamo. Ecco di cosa si occupa la scrittura. Non di quello che succede
qui, non delle azioni che si svolgono qui, ma qui, dentro se stessi. Qui,  il luogo e il fine della scrittura.
Ma come arrivarci?
Questa era la mia domanda mentre me ne stavo seduto in quel quartiere di Stoccolma a bere
caff, con i muscoli che si rattrappivano per il freddo e il fumo della sigaretta che si dissolveva
nell'immenso spazio dell'aria sovrastante.
Dal cortile della scuola arrivavano urla a intervalli regolari, ed erano uno dei tanti suoni che
ogni giorno attraversavano il quartiere, da quando le strade cominciavano a popolarsi di macchine la
mattina, fino a quando, all'estremit opposta, cominciava a spopolarsi nel tardo pomeriggio. Gli operai
che si riunivano nei caff e nelle pasticcerie per fare colazione alle cinque e mezzo, con le loro scarpe
antinfortunistiche e le grosse mani sporche di polvere, il metro nella tasca dei pantaloni e i telefoni che
squillavano di continuo. Gli uomini e le donne difficili da classificare che riempivano le strade nell'ora
successiva, le cui linee morbide ed eleganti dicevano solo che avrebbero passato la giornata in un
ufficio, e potevano essere avvocati cos come giornalisti televisivi o architetti, impiegati di agenzie
pubblicitarie o di societ di assicurazioni. Le infermiere e gli operatori sanitari che l'autobus lasciava
davanti all'ospedale, per lo pi di mezza et, per lo pi donne, ma a volte anche giovani, in battaglioni
che non facevano che crescere fino alle otto e poi diminuivano, finch alla fine solo qualche pensionato
con il suo carrello della spesa scendeva sul marciapiede, nelle ore calme della tarda mattinata, in cui
madri e padri single cominciavano a farsi vedere con le loro carrozzine, e in cui il traffico era dominato
da furgoni, camion, fuoristrada, autobus e taxi.
A quell'ora, quando il sole si rifletteva sulle finestre dirimpetto al mio ufficio e quando non si
sentivano pi, o quasi, passi sul pianerottolo del condominio, accadeva che gruppi di bambini dell'asilo
transitassero l davanti, poco pi alti delle pecore, vestiti tutti uguali, spesso seri, come incantati da
quell'impresa avventurosa, mentre la seriet delle insegnanti, che li circondavano come pastori,
sembrava confinare pi con la noia. A quell'ora si sentivano anche i rumori di tutti i lavori fatti in zona,
se non erano soffocati dagli edifici circostanti, sia che fosse la ditta per la manutenzione del parco che
aspirava le foglie da un prato o potava un albero, la ditta per la manutenzione delle strade che toglieva
un pezzo di asfalto, o il proprietario di una casa che restaurava una palazzina da affittare nelle
vicinanze. Poi, all'improvviso, un'ondata di funzionari e di uomini d'affari si riversava nelle strade e
riempiva tutti i ristoranti: era l'ora di pranzo. Quando l'ondata di colpo si ritirava, era per lasciarsi alle
spalle un vuoto che somigliava a quello della tarda mattinata, ma che aveva comunque un carattere
tutto suo, perch, anche se lo schema era lo stesso, la direzione era contraria: gli studenti che ora
passavano sparpagliati davanti alla mia finestra stavano tornando verso casa e avevano tutti un
atteggiamento vivace e scalmanato, mentre, quando erano passati la mattina diretti a scuola, lo avevano
fatto in silenzio, con addosso i residui del sonno e l'attenzione carica di attesa per ci che ancora non 
cominciato. Il sole adesso illuminava la parete di fronte alla finestra, nell'ingresso si cominciavano a
sentire i passi pesanti sulle scale del condominio, e alla fermata dell'autobus davanti all'entrata
dell'ospedale la folla in attesa cresceva sempre di pi ogni volta che guardavo fuori. Le auto in strada
aumentavano, sul marciapiede che portava ai grattacieli si moltiplicavano i passanti. Tutta questa
attivit culminava alle cinque, dopodich il quartiere restava immerso nella quiete, finch alle dieci non
cominciava la vita notturna, con i suoi gruppi di ragazzi che urlavano e ragazze che ridevano, e poi alle
tre, quando questo finiva, tornava di nuovo la quiete. Alle sei ricominciavano a passare gli autobus, il
traffico si intensificava, le persone uscivano da ogni portone e da ogni scalinata: era iniziato un nuovo
giorno.
La vita qui si svolgeva in modo cos rigorosamente regolato e cadenzato da poter essere
concepita sia in senso geometrico che biologico. Era difficile credere che potesse essere imparentata
con il ribollire, la frenesia, il caos rigoglioso riscontrabili in altre specie, per esempio negli ammassi
pullulanti dei girini o dei pesciolini o delle larve di insetto, dove la vita quasi sembra uscire brulicante
da un pozzo inesauribile. Ma lo era. Il caos e l'imprevedibilit rappresentano al contempo il
presupposto per la nascita della vita e il suo declino, l'una impossibile senza l'altro, e anche se tutti i
nostri sforzi sono diretti a tenerli lontani, sarebbe sufficiente un breve cedimento, per poter vivere alla
luce del caos e non nella sua ombra, come adesso. Il caos  una specie di forza di gravit e
probabilmente  questo che crea il ritmo che si pu intuire nella storia, della crescita e del collasso delle
civilt.  sorprendente che gli estremi si somiglino, almeno in un certo senso, perch sia
nell'esuberanza del caos sia in ci che  rigorosamente regolato e cadenzato, gli esseri viventi non sono
niente, la vita  tutto. Cos come al cuore non interessa sapere per quale vita batte, allo stesso modo alla
citt non interessa sapere chi  che adempie le sue diverse funzioni. Quando tutti coloro che erano in
citt quel giorno saranno morti, diciamo, tra centocinquanta anni, l'eco delle attivit e del peso degli
esseri umani continuer a percorrerla secondo gli stessi schemi. L'unica cosa nuova saranno i volti
delle persone, ma non cos nuova, perch ci somiglieranno tutti.
Gettai per terra il mozzicone di sigaretta e bevvi l'ultimo sorso di caff, ormai freddo.
Quello che vedevo era la vita; quello a cui pensavo era la morte.
Mi alzai, strofinai pi volte le mani sulle cosce e scesi fino all'incrocio. Le auto che passavano
si lasciavano dietro una scia di neve vorticante. Un enorme tir scese con le catene che rumoreggiavano,
fren a piccoli scatti e riusc a fermarsi poco prima delle strisce pedonali mentre il semaforo diventava
rosso. Mi sentivo sempre un po' la coscienza sporca quando un mezzo si fermava per colpa mia, si
veniva a creare una specie di squilibrio, mi sembrava di essere in obbligo nei suoi confronti. Pi grande
era il mezzo, maggiore era il senso di colpa. Per questo cercavo di stabilire un contatto visivo con
l'autista mentre attraversavo, cos da potergli fare un cenno per ristabilire l'equilibrio. Ma il suo
sguardo seguiva la mano, che si era sollevata per prendere qualcosa nel vano portaoggetti (forse una
cartina, perch l'autista era polacco), non mi vide, ma andava bene lo stesso, perch in tal caso voleva
dire che il fatto di aver dovuto frenare non lo aveva disturbato pi di tanto.
Mi fermai sul portone, inserii il codice e aprii la porta, tirai fuori le chiavi mentre salivo i pochi
gradini che conducevano al primo piano, dov'era l'ufficio. L'ascensore sferragliava, quindi aprii la
serratura pi svelto che potei, entrai e richiusi la porta.
Sentii formicolare la pelle del viso e delle mani per il calore improvviso. Fuori pass una delle
innumerevoli ambulanze a sirene spiegate. Scaldai l'acqua per un altro caff e mentre aspettavo che
bollisse, rilessi velocemente quello che avevo scritto. La polvere che volteggiava negli ampi raggi di
luce obliqui seguiva inquieta ogni piccolo spostamento dell'aria. Il mio vicino d'appartamento aveva
iniziato a suonare il pianoforte. Il bollitore fischi. Quello che avevo scritto non andava bene. Non
andava male, ma neppure bene. Andai alla credenza, svitai la scatola del caff, misi due cucchiaini di
caff nella tazza e ci versai sopra l'acqua, che sal scura e fumante lungo le pareti della tazza.
Squill il telefono.
Poggiai la tazza sulla scrivania e lo lasciai squillare due volte prima di rispondere.
S? dissi.
Ciao, sono io.
Ciao.
Mi stavo solo chiedendo come andava. Ti trovi bene l?
Sembrava contenta.
Non so. Sono stato qui solo per qualche ora, lo sai dissi.
Pausa.
Vieni a casa tra poco?
Non c' bisogno che mi stressi dissi. Verr quando sar l'ora.
Non rispose.
Devo comprare qualcosa? chiesi dopo un po'.
No, no, ho fatto la spesa.
Okay, allora ci vediamo.
S. Ciao. Ehi, aspetta. Il cacao.
Il cacao dissi. Qualcos'altro?
No. Solo quello.
Okay, ciao.
Ciao.
Dopo aver riattaccato rimasi a lungo seduto sulla sedia, sprofondato in qualcosa che non erano
pensieri e neppure sensazioni, ma pi una specie di atmosfera, come pu essere quella di una stanza
vuota. Quando, senza rendermene conto, portai la tazza alle labbra e bevvi un sorso, il caff era tiepido.
Spostai un po' il mouse per interrompere lo standby e vedere che ora era. Sei minuti alle tre. Poi rilessi
il testo, lo ritagliai e lo misi tra le brutte copie. Avevo lavorato a un romanzo per cinque anni e quello
che ora ne veniva fuori non poteva essere banale. Ma quello che avevo scritto non esprimeva
abbastanza. Tuttavia sapevo anche che la soluzione era nel testo che gi esisteva, che aveva in s
qualcosa su cui dovevo continuare a lavorare. Era come se tutto ci che volevo si trovasse l, ma in una
forma troppo compressa. Particolarmente importante era la piccola idea da cui aveva preso il via il
testo, il fatto che fosse ambientato negli anni Ottanta dell'Ottocento, mentre i personaggi e tutto il resto
appartenevano agli anni Ottanta del Novecento. Per anni avevo tentato di scrivere di mio padre, ma
senza riuscirvi, sicuramente perch era troppo vicino alla mia vita privata e quindi non si lasciava
rinchiudere tanto facilmente in un'altra forma, che  il presupposto della letteratura.  la sua unica
legge: tutto deve piegarsi alla forma. Se qualcuno degli altri elementi letterari, come lo stile, l'intreccio,
l'argomento,  pi forte della forma, se qualcuno di essi prevale sulla forma, il risultato sar debole. 
per questo motivo che gli scrittori con uno stile efficace spesso scrivono libri carenti. Ed  sempre per
questo motivo che gli scrittori con degli argomenti efficaci spesso scrivono libri carenti. Bisogna
rompere la forza della tematica o dello stile, affinch possa nascere la letteratura. Questa rottura si
chiama scrivere. Scrivere  pi distruggere che creare. Nessuno lo sapeva meglio di Rimbaud. La
cosa notevole di lui non fu che giunse a questa rivelazione a un'et incredibilmente giovane, ma che la
fece valere per tutta la vita. Per Rimbaud il punto centrale di tutto era la libert, nella scrittura cos
come nella vita, ed era perch la libert aveva un ruolo dominante che pot lasciare dietro di s la
scrittura, o forse addirittura dovette lasciare dietro di s la scrittura, perch anch'essa era divenuta un
legame, che doveva essere distrutto. Libert  uguale a distruzione pi movimento. Un altro scrittore
che ne era consapevole fu Sandemose. Il tragico in lui  che riusc a portare a termine il movimento
nella letteratura, ma non nella vita. Distrusse, e si ferm nel mezzo della distruzione. Rimbaud se ne
and in Africa.
Una di queste ispirazioni inconsce mi costrinse ad alzare all'improvviso gli occhi e incrociai lo
sguardo di una donna. Sedeva su un autobus proprio l, fuori dalla finestra. Stava calando il crepuscolo
e l'unica fonte di luce nella stanza era la lampada sulla scrivania, che doveva attirare l'attenzione
dall'esterno come le falene. Quando si accorse che la guardavo, distolse lo sguardo. Mi alzai e andai
alla finestra, sciolsi le tapparelle e le chiusi, proprio mentre l'autobus si metteva in movimento. Ormai
era l'ora di tornare a casa. Tra poco avevo detto, ed era gi passata pi di un'ora.
Era cos contenta quando aveva telefonato.
Una scossa di infelicit mi attravers. Come avevo potuto rispondere con irritazione alla
vivacit e al desiderio che traboccavano da lei?
Rimasi fermo nel mezzo della stanza, come se il dolore che si diffondeva nel corpo dovesse
sparire da solo. Ma non era mai cos. Doveva essere sconfitto tramite l'azione. Dovevo rimettere a
posto le cose. Anche il solo pensiero mi era d'aiuto, non solo perch mi faceva intravedere una
speranza di riconciliazione, ma anche perch aveva bisogno di un progetto per essere messo in pratica,
perch come avrei messo a posto le cose? Spensi il computer, lo infilai nella borsa, sciacquai la tazza e
la lasciai nel lavello, staccai la spina, spensi la lampada e indossai l'impermeabile sotto la luce quasi
lunare della strada, che penetrava attraverso le fessure delle tapparelle, sempre con in mente
l'immagine di lei in quel grande appartamento.
Quando misi piede in strada, sentii il freddo pungermi il viso. Tirai il cappuccio
dell'impermeabile sul berretto, piegai la testa in avanti per proteggermi dalle piccole particelle di neve
che turbinavano nell'aria e mi incamminai. Nelle giornate di bel tempo di solito scendevo per la via
Tegnrgatan fino a Drottninggatan, che percorrevo fino a Htorgsomrdet, per poi da l fare la ripida
salita fino alla chiesa di Johanneskirken e riscendere fino a Regeringsgatan, dov'era il nostro
appartamento. Quel percorso era pieno di negozi, centri commerciali, caff, ristoranti e cinema, ed era
sempre gremito di gente. Le strade straripavano di persone di tutti i tipi e di tutte le forme. Nelle vetrine
scintillanti c'erano gli articoli pi disparati, le scale mobili all'interno giravano come le ruote di enormi
e misteriosi macchinari, gli ascensori scivolavano su e gi, sugli schermi dei televisori si muovevano in
modo ripetitivo delle persone di bell'aspetto, davanti alle centinaia di casse si formavano delle code che
si scioglievano e si riformavano, si scioglievano e si riformavano, secondo degli schemi tanto
imprevedibili quanto quelli delle nuvole nel cielo sopra i tetti della citt. Nelle giornate di bel tempo
tutto questo mi piaceva, allora mi sentivo attraversare da quel flusso di persone, con i loro volti pi o
meno belli, gli occhi che esprimevano un certo stato d'animo. Nei giorni meno belli lo stesso scenario
faceva l'effetto contrario e, se potevo, sceglievo un'altra strada pi nascosta. Il pi delle volte lungo
Rdmansgatan, poi gi per Hollndargatan fino a Tegnrgatan, dove attraversavo Sveavgen e
imboccavo Dbelnsgatan su fino alla chiesa di Johanneskirken. Questo percorso era dominato da
abitazioni, quasi tutte le persone che vi incontravo camminavano veloci da sole, e i pochi negozi e
ristoranti che vi si trovavano erano poco frequentati. Scuole guida con le finestre coperte dallo smog,
negozi di usato con fumetti e vinili nelle casse fuori, lavanderie, un parrucchiere, un ristorante cinese,
un paio di pub scalcinati.
Era una di queste giornate. Con la testa piegata in avanti per evitare i granelli di neve portati dal
vento camminavo per le strade, che somigliavano a piccole valli tra le pareti svettanti degli edifici e i
tetti coperti di neve, sbirciando ogni tanto attraverso le finestre: la reception vuota di un piccolo
albergo, con i pesci gialli che nuotavano sullo sfondo verde di un acquario; i cartelli pubblicitari di una
societ che si occupava della creazione di insegne, brochure, adesivi, stand in cartone; i tre parrucchieri
di colore che tagliavano i capelli dei loro tre clienti di colore nel salone di parrucchieri africano; uno
dei clienti che si volt leggermente per guardare due bambini che ridevano seduti sulle scale l dentro,
il parrucchiere che, non senza impazienza, gli raddrizz la testa.
Sull'altro lato della strada c'era il parco di Observatorielunden. Lass gli alberi sembravano
spuntare dalla collina e, dato che la debole luce di una fila di case si diffondeva ai loro piedi, sembrava
che sorreggessero l'oscurit con le loro chiome. Era cos fitta che non era visibile neppure la luce
dell'osservatorio sulla cima, costruito nel diciassettesimo secolo, nell'epoca di maggior splendore della
citt. Adesso lass c'era un caff, e la prima volta che ci ero stato, mi aveva colpito come qui il
Settecento sembrasse molto pi vicino al nostro tempo rispetto al Settecento in Norvegia, forse
soprattutto nei villaggi di campagna, dove una fattoria, supponiamo del 1720,  veramente molto
vecchia, mentre tutti gli edifici sfarzosi di Stoccolma dello stesso periodo sembrano quasi
contemporanei. Ricordo quando la sorella della nonna, Borghild, che abitava in una casetta sopra la
fattoria da cui veniva la nostra famiglia, una volta aveva raccontato, mentre eravamo seduti fuori sulla
veranda, che l c'erano state delle case dal Cinquecento fino agli anni Sessanta del Novecento, quando
erano state rase al suolo per far posto a edifici pi moderni. Quanto era sensazionale
quell'informazione, paragonata alla normalit di trovare qui un edificio dello stesso periodo. Forse
perch riguardava la mia famiglia e quindi anche me in prima persona? Perch il passato dello Jlster
in Norvegia mi toccava in modo diverso rispetto a quello di Stoccolma. Probabilmente era cos, pensai
e chiusi gli occhi per qualche secondo per cancellare la sensazione di essere un idiota ad aver suscitato
quella catena di pensieri, dato che era chiaramente basata su un'illusione. Non avevo una storia e
quindi me ne creavo una, pi o meno come avrebbe fatto un partito fascista di periferia.
Continuai a camminare, girai l'angolo ed entrai in Hollndargaten. Cos vuota e con le due file
di auto senza vita coperte dalla neve, in mezzo a due delle strade principali della citt, Sveavgen e
Drottninggatan, sembrava il pi desolato dei vicoli. Passai la borsa nella mano sinistra, mentre con le
dita della destra afferravo il cappuccio per scuotere la neve che ci si era accumulata sopra, chinandomi
un po' in avanti, per non sbattere la testa contro l'impalcatura montata sul marciapiede. Lass in alto,
svolazzavano al vento alcuni teli incerati. Quando uscii dalla piccola costruzione a forma di tunnel, un
uomo mi venne incontro. Il modo in cui lo fece mi costrinse a fermarmi.
Deve passare dall'altro marciapiede disse. L dentro sta bruciando. Per quanto ne so,
potrebbe esserci qualcosa che pu esplodere.
Si port all'orecchio un cellulare, poi lo riabbass.
 una cosa seria disse. Sull'altro lato.
Dove brucia? chiesi.
L disse, indicando una finestra dieci metri pi avanti. La parte superiore era aperta e usciva
del fumo. Andai sulla strada, in modo da poter vedere meglio, mentre cercavo comunque di seguire il
suo consiglio di mantenermi a distanza. La stanza all'interno era illuminata da due proiettori e piena di
attrezzature e cavi. Secchi di vernice, cassette per gli attrezzi, trapani, rotoli di materiale isolante, due
scale pieghevoli. Fra tutte queste cose si insinuava il fumo, lento, come se stesse tentando di farsi
strada.
Ha telefonato ai pompieri? chiesi.
Annu.
Stanno arrivando.
Sollev di nuovo il cellulare all'orecchio, ma solo per rimetterlo subito gi.
Vedevo il fumo che muovendosi prendeva forme diverse e riempiva a poco a poco la stanza,
mentre l'uomo camminava in modo frenetico sull'altro della strada.
Non vedo fiamme dissi. E lei?
 un incendio latente disse.
Rimasi l ancora qualche minuto, ma visto che stavo gelando e non sembrava che dovesse
succedere altro, proseguii verso casa. Davanti all'incrocio di Sveavgen sentii le sirene dei primi
camion dei pompieri, che spuntarono subito dopo dalla cima della collina. La gente intorno a me si
volt. La velocit annunciata dalle sirene era stranamente in contrasto con la lentezza con cui i grossi
camion avanzavano gi per la collina. In quel momento il semaforo divenne verde e attraversai la
strada per entrare nel supermercato.
Quella notte non riuscii a dormire. Di solito mi addormentavo nel giro di un paio di minuti, non
importa quanto fosse stata logorante la giornata o quanto il giorno seguente si presentasse preoccupante
e, a parte i periodi di sonnambulismo, dormivo profondamente per tutta la notte. Ma quella sera,
quando poggiai la testa sul cuscino e chiusi gli occhi, capii subito che il sonno non sarebbe arrivato.
Rimasi completamente sveglio ad ascoltare i suoni della citt, che crescevano o diminuivano a seconda
del tipo dei movimenti delle persone fuori e negli appartamenti sopra e sotto di noi, che piano piano si
spensero, finch da ultimo rimase soltanto il fruscio dell'impianto di aerazione, mentre i miei pensieri
continuavano a vagare. Accanto a me, Linda dormiva. Sapevo che il bambino dentro di lei influenzava
anche i suoi sogni, dominati spesso dalla presenza inquietante dell'acqua: onde enormi che ricadevano
su spiagge lontane su cui lei camminava; l'appartamento che si allagava, con l'acqua che a volte lo
riempiva del tutto, filtrando dalle pareti o salendo dal lavandino e dal water; laghi in zone nuove della
citt, per esempio davanti alla stazione centrale, dove il suo bambino a volte si trovava in una cassa
ermetica a cui lei non riusciva ad arrivare, oppure spariva mentre lei era l con le mani occupate dai
bagagli. Faceva anche dei sogni in cui partoriva un bambino con un viso da adulto, o dove scopriva che
non esisteva nessun bambino, e durante il parto non usciva altro che acqua.
E i miei sogni com'erano?
Non sognavo mai il bambino. A volte questo mi faceva sentire la coscienza sporca, perch se
uno crede, come me, che il flusso delle parti involontarie della coscienza sia pi vero di quello delle
parti controllate dalla volont, diventava chiaro il fatto che per me aspettare un figlio non aveva un
significato speciale. Ma d'altro canto, niente lo aveva. Non avevo sognato quasi niente di quello che
riguardava la mia vita dopo i vent'anni. Era come se nei sogni non fossi cresciuto, ma fossi ancora un
bambino, circondato dalle stesse persone e dagli stessi posti della mia infanzia. E anche se i fatti che vi
si svolgevano erano ogni notte nuovi, la sensazione che mi suscitavano era sempre la stessa. Una
sensazione di umiliazione. Spesso potevano passare diverse ore dal risveglio, prima che svanisse dal
corpo. Al contempo, per, quando ero sveglio non ricordavo quasi niente della mia infanzia, e il poco
che ricordavo non smuoveva pi niente dentro di me, cosa che faceva nascere una specie di simmetria
tra passato e presente, in uno strano sistema per cui la notte e i sogni erano legati alla memoria, il
giorno e la coscienza all'oblio.
Solo pochi anni prima le cose erano diverse. Fino al trasferimento a Stoccolma, sembrava che ci
fosse una continuit nella mia vita, come se si estendesse senza interruzioni dall'infanzia al presente,
tenuta insieme da connessioni sempre nuove, secondo un sistema complesso e ingegnoso in cui ogni
fenomeno a cui assistevo era in grado di risvegliare un ricordo che creava dentro di me piccole
valanghe di sensazioni, alcune con un'origine chiara, altre senza. Incontravo gente che veniva da citt
in cui ero stato, legata a persone note che avevo conosciuto, era una rete, e ben costruita. Ma quando mi
trasferii a Stoccolma, questo ribollire di ricordi divenne sempre pi raro, e un giorno si arrest del tutto.
Cio, riuscivo ancora a ricordare, ma i ricordi non risvegliavano pi niente dentro di me. Nessuna
nostalgia, nessun desiderio di tornare indietro, niente. Solo il ricordo in s e per s e la presenza quasi
impercettibile di una sorta di avversione per tutto ci che lo riguardava.
Questo pensiero mi fece aprire gli occhi. Ero sdraiato in silenzio e guardavo il lampadario
cinese che pendeva dal buio del soffitto in fondo al letto come una specie di luna in miniatura. Non
c'era veramente niente di cui scusarsi. Perch la nostalgia non solo  spudorata, ma anche traditrice.
Cosa ricava in realt una persona di vent'anni dalla nostalgia per la propria infanzia? Per la sua
adolescenza? Sembrava quasi una malattia.
Mi voltai e guardai Linda. Era sdraiata su un fianco, con il viso rivolto verso di me. La pancia
era cos grande che era diventato difficile collegarla al resto del corpo, nonostante che anch'esso si
fosse gonfiato. Non pi tardi di ieri era stata davanti allo specchio a ridere di quanto erano grosse le sue
cosce.
Il bambino era gi girato a testa in gi e sarebbe rimasto cos fino al parto. Che per lunghi
periodi non si muovesse era del tutto normale, avevano detto all'ospedale pediatrico. Il cuore batteva e
presto, quando avesse sentito che era arrivato il momento, avrebbe iniziato il travaglio, in armonia con
il corpo in cui era cresciuto.
Mi alzai con cautela e andai in cucina a prendere un bicchiere d'acqua. Davanti all'entrata per i
concerti del Nalen c'erano alcuni gruppi di anziani che chiacchieravano. Una volta al mese veniva
organizzata una serata di ballo, allora arrivavano a frotte, uomini e donne tra i sessanta e gli ottant'anni,
tutti con i loro abiti pi belli, e quando li vedevo l in fila, raggianti di gioia, mi capitava di provare
dolore fin nel profondo dell'anima. Uno di loro in particolare mi era rimasto impresso. Vestito con un
abito giallo chiaro, scarpe da ginnastica bianche e un cappello di paglia in testa, la prima volta era
spuntato con passo un po' incerto all'incrocio di David Bagares gate una sera di settembre, ma non
erano i vestiti che lo distinguevano dagli altri, era pi che altro quello che trasmetteva, perch, mentre
gli altri mi sembravano parte di una collettivit, uomini anziani che erano fuori per divertirsi con le loro
mogli, cos uguali che ci si dimenticava di loro non appena lo sguardo si spostava, lui era solo, anche
quando restava a parlare con qualcuno. Ma la cosa pi stupefacente era la forza di volont che
trasmetteva, che era singolare in quel gruppo. Quando si insinuava tra la folla del foyer, mi dava
l'impressione di essere alla ricerca di qualcosa che non avrebbe trovato l, e probabilmente neppure
altrove. Il tempo gli era sfuggito, e con esso il mondo.
Un taxi si accost al marciapiede. Il gruppo pi vicino chiuse gli ombrelli e li scosse
allegramente per liberarli dalla neve prima di salire. Pi gi, arriv una volante della polizia. Il
lampeggiante era acceso, ma non la sirena, e il silenzio le dava un che di nefasto. Ne sopraggiunse
un'altra. Rallentarono entrambe e, quando sentii che si fermavano nell'isolato vicino, posai il bicchiere
sul bancone della cucina e andai alla finestra della camera da letto. Avevano parcheggiato una dietro
l'altra proprio accanto allo US Video. La prima era una normale auto della polizia, il secondo un
furgoncino. Nell'istante esatto in cui arrivai venne richiuso lo sportello posteriore. Sei poliziotti corsero
verso la porta e scomparvero nell'edificio, due rimasero ad aspettare davanti all'auto. Pass un uomo
sulla cinquantina e non gett neanche un'occhiata ai poliziotti. Capii che aveva pensato di entrare, ma
gli si erano ghiacciati i bollenti spiriti quando aveva visto la scena. Durante la giornata un flusso
continuo di uomini entrava e usciva dallo US Video e, dopo aver vissuto qui per quasi un anno, in nove
casi su dieci riuscivo a indovinare chi aveva pensato di entrare e chi sarebbe passato a dritto senza
fermarsi. Quasi tutti avevano lo stesso modo di muoversi. Di solito andavano dritti e aprivano la porta
con disinvoltura. Evitavano cos attentamente di guardarsi intorno che proprio per questo attiravano
l'attenzione. Si notava lo sforzo per mantenere la normalit. Non solo quando si infilavano dentro, ma
anche quando uscivano. La porta veniva aperta e senza fermarsi scivolavano sul marciapiede o
all'interno, come a voler dare l'impressione di aver mantenuto la stessa andatura per almeno un paio di
isolati. Erano di tutte le et, dai sedici anni a oltre i settanta, e di ogni estrazione sociale. Alcuni
sembravano andare l apposta, altri sulla strada di ritorno dal lavoro verso casa o la mattina presto dopo
una serata fuori. Io non ci ero mai stato, ma sapevo bene com'era: la lunga scala che scendeva gi, la
stanza sotterranea, profonda, immersa nella semioscurit con il bancone per i pagamenti, la fila di
postazioni con gli schermi, i tanti film tra cui si poteva scegliere, a seconda delle preferenze sessuali, le
sedie di finta pelle nera, i rotoli di carta igienica sul banco accanto.
August Strindberg disse una volta, nella sua grande seriet squilibrata, che le stelle nel cielo
erano dei fori su una parete. A volte ci pensavo quando vedevo la fila infinita di anime che scendevano
quelle scale e si sedevano nell'oscurit dei camerini del seminterrato per masturbarsi di fronte al
monitor acceso. Come se il mondo intorno a loro fosse chiuso, e uno dei pochi modi in cui potevano
guardare fuori fosse attraverso queste fessure. Non raccontavano mai a nessuno quello che vedevano,
apparteneva alla sfera dell'innominabile, incompatibile con tutto ci che comportava una vita normale,
e la maggior parte di coloro che frequentavano quel posto erano uomini normali. Ma il fatto che certe
cose non potessero essere nominate nel mondo di sopra li condizionava anche l sotto, per lo meno a
giudicare dal comportamento (perch nessuno parlava con gli altri, non si guardavano), dai loro
percorsi solitari, per le scale, in mezzo agli scaffali con i film, al bancone, nel camerino e di nuovo per
le scale. Non potevano negare che in fondo c'era anche qualcosa di ridicolo in quello che accadeva,
quella fila di uomini seduti con i pantaloni alle ginocchia, ognuno nel suo camerino, che grugnivano e
gemevano toccandosi il membro mentre guardavano film di donne che avevano rapporti sessuali con
cavalli o cani, o di uomini con decine di altri uomini, ma non potevano neppure ammetterlo, perch la
vera risata e il vero desiderio sono grandezze incompatibili, ed era il desiderio che li aveva portati l.
Ma perch proprio l? Tutti i film che si potevano vedere laggi si trovavano anche su internet e
potevano quindi essere guardati in totale solitudine, senza il rischio di essere visti. Era evidente che
cercavano qualcosa in quella situazione innominabile. O il degrado, la volgarit, la sporcizia di quel
posto, o il senso di chiuso. Non lo sapevo, per me era un territorio sconosciuto, ma non potevo fare a
meno di pensarci perch, ogni volta che guardavo, c'era qualcuno che scendeva l sotto.
Che arrivasse la polizia non era una cosa strana, ma di solito succedeva quando c'era una di
quelle manifestazioni che regolarmente venivano fatte l davanti. Il locale lo lasciavano perdere, con
grosso disappunto dei dimostranti. Non potevano fare altro che stare l con le loro bandiere a urlare
slogan e a protestare tutte le volte che la gente entrava o usciva di l, sotto lo stretto controllo della
polizia, che li sorvegliava in ranghi serrati con scudi, elmetti e manganelli.
Che succede? chiese Linda alle mie spalle.
Mi voltai a guardarla.
Sei sveglia?
Abbastanza.
 solo che non riesco a dormire dissi. E poi c' la polizia fuori. Tu rimettiti pure a dormire.
Richiuse gli occhi. Gi in strada il portone si apr. Comparvero due poliziotti. Dietro di loro ne
venivano altri due. Tenevano un uomo, cos stretto che i suoi piedi non toccavano terra. Sembrava
un'azione violenta, ma forse era necessario, perch l'uomo aveva i pantaloni alle ginocchia. Quando
uscirono lo lasciarono andare e lui cadde in ginocchio. Spuntarono altri due poliziotti. L'uomo si alz e
si tir su i pantaloni. Uno dei poliziotti lo ammanett dietro la schiena, un altro lo condusse in
macchina. Mentre gli ultimi poliziotti salivano a bordo, due di coloro che lavoravano l uscirono in
strada. Rimasero con le mani in tasca a guardare le macchine che partivano, scendevano gi per la
discesa e sparivano, mentre i loro capelli venivano lentamente imbiancati dalla neve.
Andai in salotto. La luce dei lampioni, che pendevano sulla strada proprio sotto le finestre,
risplendeva leggermente sulle pareti e sul pavimento. Guardai per un po' la tv. Per tutto il tempo pensai
che questo avrebbe forse reso Linda nervosa, se si fosse svegliata e si fosse alzata. A volte, le anomalie
e tutto ci che dava un senso di instabilit le ricordavano le crisi maniacali del padre quando lei era
piccola. Spensi e presi invece uno dei libri di arte dalla libreria sopra il divano e mi sedetti a sfogliarlo.
Era un catalogo su Constable, lo avevo comprato da poco. Per lo pi dipinti a olio, studi di nuvole,
paesaggi, mare.
Mi bastava un'occhiata perch mi si riempissero gli occhi di lacrime. Tanto era forte la stretta
allo stomaco con cui mi colpivano alcune di quelle immagini. Altre mi lasciavano indifferente. Era il
mio unico parametro per quanto riguardava le arti figurative, la sensazione che mi suscitavano. La
sensazione di qualcosa di incommensurabile. Una sensazione di bellezza. Una sensazione di vicinanza.
Tutto concentrato in attimi cos intensi che a volte diventava difficile esserne parte. E del tutto
inspiegabili. Perch, se esaminavo l'immagine che lasciava su di me pi l'impressione pi forte, un
dipinto a olio di una formazione di nuvole del 6 settembre 1822, non c'era niente in essa che potesse
spiegare quell'intensit di sensazioni. In cima un campo di cielo azzurro. Sotto un campo di foschia
biancastra. E poi le nuvole che si rovesciavano in avanti. Bianche dove le colpiva la luce del sole, verde
chiaro nelle parti pi leggere, verde scuro e quasi nere dove sembravano pi pesanti e dove erano pi
lontane dal sole. Blu, bianco, turchese, verde, verde scuro. Nient'altro. Il commento riportava che
Constable l'aveva dipinta a Hampstead at noon, e che un certo Wilcox aveva messo in dubbio la
data, perch esisteva un altro quadro dello stesso giorno tra mezzogiorno e l'una che mostrava un cielo
diverso, pi piovoso, argomento smentito dalle previsioni meteorologiche per quel giorno a Londra,
secondo le quali i due quadri potevano rappresentare il cielo coperto della stessa giornata.
Avevo studiato storia dell'arte ed ero abituato a descrivere e analizzare l'arte. Ma l'unica cosa
di cui non ho mai scritto, che  poi l'unica davvero importante,  il modo in cui vivevo l'arte. Non solo
perch non ci riuscivo, ma anche perch le sensazioni che i quadri mi suscitavano andavano contro
tutto ci che avevo imparato su cosa era l'arte e sul suo scopo. Quindi le tenevo per me. Visitavo da
solo la Galleria Nazionale di Stoccolma o la Galleria Nazionale di Oslo o la National Gallery di Londra
e osservavo. Mi dava un senso di libert. Non avevo bisogno di giustificare i miei sentimenti, non c'era
nessuno che mi doveva giudicare, niente di cui dovevo discutere. Libert, ma non pace, perch, anche
se i quadri erano degli idilli, come i paesaggi arcaici di Claudes, per esempio, ero sempre inquieto
quando me ne allontanavo, perch ci che possedevano, la loro essenza, era l'inesauribilit e questo
suscitava in me una sorta di avidit. Non riesco a spiegarlo meglio. Avidit di trovarsi dentro
l'inesauribile. Cos era anche quella notte. Sfogliai per quasi un'ora il libro su Constable. Ritornavo in
continuazione all'immagine delle nuvole verdastre, che ogni volta scatenava dentro di me le stesse
sensazioni. Era come se due diversi modi di vedere emergessero e affondassero nella coscienza, uno
con i suoi pensieri e i suoi ragionamenti, l'altro con i suoi sentimenti e le sue sensazioni, che,
nonostante esistessero l'uno a fianco dell'altro, non riuscivano a compenetrarsi. Era un quadro
fantastico, mi riempiva di tutti quei sentimenti che solo i quadri fantastici suscitano, ma quando dovevo
spiegare perch, in cosa consisteva quel fantastico, non trovavo le parole. Quell'immagine faceva
vibrare il mio animo, ma per cosa? Quell'immagine mi riempiva di nostalgia, ma per cosa? Di nuvole
ce n'erano a sufficienza. Di colori ce n'erano a sufficienza. C'era anche un momento storico preciso.
Anche la combinazione dei tre poteva bastare. L'arte del nostro tempo, e quindi l'arte che in teoria
avrebbe dovuto riguardarmi, non considerava importanti i sentimenti generati da un'opera d'arte. I
sentimenti avevano un valore secondario, forse erano addirittura un prodotto di scarto indesiderato,
quasi dei rifiuti o, nel migliore dei casi, materiale riciclabile. Neppure le immagini reali riprodotte in
maniera naturalistica avevano un qualche valore, ma erano viste come qualcosa di ingenuo e come uno
stadio ormai da tempo superato. Non avevano un gran significato. Ma nell'istante in cui guardavo di
nuovo il quadro, tutti i ragionamenti sparivano nell'ondata di forza e bellezza che si sollevava dentro di
me. S, s, s, sentivo allora.  qui.  qui che devo andare. Ma cosa cercavo? Dove volevo andare?
Erano le quattro. Era dunque ancora notte. Non potevo andare in ufficio di notte. Ma le quattro
e mezzo, allora sarebbe praticamente stata mattina, no?
Andai in cucina, misi nel microonde un piatto con polpette e spaghetti, dato che non mangiavo
dal pranzo del giorno prima, mi feci una doccia, pi che altro per ingannare il tempo nell'attesa del
cibo, mi vestii, presi un coltello e una forchetta, riempii un bicchiere d'acqua, presi il piatto e mi sedetti
a mangiare.
Fuori c'era silenzio. L'ora prima delle cinque era l'unico momento del giorno in cui quella citt
dormiva. Nella mia vita precedente, nei dodici anni in cui avevo vissuto a Bergen, di solito stavo alzato
fino a tardi. Non riflettevo mai su quella inclinazione, mi piaceva e lo facevo. Era cominciato come un
ideale da liceale, che nasceva dal presupposto che la notte fosse in qualche modo legata alla libert.
Non in s e per s, ma perch si contrapponeva alla realt diurna, quella dalle nove del mattino alle
quattro del pomeriggio, che io, insieme a un altro paio di ragazzi, consideravo borghese e conformista.
Volevamo essere liberi, restavamo alzati la notte. Io avevo continuato pi per un crescente bisogno di
stare da solo che non per la libert. Adesso capivo che in questo ero uguale a mio padre. In casa aveva
un intero spazio a disposizione per s, dove trascorreva quasi tutte le sere. Era la sua notte.
Sciacquai il piatto sotto l'acqua, lo misi nella lavastoviglie e andai in camera. Quando mi fermai
davanti al letto Linda apr gli occhi.
Hai il sonno leggero dissi.
Che ore sono? chiese.
Le quattro e mezzo.
Sei rimasto alzato fino a ora?
Annuii.
Penso di fare un salto in ufficio, ti spiace?
Si tir su.
Adesso?
Tanto non riesco a dormire. A questo punto  meglio approfittarne per lavorare.
Per favore... disse. Vieni a letto.
Non hai sentito cosa ho detto?
Ma non voglio restare qui a letto da sola. Non puoi andare in ufficio domattina presto?
 gi domattina presto dissi.
No, siamo nel mezzo della notte disse lei. E io potrei partorire da un momento all'altro.
Potrebbe succedere tra un'ora, lo sai.
Ciao dissi e chiusi la porta. Nell'ingresso mi vestii, presi la borsa con il computer e uscii.
L'aria fredda saliva dal marciapiede coperto di neve. Su per la strada stava arrivando uno spazzaneve.
Il pesante braccio metallico sbatteva contro l'asfalto. Doveva sempre cercare di trattenermi. Che
importanza poteva avere che io stessi l se lei dormiva e comunque non si accorgeva che c'ero?
Il cielo si stendeva nero e pesante sopra i tetti. Ma aveva smesso di nevicare. Mi incamminai.
Lo spazzaneve pass con il motore che rombava, le catene che rumoreggiavano e la draga che sfregava
sulla strada. Un piccolo inferno di suoni. Girai in David Bagares gate, vuota e silenziosa, su verso
Malmskillnadsgatan, dove l'insegna del KGB era la cosa che attirava di pi lo sguardo. Davanti
al portone della casa di riposo mi fermai. Quello che aveva detto era vero. Il parto poteva avvenire da
un momento all'altro. E non le piaceva stare da sola. Allora perch ero qui? Che andavo a fare in
ufficio alle quattro e mezzo del mattino? A scrivere? A fare oggi quello che non ero riuscito a fare negli
ultimi cinque anni?
Ero proprio un idiota. Stava aspettando il nostro bambino, il mio bambino, non doveva restare
da sola.
Tornai indietro. Mentre posavo la borsa nell'ingresso e cominciavo a spogliarmi, sentii la sua
voce dalla stanza da letto.
Sei tu, Karl Ove?
S dissi e andai in camera da lei. Mi guard perplessa.
Hai ragione dissi. Non ci ho pensato. Mi dispiace di essermene andato cos.
Sono io che devo chiederti scusa disse.  ovvio che devi andare a lavorare!
Lo far pi tardi.
Ma non voglio trattenerti disse. Va tutto bene qui. Te lo prometto. Vai pure. Se succede
qualcosa ti chiamo.
No dissi e mi sdraiai accanto a lei.
Ma Karl Ove... disse e sorrise.
Mi piaceva quando pronunciava il mio nome, mi era sempre piaciuto.
Ora pensi quello che pensavo io, mentre io penso quello che pensavi tu. Ma io so che tu in
realt pensi l'opposto.
 troppo complicato per me dissi. Perch invece non dormiamo? E poi facciamo colazione
insieme prima che vada via?
Volentieri disse e si sdrai accanto a me. Bruciava come un forno. Le accarezzai i capelli e la
baciai dolcemente sulla bocca. Chiuse gli occhi e inclin indietro la testa.
Cosa hai detto? chiesi.
Non rispose, ma mi prese la mano e se la port alla pancia.
Eccolo! disse. Lo senti?
All'improvviso la pelle si rigonfi sotto la mia mano.
Ehi dissi e sollevai la mano per vedere. Quello che era stato premuto contro la pancia e
l'aveva fatta sollevare, che fosse un ginocchio o un piede, un gomito o un pugno, si era ritirato. Era
come vedere qualcosa che si muoveva sotto la superficie di un lago altrimenti immobile. Poi spariva di
nuovo.
 impaziente disse Linda. Lo sento.
Era un piede?
Mmm.
Era come se provasse a vedere se poteva uscire di l dissi.
Linda sorrise.
Ti ha fatto male?
Scosse la testa.
Lo sento, ma non fa male.  strano e basta.
Lo credo.
Mi sdraiai accanto a lei e le misi di nuovo la mano sul pancione. Dall'ingresso si sent sbattere
la cassetta della posta. Pass un camion, doveva essere grande, fece tremare i vetri. Chiusi gli occhi.
Quando tutti i pensieri e le immagini nella mia coscienza cominciarono improvvisamente a muoversi in
direzioni su cui non avevo controllo e che restavo semplicemente a osservare, come una specie di pigro
cane pastore dei pensieri, capii che il sonno stava arrivando. Non dovevo fare altro che lasciarmi
sprofondare nella sua oscurit.
Mi svegliai quando sentii Linda che si stava affaccendando in cucina. L'orologio sulla mensola del
caminetto segnava le undici meno cinque. Accidenti. Quello avrebbe dovuto essere un giorno di lavoro.
Mi infilai i vestiti e andai in cucina. Dalla piccola caffettiera sui fornelli usciva vapore. Succo di
frutta, marmellate e affettati erano sul tavolo. C'erano due fette di pane tostato su un piatto. Dal
tostapane ne saltarono fuori altre due.
Hai dormito bene? chiese Linda.
S, s dissi e mi sedetti. Il burro che spalmavo sulle fette si scioglieva subito e riempiva i
piccoli pori della superficie. Linda tolse il caff e spense la piastra. Il pancione dava l'impressione che
fosse sempre piegata all'indietro, e quando usava le mani era come se lo facesse dall'altro lato di una
parete invisibile.
Il cielo era grigio. Ma doveva esserci ancora la neve sui tetti, perch la stanza era pi luminosa
del solito.
Linda vers il caff nelle due tazze che aveva preparato e se ne prese una. Aveva il viso gonfio.
Non stai meglio? chiesi.
Scosse il capo.
Sono tutta chiusa. E poi mi  venuta un po' di febbre.
Si lasci cadere pesantemente sulla sedia, vers il latte nel caff.
Tipico disse. Che mi dovessi ammalare proprio ora. Quando ho bisogno pi che mai di
essere in forze.
Pu darsi che il parto ritardi dissi. Che il corpo non si attivi prima di essere di nuovo sano.
Mi guard. Ingoiai l'ultimo boccone e versai il succo nel bicchiere. Se c'era una cosa che avevo
imparato negli ultimi mesi, era che tutto quello che si dice sull'umore mutevole e imprevedibile delle
donne incinte era vero.
Non capisci che  una catastrofe? disse.
La fissai negli occhi. Bevvi un sorso.
S, s, certo dissi. Ma andr tutto bene. Tutto si sistemer .
Certo che andr bene disse lei. Ma non si tratta di questo.  che non voglio essere malata e
debole quando dovr partorire.
Lo capisco dissi. Ma non lo sarai. Manca ancora qualche giorno.
Continuammo a mangiare in silenzio.
Poi mi guard di nuovo. Aveva degli occhi fantastici. Erano grigio-verdi e a volte, di solito
quando era stanca, erano leggermente strabici. Nella foto sul suo libro di poesie aveva lo sguardo un
po' strabico, e questo suo punto debole, che veniva controbilanciato, ma non cancellato, dalla sicurezza
della sua espressione, una volta mi aveva ipnotizzato completamente.
Scusa disse.  solo che sono nervosa.
Non devi. Non potresti essere pi preparata di cos.
E lo era davvero. Si era dedicata totalmente a quello che sarebbe successo; aveva letto
montagne di libri, comprato una specie di cassetta di meditazione che ascoltava ogni sera, dove una
voce ripeteva in modo ipnotico che il dolore non era un pericolo, che il dolore era un bene, che il dolore
non era un pericolo, che il dolore era un bene, e insieme avevamo frequentato un corso e avevamo fatto
visita al reparto dove sarebbe dovuto avvenire il parto, secondo quanto programmato. Si era preparata a
ogni incontro con l'ostetrica appuntandosi delle domande e annotava con altrettanto scrupolosa
attenzione in un diario tutti i propositi e gli obiettivi che le venivano dati. Aveva rispedito al reparto
pediatrico un foglio con le sue preferenze, come le era stato chiesto, dove era scritto che era nervosa e
che aveva bisogno di molto incitamento, ma che era anche forte e voleva partorire senza l'epidurale.
Questo era stato un colpo al cuore. Ero stato nel reparto di maternit e, anche se avevano
cercato di ricreare un ambiente accogliente, con poltrone, tappeti, quadri e un lettore cd nella stanza del
parto, oltre a una stanza con il televisore e a una cucina dove ognuno poteva farsi da mangiare da solo e
dove, dopo il parto, ci veniva data una camera da letto riservata con bagno, era comunque vero che
un'altra donna aveva partorito poco prima nella stessa stanza e, anche se l'avevano pulita subito,
avevano cambiato le lenzuola e messo asciugamani nuovi, tutto questo era accaduto un numero cos
innumerevole di volte che nell'aria l dentro era ancora presente un lieve odore metallico di sangue e
visceri. Nella fresca stanza che avremmo avuto a nostra disposizione nel giorno dopo il parto un'altra
coppia con un bambino appena nato aveva dormito nello stesso letto, cos che quello che per noi era
nuovo e fonte di vita, per coloro che lavoravano l non era altro che un eterno ripetersi. Le ostetriche
seguivano pi parti contemporaneamente, uscivano ed entravano in continuazione dalle varie stanze,
dove donne diverse strillavano e urlavano, gemevano e si lamentavano, a seconda della fase del parto in
cui erano e questo accadeva in continuazione, giorno e notte, un anno dopo l'altro, quindi se c'era
qualcosa che non potevano fare era prendersi cura di qualcuno con l'attenzione che veniva richiesta
dalla lettera di Linda.
Guard fuori dalla finestra e io seguii il suo sguardo. Sul tetto dell'edificio di fronte, forse a una
decina di metri da noi, un uomo con una fune legata in vita spalava la neve.
Sono matti in questo paese dissi.
Non  lo stesso in Norvegia?
No, ma che dici?
L'anno prima che arrivassi qui, un ragazzo era morto per un cumulo di neve caduto da un tetto.
Da allora tutti i tetti venivano liberati dalla neve subito, appena cadeva, con conseguenze spiacevoli, e
quando arrivava la stagione pi mite, quasi tutti i marciapiedi erano chiusi con nastri bianchi e rossi per
una settimana. Caos ovunque.
Ma tutta questa paura mantiene per lo meno la gente in attivit dissi, ingoiai la fetta di pane,
mi alzai, bevvi l'ultimo sorso di caff. Adesso vado.
Okay disse Linda. Ce la fai a noleggiare un film quando torni indietro?
Posai la tazza sul tavolo e mi asciugai la bocca con il dorso della mano.
Certo. Uno qualsiasi?
S. Scegli pure tu.
Andai in bagno a lavarmi i denti. Quando andai nell'ingresso per vestirmi, Linda mi venne
dietro.
Cosa fai oggi? chiesi e presi il cappotto dal guardaroba con una mano mentre con l'altra mi
mettevo la sciarpa al collo.
Non so disse lei. Una passeggiata nel parco magari. Forse un bagno.
Va tutto bene? chiesi.
S, va tutto bene.
Mi chinai per allacciarmi le scarpe, mentre lei, con un braccio appoggiato sulla schiena,
troneggiava sopra di me.
Okay dissi, mi misi il berretto e presi la borsa con il computer. Allora vado.
Okay disse lei.
Chiama, se c' qualcosa.
Va bene.
Ci baciammo e mi chiusi la porta alle spalle. L'ascensore stava salendo e mentre passavo
intravidi la vicina del piano di sopra, con il viso chino sullo specchio. Era un avvocato, spesso era
vestita con pantaloni neri o gonne nere fino al ginocchio, salutava appena, sempre a labbra serrate,
emanava ostilit, almeno nei miei confronti. C'erano dei periodi in cui suo fratello stava da lei, un
uomo magro dagli occhi scuri, dall'aspetto inquieto e duro, ma bello, a cui una delle amiche di Linda
aveva messo gli occhi addosso e se ne era innamorata, avevano una specie di relazione, che sembrava
basarsi sul fatto che lui la odiava tanto quanto lei adorava lui. Il fatto di abitare nella stessa casa delle
amiche di lei sembrava infastidirlo. Le volte che avevamo scambiato qualche parola aveva sempre uno
sguardo da perseguitato, ma, anche se intuivo che dipendeva dal fatto che io sapevo di lui pi di quanto
lui sapesse di me, poteva avere anche altre cause, per esempio che era un tipico approfittatore. Di certe
cose non sapevo niente, non avevo nessuna conoscenza di mondi del genere, in quel senso ero
veramente cos ingenuo come sosteneva Geir, il mio unico vero amico a Stoccolma, quando mi
paragonava al personaggio che veniva raggirato ne I bari di Caravaggio.
Quando arrivai nell'ingresso, decisi di fumarmi una sigaretta, attraversai il corridoio che
passava davanti alla lavanderia e arrivai al cortile sul retro, dove posai la borsa per terra, mi appoggiai
al muro e guardai il cielo. Proprio sopra di me spuntava un condotto di aerazione che diffondeva
tutt'attorno l'odore dei panni caldi appena lavati. Dalla lavanderia si udiva appena il sibilo di una
centrifuga, cos stranamente impetuoso rispetto alle nuvole grigie che attraversavano lente lo spazio
lass. Qua e l si intravedeva il cielo blu, come se il giorno fosse una superficie su cui loro scorrevano.
Mi diressi verso il recinto che divideva l'interno del cortile dall'asilo, adesso vuoto, perch a
quell'ora i bambini erano dentro a mangiare, ci poggiai sopra i gomiti e fumai, mentre guardavo le due
torri che svettavano da Kungsgatan. Erano state costruite in una specie di stile neobarocco e, pensando
al ventennio di cui erano testimonianza, mi sentii riempire, come succedeva spesso, di nostalgia. Di
notte le torri erano illuminate da riflettori e, mentre la luce del giorno ne faceva risaltare i particolari,
cos che si poteva vedere chiaramente quanto fosse diverso il materiale dei muri da quello delle
finestre, delle statue dorate e delle lamine verde rame, la luce artificiale li fondeva insieme. Forse era la
luce stessa a creare questo effetto, forse era il rapporto che la luce creava con le cose circostanti; in
ogni caso durante la notte era come se le statue parlassero. Non che prendessero vita, erano morte
come prima, sembrava piuttosto che la loro espressione di morti cambiasse e venisse in un certo senso
intensificata. Di giorno non c'era niente, di notte quel niente trovava espressione.
Oppure era perch il giorno era pieno di tante altre distrazioni. Tutte le macchine nelle strade, le
persone sui marciapiedi, sulle scale, alle finestre, gli elicotteri che volavano nel cielo come libellule, i
ragazzini che potevano uscire correndo in qualunque momento e buttarsi nel fango o nella neve, andare
sui tricicli, scendere dal grosso scivolo in mezzo alla spiazzo, arrampicarsi sul ponte della nave ben
equipaggiata l accanto, giocare nella sabbiera, giocare nella casetta, giocare a palla o semplicemente
correre qua e l, il tutto gridando e strillando, cos da riempire il cortile di una cacofonia simile alle
grida di uno stormo di uccelli marini, dalla mattina presto fino al primo pomeriggio, interrotta solo
dalla calma dell'ora di pranzo, come adesso. Allora era quasi impossibile stare l fuori, non per il
rumore, a cui raramente facevo caso, ma perch i bambini avevano la tendenza di venirmi intorno a
frotte. Le volte che lo avevo fatto quell'autunno, avevano cominciato ad arrampicarsi sulla staccionata
che divideva a met il cortile e stavano l sopra in quattro o cinque e mi chiedevano ogni cosa
immaginabile, forse si divertivano semplicemente ad attraversare quella linea proibita e mi facevano
domande ridendo a squarciagola. Quello che si faceva notare di pi era anche quello che pi spesso
venivano a prendere per ultimo. Quando facevo quella strada per tornare a casa, non di rado mi
capitava di vederlo seduto a frugare nella sabbia da solo, o con qualche altro sfortunato, se non stava
con le braccia penzoloni alla staccionata vicino all'uscita. Allora di solito lo salutavo. Se non c'era
nessun altro l intorno, portando due dita alla fronte, magari sollevando addirittura il cappello. Non per
lui, che ogni volta mi guardava accigliato, ma per me.
Ogni tanto mi immaginavo che liberazione sarebbe se tutti i sentimenti pi dolci si potessero
raschiare via come la cartilagine dei tendini del ginocchio rovinato di uno sportivo. Via ogni
sentimentalismo, ogni compassione, ogni immedesimazione...
Un grido si lev nell'aria.
Ahahhahahahah
Sussultai. Anche se capitava di sentirlo spesso, non riuscivo ad abituarmici. L'appartamento da
cui proveniva, dalla parte opposta rispetto all'asilo, apparteneva a una casa di riposo per anziani. Mi
immaginavo una persona irrequieta nel suo letto, senza nessun contatto con il mondo esterno, dato che
capitava di sentire quelle urla sia a notte fonda sia al mattino, o sul mezzogiorno. A parte questo, e un
uomo che aveva l'abitudine di sedersi fuori a fumare sulla veranda e aveva degli attacchi di tosse,
simili ai rantoli di un moribondo, che potevano durare diversi minuti, la casa di riposo era chiusa in se
stessa. Quando andavo in ufficio, a volte vedevo delle infermiere alle finestre sull'altro lato, dove
avevano una specie di stanza per le pause e ogni tanto vedevo per strada anche alcuni dei ricoverati, un
paio di volte insieme a dei poliziotti che li stavano riaccompagnando a casa, un paio di volte che
girovagavano soli. Ma di solito non rivolgevo neppure un pensiero a quel posto.
Come urlava.
Tutte le tende erano tirate, anche quelle della finestra della veranda da cui veniva il suono, che
era socchiusa. Alzai un attimo lo sguardo. Poi mi voltai e andai verso la porta. Attraverso la finestra
vidi nella lavanderia la vicina del piano di sotto che ripiegava un lenzuolo bianco. Presi la borsa e mi
infilai nel piccolo corridoio simile a una grotta dove c'erano i bidoni dell'immondizia, aprii il cancello
di ferro e uscii in strada, mi sbrigai a raggiungere il KGB e a scendere le scale verso Tunnelgatan.
Venti minuti dopo chiudevo la porta dell'ufficio. Appesi il cappotto e la sciarpa all'attaccapanni,
lasciai le scarpe sul tappetino, mi preparai una tazza di caff, collegai il cavo del computer e mi sedetti
a bere il caff osservando la schermata iniziale, finch non sopraggiunse il salvaschermo e riemp tutto
con la sua miriade di puntini luminosi.
L'America dello spirito. Questo era il titolo. E quasi tutto nella stanza rinviava a esso, o a ci
che suscitava in me. La riproduzione della nota immagine di Newton, quasi sottomarina, fatta da
William Blake, appesa alla parete dietro di me; accanto i due disegni incorniciati della spedizione del
generale John Churchill nel Settecento, comprati una volta a Londra, uno di una balena morta, l'altro di
uno scarafaggio essiccato, entrambi disegnati in diversi stadi. L'atmosfera notturna di Peder Balke sulla
parete pi corta, il verde e il nero dei suoi colori. Il poster di Greenaway. La mappa di Marte che avevo
trovato su un vecchio National Geographic . Accanto, le due fotografie in bianco e nero di Thomas
Wgstrm: una del vestito scintillante di una bambina, l'altra di un lago nero, dove gli occhi di una
lontra brillavano appena sotto la superficie dell'acqua. Il piccolo delfino e il piccolo elmo di metallo
verde che avevo comprato a Creta e che ora stavano sulla scrivania. E i libri: Paracelso, Basilio,
Lucrezio, Thomas Browne, Olof Rudbeck, Agostino, Tommaso d'Aquino, Albertus Seba, Werner
Heisenberg, Raymond Russel e la Bibbia, naturalmente, e opere sul romanticismo norvegese e sui
gabinetti delle meraviglie, su Atlantide, su Albrecht Drer e su Max Ernst, sul barocco e sul gotico,
sulla fisica dell'atomo e sulle armi di distruzione di massa, sulle foreste e sulla scienza del Cinquecento
e del Seicento. Non si trattava di cultura, ma dell'aura che si creava intorno alla cultura, i luoghi da cui
veniva, quasi tutti al di fuori del mondo in cui viviamo adesso, ma comunque al suo interno, nello
spazio ambiguo in cui riposano tutti gli oggetti e le rappresentazioni storici.
Negli ultimi anni la sensazione che il mondo fosse piccolo e che lo dominassi tutto si era fatta
sempre pi forte dentro di me, nonostante la ragione mi dicesse che le cose, in realt, stavano al
contrario: il mondo era sconfinato e inafferrabile, il numero degli eventi infinito, il presente una porta
aperta che sbatteva al vento della storia. Ma non sembrava cos. Sembrava che il mondo fosse noto,
totalmente esplorato e mappato, che non potesse pi muoversi in direzioni impreviste, che non potesse
succedere pi niente di nuovo e sorprendente. Capivo me stesso, capivo le cose che mi circondavano,
capivo la societ intorno a me e, se ci fosse stato un fenomeno poco chiaro, sapevo come trovare una
spiegazione.
La comprensione non deve essere confusa con il sapere, perch non sapevo quasi niente. Ma se
per esempio fosse scoppiato un conflitto nella zona di confine di una vecchia repubblica sovietica in
Asia, delle cui citt non avevo mai sentito parlare prima, con abitanti per me del tutto sconosciuti, dai
vestiti e dalla lingua agli usi e alla religione, e se fosse venuto fuori che questo conflitto aveva profonde
radici storiche che risalivano a eventi dell'anno Mille, la mia totale ignoranza e mancanza di
conoscenza non mi avrebbe impedito di capire cos'era accaduto, perch il pensiero possiede delle
categorie con cui affrontare anche le cose pi distanti. Funzionava cos per tutto. Se vedevo un insetto
per la prima volta, sapevo che qualcuno doveva averlo gi visto e catalogato. Se vedevo un oggetto
luminoso nel cielo, sapevo che era o un raro fenomeno meteorologico o un qualche tipo di aereo, forse
un pallone aerostatico, e che sarebbe stato sul giornale il giorno dopo se era importante. Se avevo
dimenticato un evento della mia infanzia, si trattava sicuramente di rimozione; se mi arrabbiavo molto
per qualcosa, si trattava sicuramente di una proiezione e il fatto che cercassi sempre di risultare gradito
alle persone che incontravo aveva a che fare con mio padre e con il mio rapporto con lui. Non c'
nessuno che non capisca il proprio mondo. Chi capisce poco, un bambino per esempio, si muove
semplicemente in un mondo meno ampio di chi capisce molto. Ma al capire molto si  sempre
accompagnata la consapevolezza dei limiti della comprensione; riconoscere che il mondo al di fuori di
essa, tutto quello che uno non capisce, non solo esiste, ma  anche sempre pi grande del mondo al suo
interno. Ogni tanto pensavo che ci che era successo, almeno per me, era che l'infanzia, dove tutto era
noto e dove uno, per ci che non era noto, si appoggiava agli altri, a chi sapeva e a chi conosceva, che
quel mondo dell'infanzia non era mai finito, ma si era solo ampliato in tutti questi anni. Quando a
diciannove anni mi scontrai con l'affermazione che il mondo ha una struttura linguistica, la rifiutai con
quello che chiamavo sano buonsenso, perch era in realt priva di senso. La penna che tenevo in mano,
era forse linguaggio? La finestra su cui brillava il sole? Il cortile attraversato da studenti con vestiti
autunnali? Le orecchie del professore, le sue mani? Il leggero odore di terra e foglie dei vestiti della
ragazza che era appena entrata e si era seduta accanto a me? Il suono della trivella degli operai stradali
che avevano piantato la loro tenda proprio davanti alla chiesa di Johanneskirken, il rumore continuo del
trasformatore? Il frastuono della citt era forse un frastuono linguistico? Il colpo di tosse davanti a me
era un colpo di tosse linguistico? No, era un'idea ridicola. Il mondo era il mondo, ci che afferravo e a
cui mi appoggiavo, ci che respiravo e sputavo fuori, mangiavo e bevevo, ci che vomitavo, il sangue
che perdevo. Solo molti anni pi tardi cominciai a vedere queste cose in maniera diversa. In un libro
che stavo leggendo sull'arte e l'anatomia era citato Nietzsche, c'era scritto che anche la fisica  solo
un'interpretazione e un aggiustamento del mondo e non una spiegazione del mondo e che abbiamo
assegnato al mondo un valore con l'aiuto di categorie, che sono valide per un mondo puramente
fittizio.
Un mondo fittizio?
S, il mondo come sovrastruttura, il mondo come spirito, senza peso e astratto, della stessa
materia di cui sono intessuti i sogni e quindi qualcosa in cui essi si possono muovere indisturbati. Un
mondo che dopo trecento anni di scienza non ha pi misteri. Tutto  stato spiegato, tutto  stato
compreso, tutto si trova all'interno dell'orizzonte della comprensione umana, dalle cose pi grandi,
l'universo, la cui luce pi antica osservabile, il confine estremo del tutto, viene dalla sua origine
quindici miliardi di anni fa, fino alle cose pi piccole, i protoni, i neutroni e i mesoni del nucleo
atomico. Conosciamo e comprendiamo persino i fenomeni che ci uccidono, per esempio tutti i batteri e
i virus che penetrano nei nostri corpi, attaccano le nostre cellule e le fanno crescere o morire. Prima
erano solo la natura e le sue leggi che venivano astratte e spiegate in questo modo, ma adesso, nel
tempo delle tempeste di immagini, questo non vale pi solo per le leggi della natura, ma anche per i
suoi luoghi e per gli esseri umani. Tutto il mondo fisico  stato innalzato a questa sfera, tutto  stato
incorporato nella enorme ricchezza dell'immaginario, dalle foreste pluviali del Sud America e dalle
isole del Pacifico ai deserti dell'Africa del Nord e alle citt grigie e fatiscenti dell'Europa dell'Est. I
nostri pensieri straripano di immagini di posti dove non siamo mai stati, ma che conosciamo
comunque, persone che non abbiamo mai incontrato, ma con cui abbiamo comunque familiarit e in
relazione alle quali viviamo spesso la nostra vita. Una sensazione quasi incestuosa che il mondo sia
piccolo, chiuso su se stesso, senza aperture verso l'esterno e, anche se sapevo che questa sensazione era
profondamente falsa, perch in realt non sappiamo niente di niente, non riuscivo a liberarmene. Da qui
nasceva la nostalgia che sentivo, che in alcune giornate era cos grande da diventare quasi
incontrollabile. Se scrivevo, era in parte per attenuarla, scrivendo volevo aprire il mondo, per me
stesso, ma era proprio questo che faceva s che non ci riuscissi. La sensazione che il futuro non esista,
che sia solo una prosecuzione delle medesime cose, significa che ogni utopia  priva di senso. La
letteratura  sempre stata in relazione con l'utopia, dunque, se l'utopia perde il suo senso, lo perde
anche la letteratura. Quello che cercavo di fare, e che forse cercano di fare tutti gli scrittori, era di
combattere la finzione con la finzione. Quello che avrei dovuto fare era accettare l'esistente, accettare
lo stato delle cose, godermi il mondo, invece di cercare una strada per uscirne, perch in quel modo
avrei sicuramente avuto una vita migliore, ma non ci riuscivo, non potevo farlo, qualcosa aveva preso
possesso di me, avevo una ferma convinzione e, nonostante fosse essenzialista, cio anacronistica e
persino romantica, non riuscivo a liberarmene, per il semplice fatto che non era solo una cosa che
avevo pensato, ma anche sperimentato, attraverso quegli improvvisi stati di illuminazione che capitano
nella vita, dove per qualche secondo uno vede un mondo completamente diverso rispetto a un attimo
prima, dove  come se il mondo venisse fuori e si mostrasse per un breve istante, prima di ricadere di
nuovo su se stesso e che tutto torni come prima...
L'ultima volta che avevo fatto un'esperienza di questo tipo era stato sul treno per pendolari tra
Stoccolma e Gnesta qualche mese prima. Il paesaggio fuori era totalmente bianco, il cielo grigio e
umido, stavamo attraversando una zona industriale, vagoni vuoti, container del gas, fabbriche, tutto era
bianco e grigio e a ovest tramontava il sole, i raggi rossi fluttuavano nella nebbia e il treno su cui mi
trovavo non era di quelli vecchi sferraglianti e consunti che di solito percorrono quel tragitto, ma
completamente nuovo, lucente e scintillante, il sedile era nuovo, sapeva di nuovo, davanti a me le porte
scorrevoli si aprivano e si chiudevano senza attriti e io non pensavo a niente, solo alla palla rossa che
bruciava nel cielo e la gioia che mi invase era cos pungente e giunse in modo cos brutale da
avvicinarsi molto al dolore. Mi sembr che quello che provavo avesse un significato enorme. Un
significato enorme. Quell'attimo pass, ma la sensazione di grande significato non diminu, e
improvvisamente divenne difficile da definire: esattamente cos'era che era pieno di significato? E
perch? Un treno, una zona industriale, il sole, la nebbia?
Riconoscevo la sensazione. Somigliava a quella che risvegliavano in me alcune opere d'arte.
L'autoritratto di Rembrandt da vecchio alla National Gallery di Londra e anche il tramonto sul mare in
un antico porto di Turner nello stesso museo, il Cristo nell'orto dei Getsemani di Caravaggio. Anche
Vermeer mi suscitava la stessa sensazione, cos come qualche dipinto di Claudes, alcuni di Ruisdael e
degli altri paesaggisti olandesi, alcuni di J.C. Dahl, quasi tutti quelli di Hertervig... Ma nessuno di
Rubens, nessuno di Manet, nessuno dei pittori francesi o inglesi del Settecento, a eccezione di Chardin,
non Whistler e neppure Michelangelo, e solo uno di Leonardo da Vinci. Questa sensazione non
prediligeva n epoche n pittori, dato che poteva riguardare anche un solo quadro dell'artista in
questione. Non dipendeva neppure da quella che di solito si definisce qualit: potevo rimanere freddo
davanti a quindici quadri di Monet e sentire un calore diffondersi nel corpo davanti a quello di un
impressionista finlandese di cui pochi fuori dalla Finlandia hanno sentito parlare.
Non sapevo cosa mi impressionasse di pi di questi quadri. Ma era interessante notare che erano
stati dipinti tutti prima del Novecento, all'interno di quel paradigma artistico che non aveva mai
abbandonato del tutto il riferimento alla realt visibile. C'era dunque sempre una certa oggettivit in
essi, cio una distanza tra la realt e la sua riproduzione, e quello che vedevo io accadeva
probabilmente in quello spazio, emergeva l, dove il mondo in un certo senso si staccava dal mondo.
Quando si riusciva non solo a scorgere, ma anche a penetrare l'inafferrabile. Ci che non ha
espressione e che non si pu cogliere con le parole e rimane pertanto al di fuori della nostra portata, pur
trovandosi entro i suoi limiti, perch non solo ci circonda, ma noi stessi vi partecipiamo, ne siamo
parte.
L'ignoto e il mistero ci circondavano e avevano portato i miei pensieri verso gli angeli, queste
mistiche creature che non solo partecipavano del divino, ma anche dell'umano, e quindi esprimono
meglio di ogni altra figura la doppia natura dell'ignoto. Inoltre, sia nei quadri che negli angeli c'era
qualcosa che faceva sorgere un profondo turbamento, perch entrambi appartengono in modo cos
incontrovertibile al passato, a quella parte del passato che ci eravamo lasciati alle spalle, che non aveva
pi niente a che fare con il mondo che avevamo creato, dove il grande, il divino, il solenne, il santo, il
bello e il vero, non erano pi grandezze valide, ma qualcosa di incerto o addirittura ridicolo.
Significava che l'immensit del mondo esterno, che fino all'epoca dell'Illuminismo era il divino, che ci
giungeva tramite la rivelazione, e che durante il Romanticismo era la natura, dove la rivelazione si
esprimeva attraverso il sublime, non trovava pi nessuna forma di espressione. Nell'arte il mondo
esterno corrispondeva alla societ, cio alle aggregazioni umane, che con le sue concettualizzazioni e i
suoi relativismi operava pienamente e totalmente dall'interno. Nella storia dell'arte norvegese la rottura
 arrivata con Munch,  stato nei suoi quadri che le persone per la prima volta hanno occupato tutto lo
spazio. Mentre fino all'Illuminismo l'uomo veniva subordinato al divino e nel Romanticismo al
paesaggio in cui era ritratto (le montagne sono grandi e minacciose, il mare  grande e minaccioso,
persino gli alberi e i boschi sono grandi e minacciosi, mentre gli uomini, senza eccezione, sono piccoli)
in Munch  il contrario.  come se l'umano incorporasse tutto in s, facesse tutto suo. Le montagne, il
mare, gli alberi e i boschi, tutto prende le tinte dell'umano. Non delle azioni e della vita esteriore degli
uomini, ma dei loro sentimenti e della vita interiore. E una volta che l'uomo ha preso il sopravvento,
non sembra possibile tornare indietro, come non poteva tornare indietro il Cristianesimo quando, nei
primi secoli, cominci a divampare come un incendio in tutta Europa. Alle persone, in Munch, viene
data una forma, il loro animo acquista una forma all'esterno, fa vacillare il mondo e ci che  rimasto
dopo che la porta  stata aperta,  il mondo come forma: nei pittori dopo Munch  il colore in s, la
forma in s, e non ci che viene rappresentato, a essere carico di sensazioni. Allora ci troviamo in un
mondo di immagini dove l'espressione in s e per s  tutto, il che ovviamente significa che nell'arte
non esiste pi una dinamica tra dentro e fuori, solo una scissione. Al culmine del Modernismo la
scissione tra l'arte e il mondo era quasi assoluta o, detto altrimenti, l'arte era un mondo a s.
Ovviamente si sceglieva cosa far entrare in quel mondo in base alla bellezza, e presto questa bellezza
era divenuta il nucleo stesso dell'arte, che in questo modo aveva potuto, e in un certo grado dovuto, per
non morire su se stessa, aprirsi agli oggetti del mondo reale e nello stadio che abbiamo raggiunto
adesso, dove il materiale dell'arte non ha pi nessuna importanza, ma  importante solo ci che l'arte
esprime, dunque non ci che , ma cosa pensa, di quali idee  portatrice, si  rinunciato anche
all'ultimo resto di oggettivit, all'ultimo resto di qualcosa al di fuori dell'umano. L'arte  diventata un
letto disfatto, qualche fotocopiatrice in una stanza, una motocicletta su un tetto. E l'arte  diventata il
pubblico stesso, il modo in cui reagisce, ci che i giornali scrivono su di essa; l'artista uno che recita.
Cos . L'arte non ha niente al di fuori di s, la scienza non ha niente al di fuori di s, la religione non
ha niente al di fuori di s. Il nostro mondo  chiuso su se stesso, chiuso su di noi, e non c' pi nessuna
via d'uscita. Coloro che in questa situazione chiedono pi interiorit, pi spiritualit, non hanno capito
niente, perch il problema  che lo spirito ha invaso tutto quanto. Tutto  diventato spirito, persino i
nostri corpi non sono pi corpi, ma idee di corpi, qualcosa che si trova nel firmamento di immagini e
rappresentazioni di noi e dentro di noi, dove viene vissuta una parte sempre crescente delle nostre vite.
Il confine con ci che non ci parla, con l'inafferrabile,  stato abolito. Comprendiamo tutto, e questo
succede perch abbiamo trasformato tutto in noi stessi. Infatti tutti coloro che nel nostro tempo si sono
avvicinati al neutro, al negativo, al non umano nell'arte, lo hanno fatto attraverso il linguaggio,  l che
hanno cercato l'incomprensibile e l'ignoto, come se questi si trovassero nella zona di confine della
modalit espressiva dell'uomo, cio al margine della nostra capacit di comprensione, e questo ha in
effetti una logica: dove altro potrebbero trovarsi, in un mondo che non riconosce pi ci che si trova al
suo esterno?
 in questa luce che bisogna vedere il ruolo stranamente duplice che ha assunto la morte. Da un
lato  ovunque, siamo sommersi da notizie di morte, immagini di morte; per la morte in questo senso
non ci sono confini,  preponderante, ubiqua, inesauribile. Ma questa  la morte come
rappresentazione, la morte senza corpo, la morte come idea e immagine, la morte come spirito. Questa
morte equivale al nome morte, l'entit senza corpo a cui ci si riferisce quando si usa il nome di una
persona morta. Infatti, mentre il nome, finch la persona  in vita, si riferisce al corpo, a dove si trova,
cosa fa, con la morte il nome si divide dal corpo e rimane tra i vivi, che con il nome indicano sempre
ci che era, mai quello che  adesso, un corpo che sta marcendo da qualche parte. Questo aspetto della
morte, quello che appartiene al corpo ed  concreto, fisico, materiale, questa morte  cos
accuratamente tenuta nascosta da sembrare una specie di frenesia, e funziona, basta sentire come si
esprimono di solito le persone che sono state testimoni di incidenti mortali o di omicidi. Dicono tutti la
stessa cosa,  stato del tutto surreale, anche se quello che vogliono dire  il contrario.  stato cos reale.
Ma noi non viviamo pi in questa realt. Per noi tutto si  ribaltato, per noi il reale  irreale, l'irreale
reale. E la morte, la morte  l'ultimo passo nel vasto mondo esterno.  per questo che deve essere
tenuta nascosta. Perch senz'altro la morte  al di l dei nomi e al di l della vita, ma non  al di fuori
del mondo.
Avevo quasi trent'anni, quando vidi un cadavere per la prima volta. Era l'estate del 1998, un
pomeriggio di luglio, in una cappella a Kristiansand. Il morto era mio padre. Era disteso su un tavolo
nel mezzo della stanza, il cielo era coperto, la luce della stanza grigiastra, fuori dalla finestra un
tosaerba andava lentamente su e gi sul prato. Ero l insieme a mio fratello. L'impresario di pompe
funebri era uscito per lasciarci soli con il morto, che guardavamo da qualche metro di distanza. Gli
occhi e la bocca erano chiusi, il busto coperto da una camicia bianca, le gambe da pantaloni neri. Il
pensiero di poter osservare per la prima volta quel viso senza impedimenti era quasi insostenibile. Era
come se gli stessi facendo violenza. Allo stesso tempo sentivo una voracit, un senso di non saziet,
che mi spingeva a continuare a guardarlo, quel corpo morto che qualche giorno prima era stato mio
padre. Avevo familiarit con quei lineamenti, ero cresciuto con quel viso e, anche se negli ultimi anni
non l'avevo visto cos spesso, non passava quasi una notte senza che lo sognassi. Avevo familiarit con
quei lineamenti, ma non con l'espressione che avevano assunto. Una tinta scura e giallognola della
pelle, insieme alla perdita di elasticit, dava l'impressione che il volto fosse intagliato nel legno. Questa
legnosit rendeva impossibile ogni sensazione di vicinanza. Non stavo pi guardando un uomo, ma
qualcosa che somigliava a un uomo. Ma era comunque stato tra noi, e ci che egli era stato qua si
trovava ancora dentro di me, si stendeva come un velo di vita sulla morte. Lentamente Yngve scivol
verso l'altro lato del tavolo. Non lo vidi, registrai semplicemente il movimento quando alzai la testa. Il
giardiniere che guidava il tosaerba si voltava indietro ogni volta per controllare se stava seguendo il
bordo del tratto gi tagliato. I pezzetti di erba che non venivano catturati dalla macchina turbinavano
per aria intorno a lui. Probabilmente alcuni restavano attaccati sotto la macchina, perch, a intervalli
regolari, si lasciava dietro mucchietti umidi di erba pressata, sempre pi scura di quella del prato. Sul
vialetto di ghiaia alle sue spalle c'era un piccolo corteo di tre persone, tutte a capo chino, una delle
quali indossava un cappotto rosso che risaltava contro il verde dell'erba e il grigio del cielo. Ancora pi
in l passava una fila di macchine dirette verso il centro.
Poi all'improvviso il rumore del tosaerba rimbalz contro il muro della cappella. L'impressione
che suscit, che dovesse far aprire gli occhi a pap, fu cos forte che feci un passo indietro.
Yngve mi guard accennando un sorriso. Credevo forse che il morto potesse svegliarsi?
Credevo che il legno potesse tornare di nuovo uomo?
Fu un momento terribile. Ma quando fin e lui, nonostante tutti i rumori e le sensazioni, rimase
immobile, capii che lui in realt non esisteva. Il senso di libert che si fece strada allora nel mio petto
era tanto difficile da controllare quanto le precedenti ondate di dolore, e trov lo stesso sfogo, in un
singhiozzo che mi sfugg subito dopo, senza che lo volessi.
Incrociai lo sguardo di Yngve e sorrisi. Venne verso di me e si mise al mio fianco. La sua
vicinanza mi fece sentire meglio. Ero cos contento che fosse l e dovetti lottare per non rovinare tutto
perdendo di nuovo il controllo. Dovevo pensare a qualcos'altro, concentrarmi su qualcos'altro. Dalla
stanza accanto giungevano rumori. I suoni erano bassi e in contrasto con l'atmosfera della stanza,
estranei alla coscienza, proprio come i suoni che penetrano nei sogni dalla realt intorno a chi dorme.
Abbassai gli occhi su pap. Le dita intrecciate e poggiate sul ventre, l'orlo giallo di nicotina
sull'indice, chiazzato come pu esserlo la carta da parati. Le rughe esagerate della pelle sopra le
nocche, che ora sembravano essere state scolpite, innaturali. E poi il viso. Non era certo rilassato,
perch, nonostante fosse l pacifico e tranquillo, c'erano ancora tracce di qualcosa che non potrei
definire con altre parole se non volont. Mi ricordai che avevo sempre cercato di decidere che
espressione avesse il suo viso. Che mai l'avevo guardato senza cercare anche di interpretarlo.
Ma ora era serrato.
Mi voltai verso Yngve.
Andiamo? disse.
Feci cenno di s con la testa.
L'impresario di pompe funebri ci aspettava nella stanza accanto. Lasciai la porta aperta. Anche
se sapevo che era irrazionale, non volevo che pap restasse da solo l dentro.
Dopo aver dato la mano all'impresario di pompe funebri e scambiato alcune parole su cosa ci sarebbe
stato da fare nei giorni prima del funerale, andammo nel parcheggio e ci accendemmo una sigaretta,
Yngve appoggiato alla macchina, io seduto su un muretto. C'era aria di pioggia. Gli alberi del
boschetto dietro al cimitero si piegavano sotto la forza crescente del vento. Nell'arco di pochi secondi il
fruscio delle foglie arriv a coprire il rumore del traffico che veniva dall'altro lato del prato. Poi si
calm di nuovo.
Eh s,  stato strano disse Yngve.
S. Ma sono contento di averlo fatto.
Anch'io. Dovevo vederlo per crederci.
E adesso ci credi? chiesi.
Sorrise.
E tu no?
Invece di sorridergli anch'io, come avevo pensato, cominciai a piangere un'altra volta. Mi
coprii il viso e chinai la testa. Fui scosso da una serie di singhiozzi. Quando mi pass, lo guardai con un
leggero sorriso.
 come quando eravamo piccoli dissi. Io piango e tu guardi.
Sei sicuro di... domand cercando il mio sguardo. Sei sicuro di riuscire a fare il resto da
solo?
Certo risposi, non c' nessun problema.
Posso benissimo telefonare e dire che resto.
Vai pure a casa. Facciamo come avevamo deciso.
Okay. Allora vado via adesso.
Gett via la sigaretta, prese le chiavi dalla tasca. Mi alzai e mi avvicinai di qualche passo, ma
non tanto da poterci salutare con una stretta di mano o con un abbraccio. Apr la portiera, si mise a
sedere, mi guard mentre girava la chiave e il motore si accendeva.
Allora ciao per adesso disse.
Ciao. Guida con prudenza. E saluta a casa!
Chiuse la portiera, si accomod a sedere, si ferm e si mise la cintura di sicurezza, ingran la
prima e si avvi lentamente verso la strada principale. Cominciai a camminare dietro di lui.
All'improvviso le luci posteriori si accesero e fece marcia indietro.
 meglio se prendi tu questa disse, allungando la mano fuori dal finestrino. Era la busta
marrone che ci aveva dato l'impresario di pompe funebri.
Non ha senso che me la porti dietro fino a Stavanger disse. Cos resta qui. Okay?
Okay.
Allora ci vediamo. Tir su il finestrino e la musica, che negli ultimi istanti aveva invaso il
parcheggio, all'improvviso sembr provenire da sott'acqua. Non mi mossi se non dopo che la sua
macchina ebbe svoltato sulla strada principale e fu sparita. Era un istinto che mi era rimasto
dall'infanzia: mi avrebbe colto la sfortuna se non lo avessi fatto. Poi misi la busta nella tasca interna
della giacca e mi incamminai verso la citt.
Tre giorni prima, verso le due del pomeriggio, Yngve mi aveva telefonato. Sentii subito dalla
sua voce che si trattava di qualcosa di particolare e la prima cosa a cui pensai fu:  morto pap.
Ciao disse. Sono io. Chiamo per dirti che  successa una cosa. S...  successa una cosa...
S? dissi. Ero nell'ingresso con una mano poggiata alla parete e la cornetta nell'altra.
 morto pap.
Oh dissi.
Ha appena telefonato Gunnar. La nonna lo ha trovato su una sedia stamattina presto.
Di cosa  morto?
Non lo so. Ma sicuramente  stato il cuore.
Non c'erano finestre nel corridoio e la lampada del soffitto era spenta, quindi l'unica luce era il
bagliore che veniva dalla cucina da un lato e dalla camera da letto dall'altro. Il volto che stavo fissando
riflesso nello specchio era cupo e mi guardava come da un luogo lontano.
Che cosa facciamo adesso? In senso pratico, voglio dire .
Gunnar si aspetta che ci occupiamo di tutto noi. Quindi dovremmo andare l. Il prima
possibile, in pratica.
S dissi. Dovevo andare al funerale di Borghild. Stavo partendo in effetti. Quindi ho la
valigia pronta. Posso partire subito. Ci incontriamo direttamente l?
Potrebbe andare bene. In ogni caso, vado in macchina domani mattina.
Domani. Fammi pensare.
Perch non vieni qui in aereo, cos poi possiamo andare insieme?
Buona idea. Far cos. Ti richiamo quando so che volo prendo. Okay?
Okay. Allora ci vediamo.
Dopo aver riattaccato, entrai in cucina e versai dell'acqua nel bollitore, presi una bustina di t
dalla credenza e la misi in una tazza pulita, mi sporsi sul bancone per guardare la strada che passava
davanti casa e che si poteva intravedere a chiazze tra i verdi cespugli che crescevano fitti tra il margine
del piccolo giardino e il bordo della strada. Sull'altro lato svettavano alcuni alberi pieni di foglie,
nell'oscurit sotto di loro una stradina saliva verso la via principale, sovrastata dall'ospedale di
Haukeland. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che non riuscivo a pensare a quello a cui avrei
dovuto pensare. Che non sentivo quello che avrei dovuto sentire. Pap  morto, pensai,  un
avvenimento grande e importante, mi dovrebbe assorbire completamente, ma non  cos, perch eccomi
qui a guardare il bollitore, irritato perch ancora non bolle. Sono qui a guardare fuori e a pensare
quanto siamo stati fortunati con questo appartamento, come ogni volta che guardo il giardino, perch 
la vecchia padrona di casa che se ne occupa, e non penso che pap  morto, nonostante questa sia
l'unica cosa che conta. Deve essere una specie di shock, pensai versando l'acqua nella tazza, anche se
non era ancora bollente. Il bollitore, un modello lussuoso scintillante, era il regalo di matrimonio di
Yngve. La tazza, una tazza gialla di Hganes, non ricordo chi ce l'aveva regalata, ma era sulla lista di
nozze di Tonje. Tirai un po' la cordicella della bustina, la buttai nel lavello, dove atterr con un leggero
tonfo, e andai nella sala da pranzo con la tazza in mano. Per fortuna che almeno ero solo in casa!
Mi aggirai per l'appartamento, cercando di dare un significato al fatto che pap era morto, ma
non ci riuscii. Non aveva senso. Lo capivo, lo accettavo, e l'assurdo non era che una vita che avrebbe
potuto continuare all'improvviso era stata strappata via, ma che fosse un fatto tra tanti e non occupasse
nella mia coscienza la posizione che avrebbe dovuto.
Giravo per il salotto con la tazza di t in mano, il giorno fuori era grigio e mite, il terreno
scendeva gradualmente, pieno di tetti e verdi giardini rigogliosi. Abitavamo l solo da qualche
settimana, venivamo da Volda, dove Tonje aveva preso la specializzazione in comunicazioni
radiofoniche e io avevo scritto un romanzo che sarebbe uscito due mesi pi tardi. Era la prima casa
veramente nostra; l'appartamento di Volda non contava, era temporaneo, questo invece era
permanente, o per lo meno rappresentava qualcosa di permanente, la nostra casa. Le pareti sapevano
ancora di vernice. Color avorio nel salotto, cos come nelle altre stanze, a parte il rosso carminio della
sala da pranzo, consigliato dalla madre di Tonje, che era un'artista, ma che dedicava la maggior parte
del suo tempo all'arredamento e alla cucina, entrambi ad alto livello, la sua casa sembrava uscita da
una rivista di arredamento e i piatti che cucinava erano sempre elaborati e ricercati. Ma la nostra casa
non era certo come quelle delle riviste di arredamento, perch i tanti mobili, poster e scaffali erano il
segno della vita studentesca che avevamo appena lasciato. Il romanzo lo avevo scritto grazie al prestito
per studenti (perch in teoria ero iscritto alla facolt di lettere) fino a Natale, poi i soldi finirono e
dovetti chiedere un anticipo alla casa editrice, che conoscevo da poco. La morte di pap, dunque,
sembrava preordinata, perch aveva dei soldi, doveva avere dei soldi, no? I tre fratelli avevano venduto
la casa di Elvegaten e diviso i proventi meno di due anni prima. Non poteva certo averli sperperati in
cos poco tempo?
Mio padre  morto e io penso ai soldi che me ne verranno.
E allora?
Penso quello che penso, non posso certo evitarlo, no?
Posai la tazza, aprii la porta e uscii sul balcone, mi appoggiai alla ringhiera con le mani rigide e
guardai davanti a me, inspirando l'aria calda dell'estate, cos piena di odori delle piante, delle macchine
e della citt. Un secondo dopo ero di nuovo in salotto a guardarmi intorno. Avrei potuto mangiare
qualcosa. Bere qualcosa? Uscire a comprare qualcosa?
Andai nel corridoio, guardai nella camera da letto, il grande letto disfatto, la porta che andava in
bagno. Questo potevo farlo, pensai, farmi una doccia, andava bene, presto sarei partito.
Via i vestiti, gi l'acqua, calda fumante, sulla testa, lungo il corpo.
Forse avrei potuto masturbarmi?
No, cavolo, era morto pap.
Morto, morto, pap era morto.
Morto, morto, pap era morto.
Neppure stare l sotto l'acqua destava in me qualcosa, quindi la chiusi, mi asciugai con un
grande asciugamano, mi passai un po' di deodorante sotto le ascelle, mi vestii e andai in cucina per
vedere che ora fosse mentre mi asciugavo i capelli con un asciugamano pi piccolo.
Le due e mezzo.
Tonje sarebbe arrivata a casa un'ora dopo.
Non riuscivo neppure a pensare di poterle dire tutto in un colpo solo quando arrivava, quindi
andai nell'ingresso, gettai l'asciugamano nella stanza da letto, sollevai la cornetta e composi il suo
numero. Rispose subito.
Sono Tonje.
Ciao Tonje, sono io dissi. Tutto bene?
S. In realt stavo rileggendo un testo, sono venuta in ufficio solo per prendere una cosa. Ma
quando ho fatto vengo a casa.
Bene.
Tu che fai?.
No, niente dissi. Ma ha telefonato Yngve. Pap  morto.
Cosa?  morto?
S.
Oh, poverino! Oh, Karl Ove...
Va tutto bene dissi. Non  stata una cosa inaspettata. Ma vado comunque laggi stasera.
Prima da Yngve, poi partiamo insieme in macchina domattina presto.
Vuoi che venga anch'io? Posso farlo.
No, no. Devi lavorare! Resta qui, verrai poi per il funerale .
Oh, poverino disse di nuovo. Passo la correzione a qualcun altro. Cos posso venire subito.
Quando parti?
Non c' fretta dissi. Parto tra qualche ora. E non  una cattiva idea stare un po' da solo.
Sicuro?
S, s. Del tutto. In realt non provo niente. Ma  da tanto che lo dicevamo, che sarebbe morto
presto se avesse continuato cos. Quindi ero preparato.
Okay disse Tonje. Allora finisco di lavorare e poi mi sbrigo a venire a casa. Stai su di
morale. Ti amo.
Anch'io ti amo.
Quando ebbi riattaccato, mi venne in mente la mamma. Dovevamo farglielo sapere. Alzai di
nuovo la cornetta e feci il numero di Yngve. Le aveva gi telefonato.
Ero seduto in salotto, pronto per uscire, quando sentii Tonje alla porta. Entr nell'appartamento
fresca e vivace come un vento estivo. Mi alzai. I suoi movimenti erano agitati, lo sguardo dolcemente
preoccupato, disse che voleva venire, ma che avevo ragione, la cosa migliore era che lei restasse l, cos
chiamai un taxi e rimasi con lei sulle scale davanti alla porta di casa e aspettai cinque minuti prima che
arrivasse. Siamo una coppia sposata, pensai, siamo marito e moglie, mia moglie  fuori dalla porta di
casa per salutarmi prima che parta, pensai sorridendo. Ma da dove veniva questa immagine dalla patina
falsa? Il fatto che giocavamo a fare il marito e la moglie, pi che esserlo veramente?
Perch sorridi?
Niente dissi. Pensavo a una cosa.
Le strinsi la mano.
Eccolo disse.
Guardai la fila di case. Nero come uno scarafaggio, il taxi strisci su per la salita, si ferm
esitante all'incrocio come uno scarafaggio, per poi proseguire verso destra, l'altro braccio della nostra
strada.
Vado a fermarlo? chiese Tonje.
No, perch? Posso benissimo farlo io.
Presi la valigia e scesi le scale fino alla strada. Tonje mi segu.
Vado all'incrocio dissi. Cos posso prenderlo da l. Ti chiamo stasera, okay?
Ci baciammo e, quando mi voltai dall'incrocio, mentre il taxi avanzava su per la salita, mi
salut con la mano.
Knausgrd? chiese l'autista quando aprii la portiera e infilai dentro la testa.
Esatto dissi. Devo andare a Flesland.
Salti su, la valigia la prendo io.
Scivolai sul sedile posteriore e mi appoggiai allo schienale. I taxi, adoravo i taxi. Non quelli con
cui tornavo a casa, ma quelli con cui andavo all'aeroporto o alla stazione. C' qualcosa di meglio che
stare seduto sul sedile posteriore di un taxi ed essere trasportati attraverso citt e periferie, sulla strada
per andarsene lontano?
 una strada ingannevole questa disse l'autista quando risal. L'avevo sentito dire, che si
divide in due, ma non ci ero mai stato di persona. In vent'anni.  proprio strano.
S dissi.
Ormai penso di essere stato dappertutto. Penso che questa sia l'ultima strada in cui non ero
stato.
Mi sorrise dallo specchietto.
Sta andando in vacanza?
No dissi. Non proprio. Oggi  morto mio padre. Vado a preparare il funerale. A
Kristiansand.
Questo mise fine alla conversazione. Rimasi seduto immobile a guardare le case per tutto il
tragitto, non pensavo a niente di particolare, guardavo e basta. Minde, Fantoft, Hop. Benzinai,
concessionari di automobili, supermercati, zone residenziali, bosco, acqua, zone abitate. Quando
arrivammo all'ultimo tratto di strada, da dove potevo vedere le torri dell'aeroporto, presi la carta di
credito e mi sporsi in avanti per leggere il tassametro. Trecentoventi. Non era certo stata una mossa
molto astuta prendere il taxi, l'autobus per arrivare fin l costava dieci volte meno e, se c'era qualcosa
che in quel momento mi mancava erano proprio i soldi.
Mi pu fare una ricevuta da trecentocinquanta? chiesi, porgendogli la carta.
S, certo disse, prendendola. La pass nel lettore che dopo un po' emise una ricevuta. La
poggi insieme a una penna su un blocco che mi porse, io firmai, strapp un'altra ricevuta e me la
diede.
Grazie disse.
Grazie a lei risposi. Prendo da solo il bagaglio.
Anche se la valigia era pesante, la portai a mano fino alla sala d'attesa. Odiavo i carrelli trolley,
prima di tutto perch erano femminili, e quindi non degni di un uomo (un uomo doveva portare le cose
a mano, non trascinarle su delle rotelle), in secondo luogo perch rappresentavano l'idea della cosa
ottenuta senza sforzo, della scorciatoia, del risparmio, della furbizia, che io detestavo e che cercavo di
contrastare ovunque andassi, anche dove era minima e insignificante. Perch si doveva vivere nel
mondo senza sentirne il peso? Eravamo forse delle figurine? E che cosa si risparmiava in realt quando
si risparmiavano le forze?
Poggiai la valigia sul pavimento della piccola sala e guardai il tabellone delle partenze. Alle
cinque c'era un volo per Stavanger che sarei riuscito a prendere tranquillamente. Ma anche uno alle sei.
Visto che mi piaceva stare in aeroporto, ancora pi di quanto non mi piacesse stare seduto nei taxi,
optai per quest'ultimo.
Mi girai verso il check-in. L'affluenza era scarsa, eccetto per i tre banchi in fondo, dove la coda
si snodava lunga e caotica e, dai vestiti dei passeggeri, che sembravano quasi tutti leggeri, e dalla
quantit dei bagagli, che era enorme, e dall'umore, che era cos buono come pu esserlo solo dopo
qualche bicchierino, capii che stavano andando al Sud con dei voli charter. Comprai il biglietto, feci il
check-in e mi diressi verso le cabine pubbliche per telefonare a Yngve. Rispose subito.
Ciao, sono Karl Ove dissi. Il volo parte alle sei e un quarto. Quindi sar a Sola a un quarto
alle sette. Vieni a prendermi tu, o...?
S, posso venire a prenderti.
Hai risentito qualcuno?
No... Ho chiamato Gunnar e gli ho detto che saremmo arrivati. Non sapeva altro. Pensavo di
partire presto, cos riusciamo ad andare all'impresa di pompe funebri prima che chiuda. Domani 
sabato.
S dissi. Mi sembra possa andar bene. A dopo, allora .
S, a dopo.
Riattaccai e salii le scale fino al bar, comprai una tazza di caff e un giornale, trovai un tavolo
con vista sulla sala sottostante, appesi la giacca allo schienale della sedia, gettai uno sguardo nel locale
per vedere se c'era qualcuno che conoscevo e poi mi sedetti.
Il pensiero di pap riaffiorava a intervalli regolari, come sempre da quando Yngve aveva
telefonato, ma senza essere collegato a dei sentimenti, sempre e soltanto come una pura constatazione.
Era sicuramente perch ero preparato. Fin dalla primavera in cui si era separato da mia madre la sua
vita aveva puntato in quella direzione. Allora non lo avevamo capito, ma a un certo punto oltrepass il
limite, e da allora fummo consapevoli del fatto che gli poteva succedere qualunque cosa, anche la
peggiore. O la migliore, a seconda di come la si guardava. Per lungo tempo avevo desiderato che
morisse, ma dall'istante in cui avevo compreso che la sua vita poteva finire presto, avevo cominciato a
sperarlo. Quando alla televisione venivano date notizie di incidenti mortali nella zona dove abitava, che
fossero incendi o incidenti d'auto, persone trovate morte nel bosco o in mare, la mia prima reazione era
di speranza: forse  pap. Invece non era mai lui, se la cavava, continuava a vivere.
Fino a ora, pensai, e guardai le persone che si muovevano nella sala sottostante. Tra venticinque
anni un terzo di loro sarebbe stato morto, tra cinquant'anni due terzi, tra cento tutti. E cosa ne sarebbe
rimasto, che valore avrebbe avuto la loro vita? Con la mandibola spalancata e le orbite degli occhi
vuote, gi da qualche parte nel profondo della terra?
Forse era cos che sarebbe arrivato il giorno del Giudizio. Tutti gli scheletri e i teschi che sono
stati sepolti nell'arco delle migliaia di anni in cui gli uomini hanno vissuto sulla Terra, avrebbero
raccolto le loro ossa scricchiolanti e si sarebbero alzati, gemendo verso il sole, e Dio, grande e
onnipotente, li avrebbe giudicati, troneggiando nel cielo, circondato da una schiera di angeli. Sulla
Terra, cos verde e magnifica, avrebbero risuonato le trombe e da tutti i prati e le valli, da tutte le
spiagge e le pianure, dai mari e dalle acque, i morti si sarebbero alzati e sarebbero andati dal Signore
loro Dio, sarebbero stati innalzati a Lui, giudicati e precipitati nelle fiamme dell'inferno, giudicati e
innalzati verso la luce del cielo. Anche coloro che erano l in quel momento, con i loro trolley e le buste
del duty-free, i loro portafogli e le loro carte di credito, le ascelle profumate e gli occhiali, i capelli tinti
e le sedie a rotelle, sarebbero stati risvegliati alla vita, non sarebbe stato possibile vedere nessuna
differenza tra loro e coloro che erano morti nel Medioevo o all'et della pietra, sarebbero stati i morti, e
i morti sono i morti, e i morti saranno giudicati nel giorno del Giudizio.
Dal fondo della hall, dov'erano i nastri per il ritiro dei bagagli, arriv un gruppo di circa venti
giapponesi. Posai la sigaretta accesa sul posacenere e bevvi un sorso di caff, seguendoli con lo
sguardo. Quel certo non so che di esotico in loro, che non dipendeva n dai vestiti, n dall'aspetto, era
affascinante, e avevo sognato a lungo di abitare in Giappone, circondato da un senso di esotico, da tutto
quello che uno vedeva ma non capiva, ne intuiva forse il significato, ma non poteva mai esserne sicuro.
Stare in una casa giapponese, semplice e spartana, con porte scorrevoli e pareti in legno, pensata per un
senso del decoro profondamente estraneo a me e al mio modo di essere nordeuropeo, sarebbe stato
fantastico. Stare l a scrivere un romanzo e osservare come gli ambienti che ti circondano lentamente e
naturalmente danno forma alla scrittura, perch ovviamente il nostro modo di pensare  strettamente
collegato agli ambienti concreti in cui siamo immersi, cos come alle persone con cui parliamo e ai libri
che leggiamo. Il Giappone, ma anche l'Argentina, dove l'europeo e il noto avevano preso una
sfumatura completamente nuova, si erano trasferiti in un posto completamente diverso; e gli Stati Uniti,
una delle cittadine su nel Maine, per esempio, con il loro carattere meridionale, cosa non poteva
nascere in questi luoghi?
Posai la tazza e ripresi la sigaretta, mi voltai e guardai verso il gate, dove gi si trovavano alcuni
passeggeri, nonostante non fossero ancora le cinque.
Ma ora ero a Bergen.
Un vento gelido mi attravers.
Pap  morto.
Per la prima volta da quando Yngve mi aveva chiamato, me lo vidi davanti. Non come era stato
negli ultimi anni, ma com'era durante la mia infanzia, quando andavamo con lui sull'isola di Tromya
per pescare in inverno, quando il vento ci ululava nelle orecchie e l'acqua del mare schizzava per aria,
fra le grosse onde grigie che si infrangevano sugli scogli, e stava l con la canna da pesca in mano e la
faceva roteare e ci guardava ridendo. Capelli neri e folti, barba scura, il volto non perfettamente
simmetrico ricoperto da piccole gocce d'acqua. Incerata blu, stivali di gomma neri.
Questa era l'immagine.
Succedeva sempre che me lo immaginassi in situazioni in cui era bravo. Che il mio subconscio
dovesse scegliere una situazione in cui provavo affetto per lui. Era un tentativo di manipolazione,
scopertamente volto a spianare la strada alla sentimentalit irrazionale, che, non appena la porta si fosse
aperta, sarebbe sgorgata fuori senza freni e si sarebbe impossessata di me. Era cos che lavorava il
subconscio, considerava sicuramente se stesso come una specie di censore dei pensieri e della volont e
si accendeva davanti a tutto ci che sembrava in opposizione alla razionalit dominante. Ma pap aveva
avuto quello che si meritava, era bene che fosse morto, quello che dentro di me diceva il contrario
mentiva. E questo valeva non solo per quello che lui era stato durante gli anni della mia crescita, ma
anche per quello che era diventato quando, a met della sua vita, aveva rotto con il passato e aveva
ricominciato da capo. Perch era cambiato, anche nel suo modo di comportarsi con me, ma non aveva
funzionato, non volevo avere niente a che fare neanche con quello che era diventato. La primavera in
cui cambi aveva cominciato a bere e continu per tutta l'estate, era questo che facevano pap e Unni,
stavano seduti sotto il sole a bere, lunghe, dolci giornate ubriache, e quando inizi la scuola
continuarono, ma solo il pomeriggio e la sera, e nei fine settimana. Si trasferirono nella Norvegia del
Nord e l lavoravano insieme in una scuola, e fu allora che cominciammo a sospettare come stavano le
cose, perch una volta che andammo a trovarli, io, Yngve e la sua fidanzata, pap venne a prenderci
con la macchina, era pallido e le sue mani tremavano, quasi non profer parola e quando arrivammo nel
loro appartamento, and in cucina e bevve tre birre di fila e fu come se riprendesse vita, smise di
tremare, ci fece entrare, cominci a chiacchierare, continu a bere. In quei giorni (erano le vacanze di
Natale) beveva in continuazione, ma lui stesso faceva notare che era vacanza e allora ci si poteva
concedere un goccio, specie quass, dove era cos buio per tutto l'inverno. Unni aspettava un bambino
all'epoca, quindi lui beveva da solo. Lo stesso anno era stato membro di una commissione d'esame
nella zona di Kristiansand e aveva chiesto a me, a Yngve e alla sua ragazza di andare a pranzo nel suo
albergo, il Caledonia, ma quando arrivammo alla reception, dove lo dovevamo incontrare, lui non
c'era. Aspettammo mezz'ora e poi chiedemmo all'addetto. Era nella sua stanza, salimmo, bussammo
alla porta, nessuno rispose, probabilmente dormiva, bussammo pi forte e lo chiamammo ad alta voce,
ma nessuna reazione, e ce ne andammo senza aver fatto quello per cui eravamo venuti. Due giorni dopo
il Caledonia bruci, dodici persone morirono; io, che facevo la seconda liceo, andai l con Bassen
durante la pausa pranzo a guardare i lavori di spegnimento. Se mio padre si fosse trovato l, nello stato
in cui era sarebbe stato una delle vittime, questo era chiaro, dissi a Bassen, ma n io n Yngve
potevamo ancora comprendere cosa gli stava succedendo, non avevamo esperienza di alcolizzati,
nessuno lo era in famiglia e, anche se capivamo che beveva - perch alla fine eravamo stati coinvolti in
diverse notti gelide che si scioglievano in lacrime, liti e gelosia, dove svaniva ogni senso di dignit, ma
non a lungo, il giorno dopo era di nuovo l, riusciva sempre a fare il suo lavoro, e ne era fiero - non
capivamo che non riusciva a smettere, e forse neppure lo voleva. Adesso questa era la sua vita, adesso
questo era quello che faceva, anche se il bambino era nato. Poteva rimediare nelle mattine in cui
andava a lavorare, allora non era mai ubriaco, ma qualche birra durante la giornata non fa mica niente,
guarda i danesi, bevono a pranzo, e in Danimarca le cose vanno bene, no?
In inverno andavano al Sud, agli accompagnatori di viaggio arrivarono delle lamentele su di
loro, a quanto vidi da una lettera a casa loro, su un problema che era scoppiato perch pap aveva avuto
un collasso ed era stato portato all'ospedale con l'ambulanza, aveva forti dolori al petto, e dopo aveva
fatto causa all'agenzia di viaggi, perch pensava che l'infarto fosse stato provocato dal trattamento che
aveva ricevuto laggi, al che l'agenzia aveva risposto piuttosto seccamente che non era stato un infarto,
ma un collasso dovuto all'alcol e alle pasticche.
Dopo un po' avevano lasciato la Norvegia del Nord ed erano tornati al Sud, dove pap, ormai
grasso e flaccido, con un'enorme pancia, beveva in continuazione. Che riuscisse a mantenersi sobrio
qualche ora per poterci venire a prendere in macchina era ormai impensabile. Divorziarono, pap si
trasfer in una citt della Norvegia orientale, dove aveva trovato un nuovo lavoro, che perse dopo
qualche mese, e allora non gli rimase nulla, nessun matrimonio, nessun lavoro e quasi nessun figlio,
perch, nonostante Unni fosse contenta che stesse insieme al bambino, e glielo avesse davvero lasciato,
anche se non era andata tanto bene, dopo un po' perse il diritto di stare con lui, e la cosa lo lasci
piuttosto indifferente. Comunque si infuri, probabilmente perch era un suo diritto, e adesso non
perdeva occasione per sottolineare i suoi diritti. Successero cose terribili e tutto ci che pap ne ricav
fu l'appartamento nella Norvegia orientale, dove stava a bere, quando non andava a bere al pub in citt.
Era enorme come un barile e, anche se la pelle era sempre scura, sembrava offuscata, coperta da un
velo, e con la barba e i capelli e i vestiti trasandati sembrava quasi un selvaggio mentre si aggirava in
cerca di qualcosa da bere. Una volta scomparve all'improvviso, come risucchiato dalla terra, per
diverse settimane. Gunnar telefon a Yngve per avvertirlo che ne aveva denunciato la scomparsa.
Quando torn in s, era in un ospedale nella Norvegia orientale e non poteva camminare. La paralisi
non era per permanente, si rimise in piedi e, dopo qualche settimana di ricovero in una clinica di
disintossicazione, continu come prima.
A quell'epoca non avevo nessun contatto con lui. Ma faceva visita alla nonna sempre pi spesso
e per periodi sempre pi lunghi. Alla fine si trasfer da lei, e l si barric. Mise le cose che gli restavano
in garage, butt fuori di casa la badante che Gunnar aveva trovato per la nonna, che non riusciva pi a
cavarsela tanto bene da sola, e mise il chiavistello alla porta. Rimase l finch non mor. Una volta
Gunnar aveva telefonato a Yngve e gli aveva descritto la situazione. Tra l'altro gli aveva raccontato che
una volta era arrivato e aveva trovato pap sdraiato sul pavimento del salotto. Si era rotto una gamba,
ma, invece di chiedere alla nonna di chiamare l'ambulanza, le aveva detto di non dirlo a nessuno,
nemmeno a Gunnar, e cos lei aveva fatto, lui era rimasto l sdraiato, circondato da piatti con avanzi di
cibo, bottiglie e bicchieri con birra e alcolici che lei gli aveva portato dal suo abbondante rifornimento.
Gunnar non sapeva da quanto tempo era l, forse un giorno, forse due. Che avesse telefonato a Yngve e
glielo avesse raccontato non poteva significare altro che Gunnar pensava che avremmo dovuto
prendere in mano la situazione e tirarlo fuori di l, perch l sarebbe morto, e ne discutemmo, ma
decidemmo di non fare niente, doveva fare il suo corso, vivere la sua vita, morire la sua morte.
Ora lo aveva fatto.
Mi alzai e andai al bancone per prendere dell'altro caff. Un uomo con un elegante vestito nero,
con una sciarpa di seta intorno al collo e della forfora sulle spalle, era l in piedi a servire. Pos la tazza
bianca, piena fino all'orlo di caff scuro, sul vassoio rosso e mi guard con aria interrogativa mentre
sollevava leggermente il bricco.
Lo prendo da solo, grazie dissi.
Come vuole disse lui e pos il bricco su un piatto. Pensai che fosse un laureato. La cameriera,
una donna robusta tra i cinquanta e i sessanta, era sicuramente di Bergen, perch quel tipo di lineamenti
li avevo visti dappertutto in citt negli otto anni in cui vi avevo abitato, sugli autobus e per le strade,
dietro ai banconi e nei negozi, con quei capelli tagliati corti e tinti e quegli occhiali squadrati che solo
le donne di quell'et possono trovare belli. Quando sollevai la tazza per fargliela vedere, allung la
mano.
Sto riempiendo la tazza che avevo preso prima dissi.
Cinque corone disse lei con un sonoro accento berghense. Le misi in mano un pezzo da
cinque e tornai al tavolo. Avevo la bocca secca e il cuore mi batteva forte, come se fosse in agitazione,
ma io non ero affatto agitato, anzi, ero calmo e pesante quando mi sedetti a guardare il piccolo aereo
che era stato appeso sotto l'enorme soffitto di vetro, dove la luce del giorno restava come intrappolata,
e poi guardai il tabellone degli arrivi, dove l'orologio segnava le cinque e un quarto, e poi gi verso le
persone che si mettevano in fila, camminavano, si sedevano a leggere il giornale, stavano in piedi a
chiacchierare. Era estate, i colori dei vestiti laggi erano chiari, i corpi abbronzati, l'atmosfera leggera,
come sempre dove si riuniscono persone in viaggio. A volte, quando stavo seduto in questo modo,
capitava che percepissi i colori come se fossero netti e le linee taglienti, i volti distinti come non mai.
Erano carichi di significato. Senza quel significato, come li vedevo in quel momento, erano lontani e in
un certo senso vaghi, impossibili da afferrare, come ombre senza l'oscurit dell'ombra.
Mi voltai verso il gate. Uno stuolo di passeggeri che dovevano essere appena arrivati stava
salendo per il tunnel d'uscita dall'aereo. La porta della sala degli arrivi si apr e, con le giacche piegate
sul braccio e borse e sacchetti che penzolavano contro le cosce, entrarono i passeggeri, alzarono lo
sguardo in cerca dell'insegna per il ritiro dei bagagli, girarono a destra e sparirono.
Due ragazzi mi passarono davanti con in mano i bicchieri di carta della Coca-Cola e alcuni
cubetti di ghiaccio. Uno dei due aveva una leggera peluria sul labbro superiore e sul mento, avr avuto
quindici anni. L'altro era pi basso e imberbe, ma non per questo doveva necessariamente essere pi
giovane. Il pi alto aveva grosse labbra socchiuse e i suoi occhi vuoti gli davano un'aria da stupido. Il
pi piccolo aveva lo sguardo pi sveglio, ma come pu averlo un dodicenne. Disse qualcosa, risero
entrambi, e, quando arrivarono al tavolo, probabilmente lo ripeterono, perch si misero a ridere anche
quelli che erano l seduti.
Mi meravigliai di quanto fossero piccoli e del fatto che non riuscivo a immaginarmi di essere
stato anch'io cos piccolo quando avevo quattordici, quindici anni. Ma dovevo esserlo stato.
Allontanai la tazza del caff, mi alzai, misi la giacca sul braccio, presi la valigia e andai al gate,
mi sedetti vicino al bancone, dove una donna e un uomo in uniforme lavoravano ognuno davanti al
proprio computer. Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi per qualche secondo. Il volto di pap
era di nuovo davanti a me. Era come se fosse rimasto l ad aspettare. Un giardino nella nebbia, l'erba
calpestata e leggermente fangosa, una scala a pioli poggiata a un albero, il volto di pap che si gira
verso di me. Con le mani si aggrappa alla scala a pioli, indossa stivali alti, un pesante maglione fatto a
mano. Per terra accanto a lui ci sono due bacinelle bianche, a un lato della scala  appeso un secchio.
Aprii gli occhi. Non ricordavo di aver vissuto questa scena, non era un ricordo, ma se non era
un ricordo, allora cos'era?
Oh, no, lui era morto.
Feci un respiro e mi alzai. Davanti al bancone si era formata una piccola coda, i passeggeri
stavano attenti a tutto quello che faceva il personale e appena qualcosa indicava che si stava
avvicinando la partenza, erano l con i loro corpi.
Morto.
Mi misi in fondo, dietro un uomo dalle spalle larghe, di qualche centimetro pi basso di me.
Aveva dei peli sulla nuca e nelle orecchie. Dietro di me si mise una donna. Girai appena la testa per
riuscire a darle una rapida occhiata e vidi il suo viso, che con il suo nitido rossetto e fard, eyeliner e
cipria, somigliava pi a una maschera che al volto di una persona. Ma aveva un buon odore.
Ecco il personale per le pulizie che usciva veloce dall'aereo attraverso il tunnel. La donna in
uniforme parl al telefono. Quando lo pos, prese il piccolo microfono per dire che adesso tutto era
pronto per la partenza. Aprii la tasca esterna della mia borsa e presi il biglietto. Il cuore mi batt forte di
nuovo, come se fosse in viaggio per conto proprio. Restare in piedi era diventato insopportabile. Ma
dovevo. Spostai il peso da una gamba all'altra, mi sporsi un po' per vedere la scala mobile fuori dalla
finestra. Pass una delle minivetture per i bagagli. Pass un uomo con tuta e cuffie, aveva in mano
quelle cose simili a racchette da ping-pong che si usano per dirigere gli aerei verso il loro posto sulla
pista. La coda cominci a muoversi. Il cuore continuava a battere. Le mani erano sudate. Avevo voglia
di un posto per sedermi, avevo voglia di stare su per aria e guardare gi. All'ometto tarchiato davanti a
me fu resa la sua parte di biglietto. Io consegnai il mio alla donna in uniforme. Per qualche motivo mi
guard dritto negli occhi mentre lo prendeva. Era di una bellezza severa, i lineamenti erano regolari, il
naso forse un po' appuntito, la bocca stretta. Gli occhi erano blu e trasparenti, lo scuro cerchio intorno
all'iride stranamente definito. La scrutai per un istante, abbassai lo sguardo. Lei sorrise.
Buon viaggio disse.
Grazie risposi e seguii gli altri nel tunnel fin dentro l'aereo, dove una hostess di mezza et
faceva un cenno con la testa a tutti coloro che arrivavano, proseguii nel corridoio centrale, fino
all'ultima fila di sedili. La borsa e la giacca nel vano bagagli, poi a sedere nello stretto sedile con la
cintura allacciata, le gambe distese, il busto indietro.
Eccoci qua.
Il metapensiero di essere su un aereo per andare a seppellire mio padre, mentre pensavo che ero
su un aereo per andare a seppellire mio padre, si fece strada all'improvviso. Tutto quello che vedevo, i
volti e i corpi che avanzavano lentamente nella cabina e mettevano a posto i bagagli, si sedevano,
mettevano a posto i bagagli, si sedevano, era accompagnato da un'ombra di riflessione, che non poteva
fare a meno di dirmi che stavo osservando tutto questo adesso, nello stesso istante in cui pensavo che lo
stavo osservando, e cos via in absurdum, e al contempo la presenza dell'ombra di quel pensiero, che
forse si potrebbe definire piuttosto uno specchio, implicava anche una critica del fatto che non provavo
niente di pi di quello che stavo provando. Pensavo che pap era morto (ed era come se l'immagine di
lui mi baluginasse davanti, come se avessi bisogno di un'illustrazione della parola pap) e io, seduto
su un aereo per andare a seppellirlo, penso che sono impassibile di fronte a ci, e intanto guardo due
ragazzine di circa dieci anni che si siedono in una fila e quelli che devono essere la loro madre e il loro
padre dal lato opposto del corridoio centrale, e penso che penso che sto pensando. Tutto scorreva
dentro di me a gran velocit, niente aveva pi n testa, n coda. Cominciai a provare nausea. Una
donna mise la sua valigia nel vano proprio sopra il mio sedile, si tolse la giacca e ve l'appoggi sopra,
incroci il mio sguardo e fece un sorriso di cortesia, si sedette accanto a me. Era sulla quarantina, aveva
un viso sereno, occhi caldi, capelli neri, era di statura piccola, un po' rotondetta, ma non grassa.
Portava una specie di completo, cio pantaloni e giacca dello stesso colore e dello stesso tipo, come si
chiama quello da donna? Tailleur? E una camicetta bianca. Avevo lo sguardo dritto davanti a me, ma la
mia attenzione non era per quello che mi stava di fronte, ma per quello che vedevo con la coda
dell'occhio, era l che io mi trovavo, pensai, e la guardai. Doveva aver avuto in mano un paio di
occhiali a cui non avevo fatto caso, perch adesso li inforc e apr il libro.
Non c'era forse qualcosa da impiegata di banca in lei? Non la dolcezza, no, e neppure il
biancore. Le sue cosce, che sembravano uscire dalla stoffa dei pantaloni quando si schiacciavano
contro il sedile, quanto dovevano essere bianche nel buio, una notte tardi in un albergo chiss dove?
Cercai di deglutire, ma avevo la bocca cos asciutta che quel poco di saliva che riuscii a
raccogliere non era abbastanza per spingere la tensione gi per la gola. Un altro passeggero si ferm
accanto alla nostra fila di sedili, un uomo di mezza et, pallido e severo e magro, con un completo
grigio, si sedette nel sedile accanto al corridoio senza guardare n lei n me. Boarding completed, disse
una voce all'altoparlante. Mi chinai un po' in avanti per riuscire a vedere il cielo sopra l'aeroporto. A
ovest lo strato di nuvole si era squarciato e una chiazza della giovane foresta laggi era illuminata dal
sole, scintillava di un verde quasi brillante. Il rombo dei motori aument. Il finestrino vibr
leggermente. La donna accanto a me aveva messo un dito tra le pagine del libro e guardava fisso
davanti a s nella cabina.
Pap aveva sempre avuto paura di volare. Erano le uniche volte in cui mi ricordo che aveva
bevuto nel periodo della mia infanzia. Di solito evitava di volare, quando dovevamo andare da qualche
parte ci spostavamo con la macchina, non importa quanto fosse lontano, ma a volte doveva prendere
l'aereo e allora aveva bisogno di ingurgitare tutto quello che trovava di alcolico al bar dell'aeroporto.
C'erano anche molte altre cose che evitava, ma a cui all'epoca non pensavo mai, che non vedevo,
perch ci che una persona fa oscura quello che non fa, e quello che pap non faceva non era facile da
notare, anche perch in lui non c'era assolutamente niente di nevrotico. Ma non andava mai dal
parrucchiere, si tagliava sempre i capelli da solo. Non prendeva mai l'autobus. Non faceva quasi mai la
spesa nella bottega sotto casa, ma sempre nei grandi supermercati fuori citt. Tutte queste erano
situazioni in cui poteva venire in contatto con delle persone, o essere visto da loro, e, anche se faceva
l'insegnante di mestiere e quindi ogni giorno parlava davanti a una classe e a intervalli regolari
convocava i genitori, e ogni giorno parlava anche con i colleghi nella stanza dei professori, evitava
comunque in modo coerente queste situazioni. Che cosa avevano in comune? Forse l'inclusione in un
gruppo di persone basata unicamente sulla casualit? Che non aveva controllo sul modo in cui lo
vedevano gli altri? Che era vulnerabile sul sedile di un autobus, sulla poltrona del parrucchiere, davanti
alla cassa del supermercato? Molto probabilmente era cos. Ma a quell'epoca non ci facevo caso. Solo
molti, molti anni dopo mi era venuto in mente che non avevo mai visto pap su un autobus. Non avevo
mai pensato che fosse strano neppure il fatto che non avesse mai preso parte agli eventi sociali legati
alle attivit mie e di Yngve. Una volta era venuto a una festa di fine anno scolastico, si era seduto
accanto al muro per vedere la nostra recita, dove io facevo la parte principale, ma purtroppo senza
averla studiata abbastanza a fondo, dopo il successo dell'anno precedente soffrivo della presunzione
tipica dei bambini piccoli, non c'era bisogno che imparassi tutte le battute a menadito, sarebbe andata
bene, avevo pensato, ma quando mi ritrovai l, probabilmente influenzato anche dalla presenza di mio
padre, non ricordavo neppure una riga e mi fu suggerito dalla nostra maestra per tutto il lungo
spettacolo che parlava di una citt di cui io a quanto pare ero il sindaco. In macchina di ritorno a casa
pap aveva detto che non si era mai sentito cos in imbarazzo prima e che non sarebbe mai pi tornato a
una festa di fine anno scolastico. Mantenne la promessa. Non venne mai neppure a una delle
innumerevoli partite di calcio che giocai durante la mia adolescenza, non era mai tra i genitori che ci
portavano alle trasferte, mai tra i genitori che venivano a vedere le partite in casa, ma la cosa non mi
toccava e non pensavo che fosse strana, perch lui era cos, mio padre, e molti altri padri con lui,
perch eravamo tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, quando il fatto di essere
padre comportava qualcosa di diverso e molto meno impegnativo, almeno da un punto di vista pratico,
di oggi.
Ma s, una volta era venuto a vedermi.
Era stato durante l'inverno della terza media. Mi stava accompagnando al campetto di Kjevik,
lui doveva proseguire per Kristiansand, avevamo una partita di allenamento con una delle squadre
dell'interno. Muti come al solito sedevamo in macchina, lui con una mano sul volante e l'altra al
finestrino, io con le mie poggiate in grembo. Poi mi era venuta un'intuizione e gli avevo chiesto se
voleva vedere la partita. No, non poteva, doveva andare a Kristiansand. Be', non che ci contassi, avevo
replicato. Non c'era delusione in questo commento, niente che potesse far pensare che volevo davvero
che vedesse quella partita che non aveva nessuna importanza, era solo una constatazione, non credevo
che sarebbe venuto. Quando stava per finire il secondo tempo, di colpo vidi la sua auto ai margini del
campo, dietro i cumuli di neve alti alcuni metri. Intravidi la sua figura scura dietro il parabrezza.
Quando mancava solo qualche minuto alla fine, avevo ricevuto davanti alla porta un passaggio perfetto
da Harald nell'angolo, dovevo solo stendere la gamba e lo feci, ma con la sinistra, di cui non avevo
molta padronanza e colpii il pallone un po' di sbieco, il tiro fin fuori. In macchina di ritorno a casa
comment la cosa. Non hai fatto goal quando hai avuto l'occasione disse. Hai avuto una grossa
occasione. Non pensavo che l'avresti bruciata. No dissi. Ma comunque abbiamo vinto. Per
quanto? chiese. Due a uno dissi, e lo guardai di sfuggita, perch volevo che mi chiedesse chi aveva
fatto i due goal. Lo fece, per fortuna. E tu hai fatto goal? chiese. S dissi. Tutti e due.
Con la fronte poggiata al finestrino, mentre l'aereo si fermava in fondo alla pista e i motori
cominciavano a rombare sul serio, iniziai a piangere. Le lacrime sgorgavano dal nulla, lo sapevo
quando spuntarono,  da idioti, pensai,  sentimentale,  stupido. Ma la cosa non mi aiut, mi aveva
colto una sensazione dolce, indefinita e sconfinata e non riuscii a uscirne se non quando l'aereo,
qualche minuto pi tardi, si sollev da terra e cominci a salire rombando. Allora, con la mente di
nuovo lucida, chinai la testa sulla T-shirt e asciugai gli occhi con il lembo che tenevo tra il pollice e
l'indice, e rimasi a lungo a guardare fuori, finch non sentii che la donna seduta accanto a me non mi
prestava pi attenzione. Mi lasciai andare sul sedile e chiusi gli occhi. Ma non era finita. Lo sentivo, era
appena cominciata.
Non appena l'aereo, dopo essere salito, si fu raddrizzato, riabbass di nuovo il muso e inizi la discesa.
La hostess faceva su e gi per il corridoio con il suo carrello per riuscire a servire t e caff a tutti. Il
paesaggio sottostante, all'inizio solo singoli riquadri visibili attraverso le rare aperture nella coltre di
nuvole, era aspro e bello con le sue verdi isole e il mare azzurro, i ripidi fianchi delle montagne e le
cime innevate, ma dopo un po' fu come cancellato e attutito, mentre le nuvole sparivano, finch a un
certo punto non si vide altro che il paesaggio piatto della regione del Rogaland. Dentro di me tutto era
in subbuglio. Mi attraversavano ricordi che non sapevo di avere, turbinanti e caotici, e io nel frattempo
cercavo di tirarmene fuori, perch non volevo stare l seduto a piangere, e di analizzare in
continuazione quello che accadeva, ma senza chance. Me lo rividi davanti agli occhi, una volta che
eravamo andati insieme a sciare, a Hove, dove entravamo e uscivamo dai gruppi di alberi nel bosco e
da ogni radura potevo vedere il mare, grigio e pesante e possente, e comunque sentirne sempre l'odore,
l'odore di sale e di alghe accanto all'odore di neve e di abete, pap dieci metri avanti a me, forse venti,
perch, anche se la sua attrezzatura era nuova, dagli attacchi Rottefella agli sci Splitkein, alla giacca a
vento blu, non sapeva sciare, arrancava, quasi come un vecchio, senza equilibrio, senza fluidit, senza
spinta in avanti e, se c'era una cosa che non volevo, era essere collegato a quella figura, per questo mi
tenevo sempre un po' indietro, con la testa piena di fantasie su me stesso e sul mio stile, che, cosa di cui
ero convinto, un giorno avrebbe magari potuto portarmi lontano. In poche parole mi vergognavo di lui.
Che avesse comprato tutta quell'attrezzatura da sci e ci avesse portato l, sull'isola di Tromya, per
avvicinarsi a me, a quell'epoca ovviamente non potevo immaginarmelo, ma adesso, l seduto a occhi
chiusi fingendo di dormire, mentre usciva dall'altoparlante l'avviso di allacciare le cinture di sicurezza
e di raddrizzare lo schienale, al pensiero ebbi un altro attacco di pianto e, quando ancora una volta mi
chinai in avanti e poggiai la testa sul sedile di fronte per nasconderlo, lo feci un po' controvoglia, dato
che i passeggeri seduti accanto a me gi dal decollo dovevano aver capito che erano finiti accanto a un
ragazzo che stava l seduto a piangere. Sentivo un groppo alla gola e non riuscivo a controllarmi, tutto
scorreva dentro di me, ero aperto, ma non verso il mondo esterno, che quasi non vedevo pi, bens
verso quello interno, dove i sentimenti avevano preso pieno potere. L'unica cosa che riuscii a fare, per
mantenere l'ultimo straccio di dignit, fu non emettere un suono. Non un singhiozzo, non un sospiro,
non un lamento, non un gemito. Solo le lacrime che scorrevano e il viso che si contorceva in una
smorfia ogni volta che si rafforzava la consapevolezza che pap era morto.
Ohh.
Ohh.
Poi all'improvviso mi rasserenai, fu come se tutta la tenerezza e l'annebbiamento che mi
avevano invaso negli ultimi quindici minuti si fossero ritirati, un po' come una marea, e l'enorme
distanza che in quel momento sentii rispetto a quelle sensazioni mi fece scoppiare in una piccola risata.
Mi usc un Ah ah ah.
Sollevai il braccio per stropicciarmi gli occhi. Il pensiero che la donna accanto a me mi avesse
visto piangere con il viso sempre pi contratto in smorfie e ora improvvisamente mi sentisse ridere fece
sorgere un'altra risata.
Ah ah ah. Ah ah ah.
La guardai. Non spost lo sguardo, era fisso sul libro davanti a lei. Proprio dietro di noi si
sedettero due hostess sui piccoli sedili pieghevoli e si allacciarono le cinture di sicurezza. Fuori dal
finestrino c'era il sole e tutto era verde. L'ombra che ci seguiva al suolo si avvicin sempre pi, un po'
come un pesce che viene attirato nella rete, fino a quando, nel momento in cui le ruote toccarono terra,
arriv fin sotto la fusoliera e l rimase come inchiodata per tutto il tempo della frenata e
dell'atterraggio.
La gente intorno a me cominci ad alzarsi. Feci un profondo respiro. La sensazione di essermi
rasserenato era forte. Non ero contento, ma sollevato, come sempre quando qualcosa di pesante
mollava inaspettatamente la presa. La mia vicina si alz con il libro in mano e solo ora riuscii a vedere
cosa stava leggendo, dato che lo aveva chiuso, e si era messa in punta di piedi nel corridoio per arrivare
al vano bagagli. La donna e la scimmia di Peter Heg. Lo avevo letto. L'idea era buona, ma lo sviluppo
carente. In circostanze normali avrei forse avviato una conversazione con lei sul libro? Quando mi si
presentava l'occasione, come adesso? No, non lo avrei fatto, ma sarei rimasto l a pensare che avrei
dovuto. Avevo forse mai avviato una conversazione con degli estranei?
No, mai.
E niente poteva far pensare che lo avrei mai fatto.
Mi sporsi in avanti per guardare fuori dal finestrino, sull'asfalto polveroso, come avevo fatto
anche un'altra volta, venti anni prima, con lo strano ma chiaro proposito di ricordare per sempre quello
che avevo visto allora. A bordo di un aereo come adesso, all'aeroporto di Sola come adesso, ma quella
volta diretto a Bergen e poi da l a Srbvg, dai miei nonni materni. Ogni volta che prendevo l'aereo,
mi veniva in mente quel ricordo che avevo impresso a forza dentro di me. Tanto che con esso si apriva
il romanzo che avevo appena finito di scrivere e che adesso giaceva nella mia valigia nella stiva sotto di
me, sotto forma di un manoscritto di seicentoquaranta pagine, di cui dovevo leggere le bozze entro una
settimana.
Questa per lo meno era una buona cosa.
Ero anche impaziente di vedere Yngve. Dopo che lui se ne era andato da Bergen, prima a
Balestrand, dove aveva conosciuto Kari Anne, con cui aveva avuto un figlio, e poi a Stavanger, dove
avevano avuto un altro figlio, i rapporti tra noi erano cambiati, non era pi uno che andavo a trovare
quando non avevo niente da fare, con cui andavo nei caff o ai concerti, ma uno a cui facevo visita ogni
tanto per qualche giorno, partecipando cos alla vita della loro famiglia. Ma mi piaceva, mi era sempre
piaciuto passare la notte presso altre famiglie, avere una stanza mia con un letto appena rifatto, piena di
oggetti estranei, con gli asciugamani ben ripiegati, e da l entrare nella vita intima di quella famiglia,
nonostante che, a chiunque facessi visita, ci fosse sempre qualcosa di spiacevole, perch, anche se in
presenza degli ospiti si cerca di allontanare le tensioni, queste sono comunque sempre percepibili e non
si pu mai sapere se  stata la propria presenza a crearle, o se semplicemente esistevano gi prima e la
propria presenza pu anzi aiutare a smorzarle. Una terza possibilit era ovviamente che tutte queste
tensioni fossero solo tensioni, qualcosa che esisteva solo nella mia testa.
Il corridoio si era svuotato e io mi alzai, tirai gi la borsa e la giacca e mi diressi all'uscita
anteriore, uscii dalla cabina ed entrai nel corridoio che portava alla sala degli arrivi, che era piccola, ma
comunque impossibile da abbracciare con un solo sguardo, con il suo intrico di gate, chioschi e bar,
dove i viaggiatori camminavano, stavano in piedi o seduti a mangiare o a leggere. Yngve riuscivo a
riconoscerlo subito in mezzo a qualsiasi folla e non avevo bisogno di vedere il viso per identificarlo,
bastavano la nuca o una spalla, o forse neppure quelle, perch, quando si cerca di riconoscere una
persona con cui si  cresciuti e che ci  stata cos vicina nel periodo in cui il carattere emerge e si
forma, c' qualcosa che fa s che quella persona venga percepita in maniera diretta, senza bisogno di
riflessione. Quasi tutto quello che uno sa del proprio fratello, lo sa in maniera intuitiva. Non sapevo mai
cosa pensava Yngve, di rado capivo i suoi comportamenti, probabilmente non condividevo molte delle
sue opinioni, ma potevo cercare di indovinarle, in questo senso era un estraneo come gli altri. Ma
conoscevo il linguaggio del suo corpo, i suoi gesti, il suo odore, avevo familiarit con tutte le sfumature
della sua voce e, non meno importante, sapevo da dove veniva. Non riuscivo a esprimere niente di
questo a parole, raramente arrivava al pensiero, ma era tutto dentro di me. Quindi non avevo bisogno di
cercare con lo sguardo fra i tavoli della pizzeria, non avevo bisogno di scrutare i volti che sedevano
davanti ai gate o che andavano su e gi per la sala, perch non appena avevo messo piede l dentro,
sapevo gi dov'era. Guardai da quella parte, verso la facciata del finto pub irlandese dall'aspetto
falsamente invecchiato, e infatti si trovava l, con le braccia incrociate sul petto, vestito con dei
pantaloni verdastri, ma non militari, una T-shirt con l'immagine dei Sonic Youths Goo, un giubbotto di
jeans chiaro e un paio di scarpe Puma marrone scuro. Non mi aveva ancora visto. Guardai il suo viso,
con cui avevo pi familiarit che con il resto. Gli zigomi alti li aveva presi da pap, cos come la bocca
leggermente storta, ma la forma del viso era diversa e anche gli occhi, che somigliavano pi ai miei e a
quelli della mamma.
Si volt e incroci il mio sguardo. Avrei dovuto sorridere, ma in quel momento le mie labbra si
contorsero e, con un impeto che non mi fu possibile contrastare, improvvisamente riaffiorarono i
sentimenti di prima. Si fecero strada verso l'esterno con un singhiozzo e cominciai a piangere. Feci per
sollevare il braccio verso il viso, lo riabbassai, arriv una nuova ondata, il viso si contorse di nuovo.
Non dimenticher mai lo sguardo di Ygve in quel momento. Mi guard incredulo. Senza voler dare un
giudizio, ma come se stesse vedendo qualcosa a cui non riusciva a credere e che non si era aspettato e a
cui quindi non era affatto preparato.
Ciao dissi tra le lacrime.
Ciao. Ho la macchina qui. Andiamo via subito?
Annuii e lo seguii per le scale, nella sala di ingresso e attraverso il parcheggio. Non so dire se
fosse stato per l'aria particolarmente pungente della Norvegia occidentale, che  sempre presente, non
importa quanto faccia caldo, e che qui si avvertiva molto di pi, dato che avevamo camminato
all'ombra di una grossa tettoia che mi aveva costretto a rinfrescarmi le idee, o per l'imponente
sensazione di vastit che suscitava il paesaggio, in ogni caso quando ci fermammo davanti alla sua auto
e Yngve, adesso con gli occhiali da sole, si chinava per infilare la chiave nella serratura dal lato del
guidatore, tutto era passato.
Non hai altri bagagli a parte quelli? disse, facendo un cenno con la testa verso la mia borsa.
Oh, accidenti. Aspetta qui. Vado a prenderla.
Yngve e Kari Anne abitavano a Storhaug, un quartiere nella periferia di Stavanger, in fondo a
una fila di case sul retro delle quali c'era una strada e oltre un bosco, che finiva sul fiordo qualche
centinaia di metri pi sotto. Nelle vicinanze c'era anche un lotto per la coltivazione di orti familiari e,
dietro, in un altro isolato, viveva Asbjrn, un vecchio amico di Yngve, con cui lui aveva da poco
avviato uno studio di grafica. Il loro ufficio era in soffitta, l c'erano tutte le attrezzature che avevano
comprato, che per ora stavano imparando a usare. Nessuno di loro due aveva fatto degli studi in quel
campo, a parte i corsi di scienze della comunicazione all'universit di Bergen e non avevano neppure
nessuna conoscenza in quel ramo. Ma eccoli l, dietro i loro potenti Mac a lavorare sui pochi incarichi
ricevuti. Un manifesto per il festival di Hundvg, qualche dpliant e qualche volantino pubblicitario,
per il momento era tutto. Avevano scommesso tutto su quell'unica carta e per quanto riguardava Yngve
lo potevo capire: dopo gli studi aveva lavorato come consulente culturale per il comune di Balestrand
per qualche anno e da l non gli si aprivano certo molte strade. Ma era rischioso, l'unica cosa su cui
potevano fare affidamento era il loro gusto personale, che per lo meno era sicuro e nel tempo si era
raffinato, allenato com'era da vent'anni di contatto con diverse espressioni pop, i film e le copertine dei
dischi, le etichette dei vestiti, le riviste e i libri di fotografia, dai meno conosciuti ai pi commerciali,
sempre con l'intento di distinguere ci che era di buona qualit da ci che non lo era, sia nelle mode
passate che in quelle presenti. Ricordo che una volta eravamo da Asbjrn, avevamo bevuto per tre
giorni e allora Yngve ci fece sentire i Pixies, che a quel tempo erano un gruppo americano nuovo e
sconosciuto, e Asbjrn si contorceva dalle risate sul divano perch erano cos bravi, il gruppo che
stavamo ascoltando. Sono cos bravi! gridava mentre la musica era a tutto volume. Ah ah ah! Ah ah
ah! Sono cos bravi! Quando a diciannove anni arrivai a Bergen, uno dei primi giorni lui e Yngve
vennero nella mia stanza e n la foto di John Lennon, che avevo appeso sopra la scrivania, n il poster
che avevo di un campo di grano, dove il piccolo tratto erboso in primo piano scintillava in modo cos
intenso e miracoloso, n il manifesto del film The Mission con Jeremy Iron furono risparmiati dal loro
sguardo. Non andava. La foto di Lennon era una reminescenza dell'ultimo periodo del liceo, quando,
insieme ad altri tre, discutevo di letteratura e di politica, ascoltavo musica, vedevo film e bevevo vino,
davo valore all'interiorit e prendevo le distanze dall'esteriorit, e Lennon era appeso alla mia parete in
quanto apostolo dell'interiorit, anche se in realt io, fin da piccolo, avevo sempre preferito il
sentimentalismo di Mc-Cartney. Ma qui i Beatles non erano assolutamente un punto di riferimento, in
nessuna circostanza, e non pass quindi molto tempo prima che la foto di Lennon venisse tolta. Ma la
sicurezza nei gusti non valeva solo per la cultura pop: fu Asbjrn a consigliarmi per primo Thomas
Bernhard, aveva letto Cemento nella serie Vita delle edizioni Gyldendal, che era uscito dieci anni
prima che tutti gli appassionati di letteratura norvegesi cominciassero a parlare di lui, e ricordo che io
non riuscivo bene a capire perch Asbjrn fosse affascinato da quell'austriaco, e solo dieci anni pi
tardi, insieme al resto della Norvegia letteraria, scoprii la sua grandezza. Il fiuto era la miglior dote di
Asbjrn, non ho mai conosciuto nessuno con un gusto tanto deciso come il suo, ma per cosa poteva
essere utilizzato, oltre a essere il centro intorno a cui ruotava una vita da studenti? L'essenza del fiuto 
giudicare, per giudicare bisogna stare al di fuori e non  l che avviene il processo creativo. Yngve era
pi dentro le cose, suonava la chitarra in un gruppo, componeva le sue canzoni e ascoltava la musica
con questo in mente, oltre ad avere un lato analitico, accademico, che Asbjrn non possedeva, o non
utilizzava. Il disegno grafico era perfetto per loro sotto molti aspetti.
Il mio romanzo era stato accettato pi o meno nello stesso periodo in cui loro avevano avviato
la loro attivit e non avevano altra possibilit se non creare la copertina del mio libro e in questo modo
fare un primo passo nel mondo delle case editrici. L'editore ovviamente non la vedeva cos. L'editor,
Geir Gulliksen, mi aveva detto che avrebbe preso contatto con uno studio grafico e mi aveva chiesto se
avevo qualche idea sulla copertina. Avevo detto che avrei voluto farla fare a mio fratello.
Tuo fratello?  un grafico?
Non proprio, ha appena cominciato. Ha avviato un'attivit insieme a un amico a Stavanger.
Sono bravi, posso garantirlo .
Facciamo cos disse Geir Gulliksen. Possono preparare una bozza e noi le diamo
un'occhiata. Se  buona, okay, allora non ci sono problemi.
E cos fu. Andai da loro a giugno, portai con me un libro degli anni Cinquanta sui viaggi nello
spazio, era appartenuto a pap ed era pieno di illustrazioni nello stile futuristico pieno di ottimismo di
quel decennio. Avevo anche pensato a una specie di color crema, che avevo visto sulla copertina di Il
mondo di ieri di Stefan Zweig. Yngve si era inoltre procurato un paio di immagini di dirigibili, che
pensavo sarebbero andate bene per il libro. Si sedettero nelle loro nuove poltrone da ufficio in soffitta,
con il sole cocente fuori, e prepararono degli schizzi, mentre io sbirciavo seduto su una poltrona dietro
di loro. La sera bevemmo birra e guardammo la Coppa del Mondo di calcio. Ero contento e ottimista,
perch in me era forte la sensazione che si fosse chiusa un'epoca e ne fosse iniziata un'altra. Tonje
aveva appena concluso gli studi e trovato un lavoro all'emittente televisiva NRK della regione dello
Hordaland, io avrei esordito con un romanzo, ci eravamo appena trasferiti nel nostro primo vero
appartamento, a Bergen, la citt dove ci eravamo conosciuti. Yngve e Asbjrn, con cui ero stato per
tutto il tempo dell'universit, avevano cominciato un'attivit in proprio e il loro primo vero lavoro era
la copertina del mio libro. Tutto era carico di possibilit, tutto puntava in avanti, probabilmente per la
prima volta nella mia vita.
Il risultato di quei giorni fu buono, avevamo sei o sette proposte interessanti, io ero soddisfatto,
ma volevano anche tentare con qualcosa di diverso e Asbjrn port una borsa di riviste americane. Mi
fece vedere alcune foto di Jock Sturges, erano davvero uniche, non avevo mai visto niente di simile e
ne scegliemmo una, di una ragazza dalle gambe lunghe, forse di dodici anni, forse di tredici, che stava
in piedi nuda di spalle e guardava un lago. Era bella, ma anche carica di tensione, pura, ma anche
minacciosa, e di una qualit quasi ironica. In un'altra rivista c'era una pubblicit con una scritta bianca
su due strisce, o quadrati, blu; decisero di sfruttare quell'idea, ma in rosso, e mezz'ora pi tardi Yngve
aveva la copertina pronta. L'editore ricevette cinque diverse proposte, ma non ebbero dubbi, quella di
Sturges era la migliore, e quando il libro sarebbe uscito dopo pochi mesi, sarebbe stato con la ragazzina
sulla copertina. Significava andare a cercarsi dei guai, Sturges era un fotografo discusso, avevo letto
che la sua casa era stata messa sottosopra dagli agenti della FBI e se cercavo il suo nome su internet
alcuni dei link portavano sempre a siti di pornografia infantile. Ma  anche vero che non avevo mai
visto nessun fotografo, neppure Sally Mann, rendere il ricco mondo che  l'infanzia in maniera tanto
pregnante. Quindi ne ero contento. Anche perch lo avevano fatto Yngve e Asbjrn.
Mentre ci allontanavamo da Sola in macchina in quello strano venerd sera non dicemmo molto.
Chiacchierammo delle questioni pratiche che ci aspettavano, la sepoltura, di cui n io n Yngve
avevamo esperienza. Il sole basso arroventava i tetti delle case davanti a cui passavamo. Il cielo qui era
alto, il paesaggio piatto e verde, e tutto questo spazio mi dava un senso di desolazione, cosa che
neppure il pi grosso agglomerato umano poteva riuscire a colmare. C'erano poche persone in giro, in
piedi alla fermata ad aspettare l'autobus per la citt, in bicicletta per la strada curve sul manubrio, su un
trattore in un campo, sulla porta di un distributore di benzina con un hot dog in una mano e una
bottiglia di Coca-Cola nell'altra. Anche la citt era desolata, le strade erano vuote, il giorno era finito e
la notte non era ancora iniziata.
Yngve mise il cd di Bjrk. Fuori dal finestrino i negozi e gli uffici divennero sempre meno e le
case sempre di pi. Piccoli giardini, siepi, alberi da frutta, bambini in bicicletta, bambini che saltavano
la fune.
Non so perch mi sono messo a piangere poco fa dissi. Ma quando ti ho visto ho sentito
sopraggiungere qualcosa. All'improvviso ho capito che era morto.
S... disse Yngve. Non so se io l'ho capito ancora.
Scal la marcia mentre facevamo la curva e ci inoltravamo su per l'ultima salita. C'era un
giardino con dei giochi l accanto, dove erano sedute due ragazzine con in mano qualcosa che
somigliava a delle carte. Un po' pi su, dall'altro lato della strada, vidi il giardino davanti alla casa di
Yngve. Era vuoto, ma la finestra scorrevole del salotto era aperta.
Siamo arrivati disse Yngve, entrando lentamente in garage.
La valigia la lascio qui dissi. Tanto domani ci rimettiamo in viaggio.
La porta della casa si apr e Kari Anne usc con Torje in braccio. Ylva era vicina a lei, attaccata
alla sua gamba, e guardava me, che intanto avevo chiuso la portiera della macchina e li raggiungevo.
Kari Anne si avvicin, mi mise un braccio intorno, io la abbracciai, arruffai i capelli di Ylva.
Mi  dispiaciuto per vostro padre disse. Condoglianze .
Grazie dissi. Ma non  certo giunto inaspettato.
Yngve richiuse il bagagliaio e arriv con due sacchetti di plastica, uno per mano. Doveva aver
fatto la spesa mentre veniva all'aeroporto.
Perch non entriamo? disse Kari Anne.
Annuii e la seguii in salotto.
Mmm. Che profumino dissi.
 quello che faccio di solito disse lei. Spaghetti con broccoli e prosciutto.
Continuando a tenere Torje con una mano, con l'altra tolse una pentola dai fornelli, spense la
piastra, si chin e prese uno scolapasta dalla credenza; intanto Yngve entr, pos i sacchetti sul
pavimento e cominci a mettere a posto la spesa. Ylva, che era nuda, a parte un pannolino, rimase
ferma nel mezzo della stanza, a guardare un po' loro, un po' me. Poi corse verso un lettino delle
bambole che stava vicino alla libreria, ne prese una e venne da me tenendola in mano con le braccia
tese.
Che bella bambola dissi inginocchiandomi davanti a lei. Posso vederla?
Se la strinse al petto con un'espressione decisa e pieg il viso di lato.
Devi far vedere la bambola a Karl Ove, capito? disse Kari Anne.
Mi alzai in piedi.
Vado fuori a fumarmi una sigaretta, se per voi va bene.
Vengo anch'io disse Yngve. Fammi solo finire qui.
Uscii dalla porta aperta della veranda, la chiusi e mi sedetti su una delle tre sedie bianche di
plastica che erano fuori sul lastricato. C'erano dei giocattoli sparsi su tutto il prato. In fondo, accanto
alla siepe, c'era una piscina gonfiabile rotonda, piena di acqua in cui galleggiavano fili d'erba e insetti.
Due mazze da golf erano appoggiate alla parete, per terra l accanto c'erano un paio di racchette da
badminton e un pallone da calcio. Presi le sigarette dalla tasca interna e ne accesi una, rovesciai
all'indietro la testa. Il sole era finito dietro una nuvola, e l'erba e il fogliame che solo pochi minuti
prima avevano brillato di un colore verde chiaro, erano improvvisamente diventati grigiastri e opachi,
privi di vita. Dal giardino del vicino si sentiva il rumore uniforme di un tosaerba che veniva spinto
avanti e indietro a mano. Dall'interno della casa si sentiva il tintinnio dei piatti e delle posate.
Oh, mi piaceva stare l.
Nel nostro appartamento non c'era distinzione tra me e la casa; se io soffrivo, anche la casa
soffriva. Ma qui c'era una distinzione, qui l'ambiente non aveva niente a che fare con me e con le mie
cose e poteva assorbire il dolore.
Dietro di me la porta si apr. Era Yngve. Aveva in mano una tazza di caff.
Ti saluta Tonje dissi.
Grazie disse. Come sta?
Bene. Ha cominciato a lavorare luned. Mercoled aveva un servizio per il telegiornale. Un
incidente mortale.
Ma pensa disse sedendosi.
Cosa c'era, era forse arrabbiato?
Per un po' restammo seduti senza dire niente. Nel cielo sopra i condomini alla nostra sinistra
pass un elicottero. Il suono delle pale era lontano, quasi sordo. Le due ragazzine che erano ai giardini
venivano su per la strada. In uno dei giardini pi in basso qualcuno grid un nome. Bjrnar, mi sembr
di sentire.
Yngve prese una sigaretta e la accese.
Hai per caso iniziato a giocare a golf? chiesi.
Fece cenno di s con la testa.
Dovresti provare anche tu. Saresti sicuramente bravo. Sei alto e poi hai giocato a calcio e hai
l'istinto del vincitore. Hai voglia di fare due tiri? Dovrei avere delle palline leggere per gli
allenamenti.
Adesso? Meglio di no.
Stavo scherzando, Karl Ove disse.
Sul fatto che potrei giocare a golf, o sul fatto di farlo ora?
Sul fatto di farlo ora.
Il vicino, che adesso era proprio a lato della siepe che divideva i due giardini, si alz e si pass
la mano sulla testa rasata e sudata. In una sedia sulla terrazza c'era una donna con indosso dei
pantaloncini e una T-shirt bianchi che leggeva una rivista.
Sai come sta la nonna? chiesi.
No, in realt disse. Ma  stata proprio lei a trovarlo. Quindi non credo che stia tanto bene.
 successo in salotto? chiesi.
S disse lui, spense la sigaretta nel posacenere e si alz.
Allora, entriamo a mangiare?
Il mattino dopo mi svegliai per le urla di Ylva che venivano dall'ingresso vicino alle scale. Mi sollevai
sui gomiti e tirai su le tende per vedere che ora era. Le cinque e mezzo. Sospirai e tornai a sdraiarmi. La
stanza in cui mi trovavo era ingombra delle scatole del trasloco, di vestiti e oggetti vari che non
avevano ancora trovato una sistemazione in casa. Un asse da stiro era appoggiato a una parete, pieno di
vestiti piegati, accanto c'era un paravento chiuso di foggia orientale, anch'esso leggermente accostato
alla parete. Fuori sentii le voci di Yngve e di Kari Anne, subito dopo i loro passi sulla vecchia scala di
legno. La radio che veniva accesa di sotto. Avevamo deciso di partire alle sette, per essere a
Kristiansand verso le undici, ma non c'era motivo per cui non potessimo partire prima, pensai, mi alzai
dal letto, mi infilai i pantaloni e la T-shirt, mi chinai verso lo specchio alla parete e mi passai una mano
tra i capelli. Non c'era nessuna traccia dell'esplosione di sentimenti del giorno prima; sembravo solo
assonnato. Ero punto e a capo, dunque. Perch neppure nel mio animo la giornata precedente aveva
lasciato delle tracce. I sentimenti sono come l'acqua, prendono sempre la forma di ci che li circonda.
Neppure il pi grande dolore lascia tracce, neppure quando dura a lungo e sembra capace di sopraffarti,
e non perch i sentimenti si congelino, non possono farlo, ma perch restano calmi, come l'acqua in
uno stagno.
Fuck, pensai. Era uno dei miei tic mentali. Maledizione cazzo era un altro. Arrivavano a
raffiche nella mia coscienza a intervalli irregolari e non potevo fermarli, ma perch mai avrei dovuto
farlo, non facevano certo male a nessuno. E nessuno poteva certo vedere cosa stavo pensando.
Dannazione, pensai e aprii la porta. Mi trovai a guardare dritto nella loro camera da letto e abbassai lo
sguardo, erano cose che non mi riguardavano, aprii il cancelletto di legno e scesi in cucina. Ylva era
seduta sul seggiolone con in mano una fetta di pane e un bicchiere di latte davanti a s, Yngve era ai
fornelli a cuocere le uova, mentre Kari Anne andava avanti e indietro tra il tavolo e la cucina per
apparecchiare. La spia della caffettiera era accesa. Le ultime gocce stavano scendendo dal filtro nel
bricco quasi pieno. Il ventilatore fischiava, le uova scoppiettavano e sfrigolavano nella padella, alla
radio si sentiva il jingle delle notizie sul traffico.
Buongiorno dissi.
Buongiorno rispose Kari Anne.
Ciao disse Yngve.
Karl Ove disse Ylva, indicando la sedia di fronte a s.
Mi devo mettere qui? chiesi.
Fece s con grandi movimenti della testa e presi posto. Somigliava di pi a Yngve, aveva il suo
naso e i suoi occhi, e aveva anche molte delle sue espressioni. Il suo corpo era ancora paffuto come
quello di un neonato, c'era qualcosa di morbido e rotondo in tutte le sue giunture e le membra, quindi,
quando aggrottava la fronte e gli occhi prendevano una delle espressioni furbe di Yngve, era difficile
non sorridere. Non la faceva sembrare pi grande, ma faceva sembrare lui pi giovane:
improvvisamente ci si rendeva conto che una delle sue espressioni tipiche non era legata all'esperienza,
alla maturit o alla conoscenza della vita, e che mentre il resto cambiava, quell'espressione era rimasta
la stessa fin dal giorno in cui il volto aveva preso forma.
Con una spatola, Yngve trasfer le uova su un largo piatto, che appoggi sul tavolo, accanto al
cestino del pane, poi prese il bricco del caff e lo vers nelle tre tazze. Io di solito bevevo t a
colazione, da quando avevo quattordici anni, ma non ebbi il coraggio di dirglielo, presi invece una fetta
di pane e ci misi sopra un uovo con la spatola che Yngve aveva appoggiato al bordo del vassoio.
Feci scorrere lo sguardo sul tavolo in cerca del sale. Ma non lo vedevo da nessuna parte.
C' il sale? chiesi.
Eccolo qua disse Kari Anne e me lo pass dall'altro lato della tavola.
Grazie dissi, aprii il tappo di plastica e osservai i granellini che affondavano nel giallo del
tuorlo, perforandone appena la superficie, mentre il burro sotto cominciava a sciogliersi e a penetrare
nel pane.
Ma Torje dov'? chiesi.
 di sopra a dormire disse Kari Anne.
Addentai la fetta di pane. L'albume fritto era leggermente croccante nella parte inferiore, con
grosse chiazze scure che si rompevano tra il palato e la lingua mentre masticavo.
Dorme ancora molto? chiesi.
No... Forse sedici ore al giorno? Non so. Tu che ne dici? 
Si volt verso Yngve.
Non ne ho idea disse lui.
Addentai il tuorlo che mi scivol giallo e caldo in bocca. Bevvi un sorso di caff.
Si  preso un tale spavento quando la Norvegia ha fatto goal dissi.
Kari Anne sorrise. Avevamo visto qui la seconda partita della Norvegia della Coppa del Mondo
e Torje dormiva nella carrozzina in un angolo. Quando le nostre grida per il goal si erano spente, si era
levato un urlo.
Peccato per la partita con l'Italia, a proposito disse Yngve. Ne abbiamo parlato?
No dissi. Ma sapevano cosa stavano facendo. Se solo la Norvegia avesse avuto la palla,
sarebbe andato tutto in un altro modo.
E poi erano distrutti dopo la partita contro il Brasile disse Yngve.
Lo ero anch'io dissi. Il calcio di punizione  stata la cosa peggiore a cui abbia mai assistito.
A malapena riuscivo a guardare.
Quella partita l'avevo vista a Molde, dal padre di Tonje. Appena era finita, avevo chiamato
Yngve. Stavamo piangendo entrambi. Dietro le nostre voci pesanti c'era un'intera infanzia con una
nazionale di calcio senza speranze. Dopo ero andato in centro con Tonje, la citt era piena di macchine
che suonavano il clacson e di bandiere sventolanti. Estranei si abbracciavano, da tutte le parti venivano
grida e cori, la gente correva intorno eccitata, la Norvegia aveva battuto il Brasile in una partita
decisiva della Coppa del Mondo e nessuno poteva sapere fin dove sarebbe arrivata la squadra. Forse
fino in fondo?
Ylva scivol gi dalla sedia e afferr la mia mano.
Vieni disse.
Karl Ove deve mangiare prima disse Yngve. Dopo, Ylva!
No, non importa dissi e andai con lei. Mi lasci davanti al divano, prese un libro dal tavolo e
si mise a sedere. Le sue gambette non arrivavano neppure al bordo del cuscino.
Devo leggere? chiesi.
Annu. Mi sedetti accanto a lei e aprii il libro. Parlava di un bruco che mangiava ogni cosa
possibile. Quando ebbi finito, si allung e prese un altro libro. Parlava di un topo che si chiamava
Fredrik e che, a differenza di tutti gli altri topi, non metteva da parte le provviste in estate, ma stava
seduto a sognare a occhi aperti. Gli davano del pigro, ma quando arriv l'inverno e tutto era bianco e
freddo, fu lui a donare colore e luce alle loro esistenze. Questo era quello che aveva raccolto e questo
era quello di cui avevano bisogno adesso, colore e luce.
Ylva sedeva appoggiata a me e guardava concentrata le pagine, ogni tanto indicava qualcosa e
diceva il nome. Era bello stare l con lei, ma anche un po' noioso. Avrei voluto stare sulla veranda fuori
da solo, con una sigaretta e una tazza di caff.
All'ultima pagina Fredrik era arrossito tutto ed era diventato un salvatore.
Questo  carino e istruttivo! dissi a Yngve e a Kari Anne quando il libro fu finito.
Lo avevamo da piccoli disse Yngve. Non te lo ricordi? 
Vagamente mentii.  lo stesso?
No, il nostro  dalla mamma.
Ylva si stava di nuovo avviando verso la pila di libri per bambini. Mi alzai e presi la tazza del
caff dal tavolo della cucina.
Hai finito? chiese Kari Anne, dirigendosi verso la lavastoviglie con il suo piatto.
S dissi. Grazie per la colazione.
Guardai Yngve.
Quando partiamo?
Prima devo farmi una doccia disse. E preparare i bagagli. Una mezz'ora, forse?
Okay dissi. Ylva si era rassegnata alla fine della lettura ed era andata nell'ingresso, dove si
stava mettendo le mie scarpe. Aprii la porta scorrevole della terrazza e uscii. Era nuvoloso e l'aria era
tiepida. Le sedie erano coperte da sottili gocce di rugiada, che asciugai con la mano prima di sedermi.
Di solito non ero mai in piedi cos presto, normalmente le mie mattine cominciavano non prima delle
undici, mezzogiorno, l'una, e tutto quello che i miei sensi recepivano adesso mi ricordava i mattini
d'estate della mia infanzia, quando partivo in bicicletta alle sei e mezzo per andare a lavorare da un
giardiniere. Il cielo era spesso nebbioso, la strada vuota e grigia, l'aria che mi veniva incontro fredda,
ed era quasi impossibile credere che il caldo sul campo dove ci saremmo chinati pi tardi sarebbe stato
cocente e che durante la pausa pranzo ci saremmo precipitati con le biciclette al lago di Gjerstad per un
tuffo prima di riprendere il lavoro.
Bevvi un sorso di caff e accesi una sigaretta. Non che mi godessi il gusto del caff o il fumo
che penetrava nei polmoni, lo espiravo subito, ma andava fatto, era una routine e, come tutte le routine,
era solo una questione di forma.
Quanto odiavo l'odore delle sigarette da piccolo! Viaggi in macchina sul sedile posteriore che
bruciava con due genitori che fumavano seduti davanti. Il fumo che al mattino si infiltrava dalla cucina
in camera mia attraverso la porta, prima che potessi farci l'abitudine, riempiendo le mie narici
assonnate, sussultavo per il fastidio, ogni giorno, finch non cominciai anch'io a fumare e divenni
immune a quell'odore.
Faceva eccezione il periodo in cui pap aveva fumato la pipa.
Quando poteva essere stato?
Tutta quella fatica per togliere il vecchio tabacco bruciato, pulire la pipa con il curapipe bianco
pieghevole, metterci del tabacco nuovo e stare l a cercare di accenderla, infilarci un fiammifero,
pressarlo, infilarci un altro fiammifero, pressare e pressare ancora e infine sdraiarsi in poltrona,
distendere le gambe l'una sull'altra e fumare la pipa. Stranamente lo collegavo al suo periodo da
escursionista. Maglioni fatti a mano, giacca a vento, stivali, barba, pipa. Lunghe gite in campagna per
raccogliere frutti di bosco per l'inverno, a volte su per la montagna in cerca di more gialle, la migliore
delle bacche, ma di solito entravamo nel bosco dalla strada, dove lasciavamo la macchina parcheggiata
da una parte, tutti con il rastrelletto in una mano e il secchiello nell'altra, in cerca di piantine di mirtilli
o di mirtilli rossi. Le soste vicino ai fiumi o sulle alture panoramiche. A volte ai piedi della montagna
lungo il corso del fiume, a volte su un tronco di legno in un bosco di pini. Quando sulla nostra strada
spuntavano piantine di mirtilli, rallentavamo. Fuori i secchielli, perch quella era la Norvegia degli anni
Settanta, le famiglie stavano sul margine della strada a raccogliere mirtilli nei fine settimana, con
enormi borse frigo rettangolari di plastica con dentro il pranzo nel bagagliaio. Sempre nello stesso
periodo, pap andava a pescare nella parte estrema dell'isola da solo dopo la scuola, o insieme a noi nei
fine settimana, a caccia del merluzzo gigante che d'inverno si trovava in questa zona. 1974, 1975.
Anche se nessuno dei miei genitori aveva avuto dei contatti con il movimento del Sessantotto (d'altra
parte avevano avuto dei figli a vent'anni e da allora avevano lavorato e mio padre si teneva lontano
dalle ideologie), tuttavia pap non era immune allo spirito del tempo, che viveva anche in lui e, a
vederlo l con la pipa in mano, con la barba e i capelli se non lunghi comunque folti, un maglione fatto
a mano e jeans strappati, con quegli occhi chiari che ti guardavano sorridenti, si sarebbe forse potuto
scambiarlo per uno di quei teneri padri che cominciavano a fare la loro comparsa in quel periodo e a
rendersi utili, quelli che non disdegnavano di spingere il passeggino, cambiare i pannolini e sedersi per
terra a giocare con i figli. Ma niente poteva essere pi lontano dalla verit. L'unica cosa che aveva in
comune con loro era la pipa.
Oh, pap, e adesso mi hai lasciato?
Dalla finestra aperta al piano di sopra si sent all'improvviso un pianto. Mi voltai. In cucina
Kari Anne stava finendo di svuotare la lavastoviglie, poggi due bicchieri sul tavolo e corse verso le
scale. Ylva, che spingeva una piccola carrozzina con dentro una bambola, le trotterell dietro. Subito
dopo sentii dalla finestra la sua voce rassicurante e il pianto si calm.
Mi alzai, aprii la porta ed entrai. Ylva era al cancelletto davanti alle scale e guardava di sopra.
Si sentiva il rumore dell'acqua nei tubi nei muri.
Vuoi salire sulle mie spalle? chiesi.
S disse lei.
Mi chinai per tirarla su, strinsi con le mani le sue gambette e corsi un po' avanti e indietro tra il
salotto e la cucina nitrendo come un cavallo. Lei rideva e ogni volta che mi fermavo e mi piegavo in
avanti come se volessi buttarla gi, gridava. Dopo un paio di minuti ne avevo abbastanza, ma continuai
ancora un po' per amore dell'ordine, prima di accovacciarmi e farla scendere.
Ancora! disse lei.
Un'altra volta dissi guardando fuori dalla finestra, verso la strada dove un autobus proprio in
quel momento aveva accostato e si era fermato per far salire l'esiguo gruppo di passeggeri dei
condomini diretti al lavoro.
Ora disse lei.
La guardai e sorrisi.
Okay. Rifacciamolo allora dissi. Tirarla su di nuovo, fare di nuovo avanti e indietro, fermarsi
e far finta di volerla far cadere, nitrire. Per fortuna poco dopo scese Yngve, cos che fu naturale
smettere.
Sei pronto? chiese.
Aveva i capelli bagnati e le guance lisce dopo essersi fatto la barba. In mano teneva la vecchia
borsa rossa e blu dell'Adidas, che aveva fin dai tempi del liceo.
Certo dissi.
Kari Anne  di sopra?
S, Torje si  svegliato.
Mi fumo una sigaretta, poi andiamo disse Yngve. Intanto puoi guardare tu Ylva?
Annuii. Per fortuna sembrava che si stesse tenendo occupata da sola, perci potei sprofondare
nel divano e sfogliare una rivista. Ma non riuscivo bene a concentrarmi sulle recensioni dei dischi e
sulle interviste ai gruppi, quindi la posai e presi invece la chitarra, che era su un cavalletto accanto al
divano, davanti all'amplificatore e alle scatole di lp. Era una Fender Telecaster nera, relativamente
nuova, mentre l'amplificatore era un Music Man. Inoltre Yngve aveva anche una Hagstrm, ma la
teneva nel suo ufficio. Feci degli accordi senza pensare, era l'apertura di Space Oddity di Bowie, che
cominciai a canticchiare. La chitarra non l'avevo pi, in tutti gli anni in cui avevo suonato non ero mai
andato oltre le basi, che un quattordicenne mediamente dotato impara nell'arco di un mese. Ma per lo
meno la batteria, che cinque anni prima avevo pagato a caro prezzo, era rimasta in soffitta e, quando
fossimo tornati a Bergen, avrebbe forse potuto rivelarsi di nuovo utile.
Qui si sarebbe dovuta suonare Pippi Calzelunghe, pensai.
Posai la chitarra e avevo ripreso la rivista rock del pap, quando Kari Anne scese le scale con
Torje in braccio. Aveva un sorriso che andava da un orecchio all'altro, mentre penzolava dalle sue
braccia. Andai loro incontro, mi chinai verso di lui e gli feci bu! Cosa per me insolita e innaturale,
improvvisamente mi sentii stupido, ma non aveva importanza per Torje, che fece delle risatine e
quando smise mi guard con occhi pieni di attesa, voleva che lo rifacessi.
Bu! feci.
Ih, ih, ih!
Non tutti i rituali sono cerimoniali, non tutti i rituali sono chiaramente definiti, alcuni prendono forma
nella quotidianit e diventano riconoscibili solo quando il quotidiano improvvisamente acquista un
peso e un valore. Quando quella mattina uscii di casa e mi diressi alla macchina seguendo Yngve, per
un momento fu come se entrassi in una storia pi grande della mia. I figli che tornano a casa per
seppellire il padre, questa era la storia in cui di colpo mi sembr di trovarmi, quando mi fermai davanti
alla portiera dal lato dei passeggeri, mentre Yngve apriva il bagagliaio per metterci la borsa, e Kari
Anne, Ylva e Torje ci guardavano dalla soglia della porta. Il cielo era bianco-grigio e mite, il quartiere
tranquillo. Il colpo secco della portiera del bagagliaio, che echeggi contro il muro delle case di fronte,
suon chiaro e acuto in una maniera quasi inopportuna. Yngve apr la portiera e sal a bordo, si chin e
mi apr. Salutai con la mano Kari Anne e i bambini, prima di sedermi e richiudere la portiera. Anche
loro mi fecero ciao con la mano. Yngve accese il motore, appoggi il braccio sul mio schienale e fece
marcia indietro, verso destra. Poi salut anche lui e cominciammo a scendere gi per la strada. Mi
appoggiai al sedile.
Hai sonno? chiese Yngve. Dormi pure se vuoi.
Sicuro?
Certo. Solo se posso mettere un po' di musica, per.
Annuii e chiusi gli occhi. Sentii la mano che premeva il tasto d'accensione del lettore, che
cercava un cd nel vano sotto al cruscotto. Il leggero ronzio del motore. Poi il cd che scivolava dentro e
un'introduzione folk di mandolino.
Cos'? chiesi.
Sixteen Horsepower disse. Ti piace?
Mi sembrano bravi dissi e richiusi gli occhi. La sensazione della grande storia era scomparsa.
Non eravamo due figli, eravamo Yngve e Karl Ove, non stavamo andando a casa, ma a Kristiansand,
non dovevamo seppellire un padre, ma pap.
Non avevo sonno e non mi sarei addormentato, ma era piacevole stare seduto cos, soprattutto
perch non richiedeva alcuno sforzo. Quando eravamo piccoli Yngve era uno con cui parlavo
liberamente e per cui non avevo segreti, ma a un certo punto, forse gi quando ero al liceo, le cose
cambiarono, da allora iniziai a essere estremamente consapevole di chi fosse lui e di chi fossi io quando
parlavamo, tutta la naturalit scomparve, ogni mia affermazione era calcolata in anticipo o analizzata a
posteriori, di solito entrambe, a parte quando bevevo, allora tornavo alla vecchia libert. A eccezione di
Tonje e di mia madre, per me era cos con tutti, non riuscivo a parlare tranquillamente con la gente, la
consapevolezza della situazione contingente era troppo grande e mi portava a guardarla da fuori. Non
sapevo se anche per Yngve era lo stesso, ma pensavo di no, non sembrava quando lo vedevo con altri.
Non sapevo neppure se lui sapeva che per me era cos, ma qualcosa mi diceva di s. Spesso mi sentivo
falso o bugiardo, dato che non giocavo mai a carte scoperte, calcolavo e valutavo sempre la situazione.
Ormai la cosa non mi dava pi fastidio, era diventata la mia vita, ma in quel preciso momento,
all'inizio di un lungo viaggio in macchina, con pap che era morto, sentivo che avevo bisogno di
lasciarmi andare, o di lasciar andare la parte di me che mi teneva cos strettamente sotto controllo.
Merda.
Mi tirai su e diedi un'occhiata ai suoi cd. Massive Attack, Portishead, Blur, Leftfield, Bowie,
Supergrass, Mercury Rev, Queen.
Queen?
Gli erano sempre piaciuti, fin da piccolo, era sempre rimasto loro fedele ed era pronto a
difenderli in qualunque momento. Ricordo che stava nella sua stanza a copiare nota per nota un assolo
di Brian May sulla sua nuova chitarra, la copia di una Les-Paul nera comprata con i soldi della cresima,
e ricordo la rivista del fan club dei Queen che gli arrivava per posta. Stava ancora aspettando che il
mondo ritrovasse la ragione e riconoscesse ai Queen quello spettava loro di diritto.
Sorrisi.
Quando Freddie Mercury mor, la rivelazione scioccante non fu che era omosessuale, ma che
era indiano.
Chi avrebbe potuto immaginarselo?
Fuori gli edifici cominciavano a farsi pi radi. Il traffico sull'altra corsia era aumentato per un
po', quando si avvicinava l'ora di punta, ma poi aveva cominciato a diminuire di nuovo, mentre ci
avvicinavamo alla zona deserta tra le citt. Passammo accanto a grandi campi dorati di grano, a grossi
campi di fragole, a pascoli verdi, a campi appena arati di terra marrone scuro, quasi nera. Qua e l un
tratto di bosco, villaggi, qualche fiumiciattolo, qualche laghetto. Poi il paesaggio cambi carattere e
divenne simile a quello degli altopiani, con verdi zone piatte prive di alberi e non coltivate. Yngve si
ferm a un distributore di benzina, fece il pieno, infil la testa nel finestrino e mi chiese se volevo
qualcosa, scossi il capo, ma quando ritorn mi porse una bottiglietta di Coca-Cola e un bounty.
Ci fumiamo anche una sigaretta? disse.
Annuii e scesi. Andammo verso una panchina in fondo allo spiazzo. Dietro scorreva un piccolo
ruscello, che la strada attraversava con un ponte poco pi in l. Ci sfrecci davanti una moto, poi un
TIR, poi un altro.
Cosa ha detto la mamma, di preciso? chiesi.
Non molto disse Yngve. Le serve sempre del tempo per elaborare le cose. Ma era
dispiaciuta. Credo che pensasse soprattutto a noi.
Il funerale di Borghild era proprio oggi dissi.
Gi.
Un TIR che veniva da ovest entr nel distributore di benzina, parcheggi sull'altro lato con uno
sbuffo, un uomo di mezza et salt gi e mentre andava verso l'entrata si risistem i capelli che
svolazzavano al vento.
L'ultima volta che ho visto pap mi ha detto che pensava di cominciare a lavorare come
camionista dissi sorridendo.
Eh? fece Yngve. Quando  stato?
L'inverno scorso, s, circa sei mesi fa. Mentre ero a Kristiansand a scrivere.
Svitai il tappo della bottiglietta e bevvi un sorso.
E tu quando l'hai visto l'ultima volta? chiesi pulendomi la bocca con il dorso della mano.
Yngve guardava la pianura al di l della strada, fece due tiri dal mozzicone di sigaretta.
Deve essere stato per la cresima di Egil. Maggio dello scorso anno. O no? Non ne sono molto
sicuro.
Yngve tolse il piede dalla panchina, ritapp la bottiglia e and alla macchina; intanto il
camionista veniva fuori dalla porta con un giornale sotto il braccio e un hot dog in mano. Buttai
sull'asfalto la sigaretta fumante e lo seguii. Quando lo raggiunsi, aveva gi messo in moto la macchina.
Bene disse Yngve. Adesso mancano circa due ore. Possiamo mangiare quando arriviamo,
no?
S, certo.
C' qualcosa che ti va di ascoltare?
Si ferm allo stop, guard a destra e a sinistra per poi riprendere la strada principale e spingere
sull'acceleratore.
No dissi. Decidi pure tu.
Mise i Supergrass. Quel cd l'avevo comprato a Barcellona, dove avevo accompagnato Tonje a
una specie di seminario sulle radio locali europee, dopo che avevamo visto l un loro concerto, e poi lo
avevo ascoltato in continuazione, insieme un altro paio di cd, mentre scrivevo il romanzo.
All'improvviso mi sentii invadere dall'atmosfera di quell'anno. Dunque era gi diventato un ricordo,
pensai sorpreso. E lo era diventato anche il periodo in cui a Volda scrivevo per tutto il giorno, mentre
Tonje andava a prendere la soda e l'acqua fredda.
Mai pi, aveva detto poi, la prima sera che avevamo passato nel nuovo appartamento di Bergen,
e il giorno dopo dovevamo partire per una vacanza in Turchia. Allora ti lascerei.
In effetti l'ho rivisto un'altra volta disse Yngve. La scorsa estate, quando ero a Kristiansand
con Bendik e Atle. Mentre passavamo in macchina era seduto sulla panchina davanti al chiosco
all'incrocio di Rundingen, sai. Sembra quasi un delinquente, disse Bendik. E aveva perfettamente
ragione.
Povero pap dissi.
Yngve mi guard.
Se c' qualcuno che non pu fare pena  lui disse.
Lo so. Ma hai capito cosa volevo dire.
Non rispose. Il silenzio che nei primi secondi era stato carico di tensione divenne
semplicemente silenzio. Guardai il paesaggio fuori dal finestrino, che qui, cos vicino al mare, era
sterile e spazzato dal vento. Qua e l, un fienile dipinto di rosso, qualche casa di campagna dipinta di
bianco, qualche trattore con una mietitrice su un campo. Una vecchia auto senza una ruota in un cortile,
un pallone giallo sgonfio sotto una siepe, qualche pecora al pascolo su una scarpata, un treno che
scivolava lentamente sulle rotaie pi in alto, a qualche centinaia di metri dalla strada.
Avevo sempre sospettato che avessimo un rapporto diverso con pap. La differenza non era
grande, ma forse significativa? Non saprei. Per un periodo pap si era avvicinato a me, era l'anno in cui
la mamma si stava specializzando a Oslo e stava facendo il tirocinio a Modum e noi abitavamo con lui.
Era come se avesse dato per perso Yngve, che aveva quattordici anni, ma sperasse ancora di poter
stabilire un buon rapporto con me. Comunque fosse, dovevo stare con lui in cucina ogni sera e fargli
compagnia mentre preparava la cena. Io mi sedevo e lui stava ai fornelli e intanto mi domandava
diverse cose. Che aveva detto di interessante la maestra, cosa avevamo imparato durante l'ora di
inglese, cosa avrei fatto dopo cena, se sapevo quali squadre si sarebbero affrontate nel campionato di
serie A quel sabato. Rispondevo in modo conciso e mi contorcevo sulla sedia. Fu quello l'inverno in
cui mi port a sciare. Yngve poteva fare quello che voleva, bastava che dicesse dove andava e che
tornasse a casa alle nove e mezzo, e ricordo che lo invidiavo per questo. Il periodo si prolung per tutto
l'anno in cui la mamma fu via, perch l'autunno seguente, prima che cominciasse la scuola, pap mi
portava a pescare la mattina, ci alzavamo alle sei, fuori era buio come in fondo a un pozzo e freddo,
soprattutto sul mare. Avevo freddo e volevo andare a casa, ma era pap che mi voleva con s, non
serviva a niente lamentarsi, non serviva protestare, bisognava resistere. Due ore dopo eravamo di
nuovo a casa, appena in tempo perch riuscissi a prendere l'autobus per andare a scuola. Odiavo tutto
questo, avevo sempre freddo, il mare era gelato ed ero io che tiravo su il galleggiante e le prime reti,
mentre lui manovrava la barca, e se non riuscivo prendere il galleggiante mi sgridava, s, era una regola
pi che un'eccezione, che io tra le lacrime cercassi di afferrare quel maledetto galleggiante, mentre lui
faceva su e gi con la barca e mi guardava con quei suoi occhi furiosi nel buio autunnale dell'isola di
Tromya. Ma sapevo che lo faceva per me e che non lo aveva mai fatto per Yngve.
D'altra parte sapevo anche che i primi anni di vita di Yngve erano stati positivi, forse addirittura
felici, quando abitavano in Thereses gate a Oslo e pap studiava all'universit e lavorava come
guardiano notturno e la mamma frequentava la scuola per infermiere, mentre Yngve era all'asilo.
Sapevo che pap era strafelice per Yngve. Quando nacqui io, ci trasferimmo sull'isola di Tromya,
prima in una vecchia casa a Hove, che in origine era una caserma, nel bosco vicino al mare, poi nella
casa della zona residenziale di Tybakken, e l'unica cosa di quel periodo che ho sentito raccontare  di
quella volta che caddi dalle scale e andai in iperventilazione e quindi svenni e la mamma corse con me
in collo dal vicino per telefonare all'ospedale, dato che diventavo sempre pi cianotico, e di quella
volta che avevo urlato cos tanto che mio padre alla fine mi aveva messo nella vasca e mi aveva fatto
una doccia fredda per farmi smettere. La mamma, che mi aveva raccontato questo episodio, arriv in
quel momento e gli diede un ultimatum: se lo avesse fatto un'altra volta, lo avrebbe lasciato. Non
successe pi e lei rimase.
Il fatto che pap avesse provato a instaurare un buon rapporto con me non voleva dire che non
mi picchiasse o che non urlasse per la rabbia, o che non trovasse i modi pi ingegnosi per punirmi, ma
voleva dire che l'immagine che avevo di lui non era univoca, come lo era forse per Yngve. Lui lo
odiava di pi e in modo pi facile. Non avevo idea di come Yngve vedesse il rapporto tra di loro.
L'idea di avere un giorno dei figli non era priva di complicazioni per me e quando Yngve mi disse che
Kari Anne era incinta, non era stato possibile non pensare a che tipo di padre sarebbe stato Yngve, se
quello che pap ci aveva trasmesso era nel nostro sangue o se era possibile liberarsene, forse anche in
modo semplice. Yngve fu una specie di esperimento per me: se andava bene, sarebbe andata bene
anche a me. E and bene, non c'era niente di nostro padre in Yngve per quanto riguardava la relazione
con i figli, era tutto diverso e come integrato con il resto della sua vita. Non li respingeva mai, trovava
sempre tempo per loro quando lo cercavano o quando ce n'era bisogno, ma non li lasciava neppure
avvicinare troppo, nel senso che non lasciava che prendessero il posto di una parte di lui o della sua
vita. Affrontava con disinvoltura le situazioni che si venivano a creare con Ylva, quando per esempio
scalpitava, si dimenava e urlava e non voleva vestirsi. Era stato a casa con lei per sei mesi e la
vicinanza che si era creata in quel periodo era ancora viva. A parte Yngve e pap, non avevo altri
esempi a cui fare riferimento.
Il paesaggio intorno a noi cambi di nuovo. Adesso attraversavamo dei boschi. I boschi della
Norvegia del Sud, con qualche nuda roccia qua e l tra gli alberi, alture con abeti e querce, pioppi e
betulle, qualche scuro stagno e poi improvvisamente prati, lande piatte fitte di pini. Quando ero piccolo
di solito mi immaginavo che il mare salisse e riempisse il bosco, di modo che le alture diventano
isolotti tra cui si poteva andare in barca e da cui si poteva fare il bagno. Di tutte le mie fantasie infantili
questa era la pi affascinante: il pensiero che tutto si potesse ricoprire d'acqua mi stregava, il pensiero
di poter nuotare dove di solito si camminava, nuotare sopra le fermate degli autobus e sopra i tetti delle
case, magari tuffarsi e scivolare attraverso una porta, su per delle scale, dentro un salotto. O
semplicemente nel mezzo di un bosco, con i suoi pendii e i declivi, le pietraie e i vecchi alberi. In un
certo periodo della mia infanzia il gioco pi importante era costruire dighe nei ruscelli, di modo che
l'acqua fuoriuscisse e ricoprisse il muschio, le radici, l'erba, le rocce, la dura terra battuta del sentiero
lungo il ruscello. Aveva un potere ipnotico. Per non parlare della cantina nella casa in costruzione che
avevamo trovato, che era piena di acqua nera e lucida, su cui navigavamo con due casse di polistirolo,
quando avevamo forse cinque anni. Ipnotico. Lo stesso valeva per il ghiaccio in inverno, quando
pattinavamo sui ruscelli, dove erba e bastoncini, rametti e pianticelle erano congelati nel ghiaccio
lucido sotto i nostri piedi.
In cosa consisteva tutto questo fascino? E che fine aveva fatto?
Un'altra fantasia che avevo in quel periodo era che dalla macchina fuoriuscissero due enormi
lame di sega, che al passaggio dividevano a met ogni cosa. Alberi e lampioni, case e capanne, ma
anche persone e animali. Se c'era una persona ad aspettare l'autobus, la sega la tagliava a met, di
modo che la parte superiore del corpo cadeva, pi o meno come cade un albero abbattuto, mentre le
gambe e i fianchi restavano l, con la superficie tagliata che sanguinava.
Riuscivo ancora a provare quella sensazione.
Laggi c' Sgne disse Yngve. Ne ho sempre sentito parlare, ma non ci sono mai stato. E
tu?
Scossi la testa.
Alcune ragazze del liceo venivano da l. Ma io non ci sono mai stato.
Mancavano solo pochi chilometri.
Subito dopo il paesaggio cominci ad assumere un aspetto vagamente familiare, divenne
sempre pi noto, finch ci che vedevo dal finestrino non venne a coincidere esattamente con le
immagini che avevo dentro di me. Sembrava di viaggiare in un ricordo. Come se quello in cui ci
muovevamo fosse solo una specie di scenario della mia infanzia. L'uscita per Vgsbygd, dove aveva
abitato Hanne, la fabbrica della Hennig-Olsen, Falconbridge, scuro e sporco, circondato da montagne
smorte, e poi il mare di Kristiansand verso destra, con la stazione degli autobus, il terminal dei
traghetti, il Caledonia, i silo sull'isola di Odder. A sinistra il quartiere dove aveva abitato fino a poco
prima lo zio di pap, prima che la demenza senile lo facesse finire in un qualche ospizio.
Mangiamo prima? disse. O andiamo direttamente all'impresa di pompe funebri?
Meglio farci un salto subito dissi. Sai dove si trova?
Da qualche parte in Elvegaten.
E dobbiamo arrivarci da sopra. Sai da dove si entra?
No. Ma proseguiamo, vedrai che lo scopriamo.
Ci fermammo al semaforo rosso di un incrocio, Yngve si sporse in avanti e guard in tutte le
direzioni. Scatt il verde, lui ingran la marcia e prosegu lentamente dietro un camioncino con il
pianale coperto da un telone grigio e sporco, guardando sempre ai lati, il camioncino acceler e quando
Yngve vide lo spazio che si era creato, si rimise a sedere dritto e acceler.
Era gi per di qua disse, indicando verso destra. Adesso dobbiamo attraversare la galleria.
Non funziona dissi. Cos non facciamo altro che entrare dalla parte opposta.
Ma funzion. Quando uscimmo dal galleria e salimmo sul ponte, l'appartamento in cui avevo
abitato era sulla destra, lo vidi dalla strada, e solo poche centinaia di metri pi in l, sull'altro lato del
fiume, nascosta alla nostra vista, c'era la casa della nonna, dove pap era morto il giorno prima.
Si trovava ancora in quella citt, il suo corpo era in una qualche stanza sotterranea, curato da
persone estranee, mentre noi eravamo qui, in macchina, diretti all'impresa di pompe funebri. Era
cresciuto nelle strade che vedevamo davanti a noi e le aveva percorse fino a pochi giorni prima. Al
contempo emersero anche i miei ricordi legati a queste strade, perch proprio l c'era il liceo, l c'era il
quartiere di villette che attraversavo ogni mattina e ogni pomeriggio, tanto innamorato che faceva male,
l c'era la casa dove ero stato tanto da solo.
Piansi, ma non fu cos terribile, solo qualche lacrima che scorreva per le guance. Yngve non lo
not se non dopo avermi guardato. Allora gli feci un cenno con la mano come per dire che non era
niente e fui contento che la voce mi reggesse quando dissi: Qui prendi a sinistra.
Ci dirigemmo gi verso Torridalsveien, passammo davanti ai due campetti sportivi dove mi ero
allenato cos duramente con la squadra senior nell'inverno dei miei sedici anni, passammo davanti a
Kjita e salimmo su fino all'incrocio di sterveien, attraversammo il ponte, per poi prendere a destra,
in Elvegaten.
Che numero era? chiesi.
Yngve guard i numeri delle case mentre avanzava lentamente.
 quello disse. Ora dobbiamo solo trovare un parcheggio .
Un'insegna nera con una scritta dorata sporgeva dalla facciata di una casa in legno a sinistra.
Era stato Gunnar a dare a Yngve il nome di quell'impresa. Era quella a cui si erano rivolti quando era
morto il nonno e, per quanto ne sapevo, era quella a cui la famiglia si era sempre affidata. Io ero in
Africa quella volta, per una visita di due mesi alla madre di Tonje e a suo marito, e venni a sapere che il
nonno era morto solo dopo il funerale. Era pap che si era preso l'incarico di avvertirmi. Non lo fece.
Ma al funerale disse che me l'aveva detto, e che io avevo risposto che non potevo andare. Avrei voluto
partecipare a quel funerale e, anche se in pratica sarebbe risultato difficile, non era necessariamente
impossibile e, anche se lo fosse stato, avrei voluto sapere subito che il nonno era morto, e non tre
settimane dopo, quando era gi sotto terra. Mi infuriai. Ma cosa ci potevo fare?
Yngve svolt in una stradina laterale e parcheggi l, accanto al marciapiede. Sganciamo con
calma la cintura di sicurezza nello stesso istante, e nello stesso istante aprimmo calma lo sportello della
macchina, poi ci guardammo e ci sorridemmo. L'aria fuori era tiepida, ma pi afosa che a Stavanger, il
cielo leggermente pi scuro. Yngve and al parchimetro e io mi accesi una sigaretta. Non ero stato
neppure al funerale della mia nonna materna. Allora ero a Firenze insieme a Yngve. Ci eravamo
arrivati in treno e avevamo trovato alloggio in una pensione che non avevamo prenotato e, dato che era
successo prima che i cellulari diventassero di uso comune, eravamo irraggiungibili. Fu Asbjrn a
raccontarci quello che era successo la sera in cui tornammo a casa, mentre bevevamo i liquori che
avevamo riportato. Perci l'unico funerale a cui ero stato era quello del padre di mia madre. Aiutai a
portare la bara, fu un bel funerale, il cimitero era su un'altura che dominava il fiordo, c'era il sole,
piansi quando la mamma fece il discorso in chiesa e quando lei, dopo che tutto fu finito e lui era stato
sepolto, si ferm davanti alla fossa. Stava l a capo chino, da sola, e l'erba era verde e il fiordo lontano
laggi era blu e lucente come uno specchio e la montagna sull'altro lato massiccia e scura e imponente
e la terra della tomba brillava nera e lucida.
Dopo avevamo mangiato una zuppa di carne. Cinquanta persone che risucchiavano e sorbivano
rumorosamente, perch non c' niente di meglio della carne salata contro i sentimentalismi, una zuppa
calda contro una tempesta di sentimenti. Magne, il padre di Jon Olav, aveva fatto un discorso, ma
piangeva tanto che era quasi impossibile capirlo. Jon Olav aveva cercato di parlare in chiesa, ma aveva
dovuto rinunciare, era cos legato al nonno che non era riuscito a tirare fuori neppure una parola.
Feci qualche passo per sgranchirmi le gambe, guardai la strada, che era quasi vuota, a parte in
fondo, dove c'era la via dello shopping della citt, che da quella distanza sembrava quasi nera di gente.
Il fumo mi raschiava i polmoni, come sempre quando era un po' che non fumavo. Una macchina si
ferm una cinquantina di metri pi su e ne usc un uomo. Si chin per salutare con la mano quelli che
lo avevano fatto scendere. Aveva i capelli neri e ricci un inizio di calvizie, avr avuto una cinquantina
d'anni, indossava pantaloni di velluto marrone chiaro e una giacca nera, con stretti occhiali squadrati.
Mi voltai di modo che non potesse vedere il mio viso mentre si avvicinava, perch lo avevo
riconosciuto: era il mio insegnante di norvegese della prima liceo, com' che si chiamava? Fjell? Berg?
Fa lo stesso, pensai, e mi voltai di nuovo dopo che fu passato. Era un tipo vivace e amichevole, ma
sapeva essere anche mordace, cosa che non veniva fuori spesso, ma quando era successo, avevo
pensato che fosse crudele. Ora sollev la borsa che teneva in mano per guardare l'orologio, allung il
passo e spar dietro l'angolo.
Ho bisogno di fumarne una anch'io disse Yngve fermandosi accanto a me.
 appena passato il mio vecchio professore dissi.
Eh? fece Yngve. Ma non ti ha riconosciuto?
Non lo so. Mi sono girato dall'altra parte.
Buttai via il mozzicone e frugai in tasca per cercare una gomma da masticare. Mi sembrava di
ricordare di averne una. E c'era.
Ne ho solo una dissi. Altrimenti te l'avrei offerta.
Ci credo disse.
Le lacrime erano vicine, lo sentivo, e feci qualche profondo respiro, sgranando gli occhi, come
per liberarli dalle lacrime. Su una scala davanti a noi sedeva un ubriacone a cui non avevo fatto caso.
Aveva la testa poggiata contro il muro e sembrava dormire. La pelle del viso era scura, come di cuoio,
e piena di graffi. I capelli cos unti da somigliare all'acconciatura di un rasta. Aveva una pesante giacca
invernale, anche se la temperatura era come minimo venti gradi, e una borsa con degli avanzi accanto a
s. Sulla trave del tetto sopra di lui c'erano tre gabbiani. Quando li guardai uno di loro pieg indietro la
testa ed emise un grido.
Allora fece Yngve. Vogliamo darci una mossa?
Annuii.
Butt via la sigaretta e scendemmo.
Ma abbiamo un appuntamento? chiesi.
No, non lo abbiamo disse. Ma non ci sar mica cos tanta gente, penso.
Sicuramente non ci saranno problemi.
Tra gli alberi potevo intravedere a malapena il fiume l sotto e, quando svoltammo l'angolo,
tutte le insegne, le vetrine e le macchine in Dronningens gate. Asfalto grigio, edifici grigi, cielo grigio.
Yngve apr la porta dell'impresa di pompe funebri ed entr. Lo seguii, richiusi la porta e,
quando mi voltai di nuovo, mi trovai davanti una specie di sala d'attesa, con un divano, delle sedie e un
tavolo a una parete, un bancone all'altra. Il bancone era vuoto e Yngve si avvicin e guard nella
stanza pi interna, picchi leggermente sul vetro con le nocche, mentre io ero rimasto nel mezzo della
sala. Una porta sulla parete pi corta era socchiusa, vidi passare una figura con un completo nero.
Sembrava giovane, pi giovane di me.
Una donna con i capelli chiari e i fianchi larghi, sulla cinquantina, usc e si sedette dietro il
bancone. Yngve le disse qualcosa, non sentii cosa, solo il suono della sua voce.
Si volt.
Arriva subito qualcuno disse. Dobbiamo aspettare cinque minuti.
Mi sembra di essere dal dentista dissi quando ci sedemmo e guardai la stanza.
E allora lui trapaner il nostro spirito disse Yngve.
Sorrisi. Mi ricordai della gomma da masticare, che tolsi dalla bocca e nascosi in mano, cercando
un cestino. Non c'era. Strappai un pezzo di un giornale sul tavolo, lo accartocciai e me lo misi in tasca.
Yngve tamburellava con le dita sul bracciolo.
Ma s, ero stato a un altro funerale. Come potevo essermelo dimenticato? Era il funerale di un
ragazzo, l'atmosfera in chiesa era isterica, c'erano pianti, c'erano urla, c'erano grida e gemiti e
singhiozzi, ma anche risate e sghignazzi, che si diffondevano a ondate, un grido poteva dare il via a una
nuova esplosione di sentimenti a cascata, c'era una tempesta l dentro, e tutto aveva origine dalla
bianca bara vicino all'altare, dove c'era Kjetil. Si era schiantato alla guida della sua auto, si era
addormentato al volante una mattina presto, era uscito di strada e finito contro un recinto, un palo di
ferro gli aveva fracassato la testa. Aveva diciotto anni. Era uno di quelli che piacevano a tutti, uno di
quelli che sono sempre allegri e che non fanno male a nessuno. Dopo le medie, prese lo stesso indirizzo
di Jan Vidar alla scuola professionale ed era per questo che era fuori in macchina cos presto, il suo
lavoro al forno cominciava alle quattro del mattino. Quando avevo sentito per la prima volta
dell'incidente alla radio, avevo pensato che si trattasse di Jan Vidar e avevo provato sollievo nel capire
che mi sbagliavo, tuttavia ero anche dispiaciuto, ma mai quanto le ragazze della nostra vecchia classe,
che diedero libero sfogo ai loro sentimenti, e lo so perch insieme a Jan Vidar andai a trovare tutti nei
giorni dopo l'incidente per raccogliere soldi e nominativi per fare una corona da parte della classe. Non
mi sentivo a mio agio in quel ruolo, sembrava che reclamassi un rapporto con Kejtil a cui non avevo
diritto, quindi cercavo di non farmi notare, cercavo di occupare il minor spazio possibile mentre giravo
in citt con la macchina insieme a Jan Vidar, che manifestava dolore, rabbia, coscienza sporca.
Mi ricordo bene di Kjetil, posso vedere la sua immagine davanti a me in qualunque momento,
sentire la sua voce dentro di me, ma dei quattro anni in cui l'ho conosciuto  rimasto solo un evento
concreto, e assolutamente insignificante: qualcuno aveva messo Our house dei Madness sullo stereo
dell'autobus della scuola e Kjetil, che era accanto a me, rideva di quanto il cantante andasse veloce.
Tutto il resto l'ho dimenticato. Ma in cantina ho ancora un libro che mi aveva prestato lui, L'ABC
dell'esame di guida. Sul frontespizio c' il suo nome, scritto con la calligrafia infantile che hanno quasi
tutti quelli della nostra generazione. Avrei dovuto restituirlo, ma a chi? Quel libro era sicuramente
l'ultima cosa che i suoi genitori avrebbero voluto vedere.
La scuola che avevano frequentato lui e Jan Vidar era a un solo isolato da dove adesso stavo
aspettando insieme a Yngve. A parte per qualche settimana due anni fa, non ero quasi mai tornato in
citt da allora. Un anno nella Norvegia del Nord, sei mesi in Islanda, sei mesi scarsi in Inghilterra, un
anno a Volda, nove anni a Bergen. E, a parte Bassen, che ancora vedevo sporadicamente, non avevo
pi contatti con nessuno di quelli dell'epoca in cui abitavo qui. Il mio pi vecchio amico era Espen
Stueland, che avevo conosciuto al primo anno del corso di letteratura a Bergen dieci anni prima. Non
era stata una mia scelta, era successo e basta. Per me Kristiansand era una citt morta. Sapere che tutti
coloro che conoscevo a quell'epoca abitavano ancora qui e avevano qui le loro vite mi lasciava
indifferente, per me il tempo a Kristiansand si era fermato nell'estate in cui avevo finito il liceo e me ne
ero andato per sempre.
La mosca che aveva ronzato alla finestra fin dal nostro ingresso di colpo inizi a volare nella
stanza. La seguii con lo sguardo mentre ronzava vicino al soffitto, si posava sulla parete gialla, si
levava di nuovo in volo e disegnava un piccolo arco intorno a noi, per atterrare sul bracciolo della sedia
di Yngve. Mosse le sue zampette anteriori, incrociandole come per pulirle, per poi fare qualche passo e
sollevarsi per aria con le sue ali vibranti e atterrare sul dorso della mano di Yngve, che ovviamente la
scroll bruscamente, cosicch la mosca rispieg le ali e riprese a ronzare davanti a noi in un modo che
quasi sembrava sofferente. Alla fine si pos di nuovo sulla finestra, muovendosi su e gi secondo linee
sconnesse.
Non abbiamo parlato del funerale disse Yngve. Ci hai pensato?
Vuoi dire se deve essere in chiesa o civile?
Per esempio.
No, non ci ho pensato. Dobbiamo decidere adesso, allora? 
Magari no. Per presto, credo.
Intravidi il ragazzo con il completo che passava di nuovo davanti alla porta semiaperta. Mi
venne in mente che forse era l che tenevano i defunti. Che quello fosse il posto dove esponevano i
morti. Dove altrimenti?
Come se qualcuno l dentro avesse percepito la mia attenzione, la porta fu chiusa. E, come se i
movimenti delle porte fossero collegati attraverso un sistema segreto, quella di fronte a noi si apr nello
stesso istante. Un uomo corpulento che poteva avere sui sessantacinque anni, impeccabilmente vestito
con un completo nero e una camicia bianca, fece capolino e ci guard.
Knausgrd? chiese.
Facemmo cenno di s con la testa e ci alzammo. Si present e ci strinse la mano.
Venite con me disse.
Lo seguimmo in un ufficio, era piuttosto grande e le finestre affacciavano sulla strada. Ci indic
due sedie davanti a una scrivania. Erano di legno scuro, con i sedili di pelle nera. La scrivania dietro la
quale si sedette era larga e anch'essa scura. Alla sua sinistra c'era uno di quei portadocumenti con pi
ripiani, accanto c'era un telefono, per il resto era vuota.
No, non del tutto, perch dalla nostra parte, nell'angolo, c'era una scatola con dei Kleenex. Oh,
era sicuramente pratico, ma quanto cinismo! Quando uno la vedeva, vedeva anche tutte le persone che
nell'arco della giornata venivano qui e piangevano e capiva che il suo dolore personale non era unico,
non era il solo, e che quindi non aveva un particolare valore. La scatola di fazzoletti era il segno che
c'era un'inflazione di lacrime, e di morte.
Ci guard.
In cosa posso aiutavi? chiese.
La pelle sotto il suo mento pendeva abbronzata sul colletto bianco della camicia. I suoi capelli
erano grigi e ben pettinati. Un'ombra scura incombeva sulle sue guance e sul mento. La cravatta nera
non era dritta, ma si appoggiava sulla curva sporgente dell'addome. Era grasso, ma anche compatto,
non c'era indecisione in lui, la parola giusta per descriverlo era preciso, e quindi anche sicuro e
affidabile. Mi piaceva.
Nostro padre  morto ieri disse Yngve. Ci chiedevamo se, s, se vi potreste occupare voi
delle questioni pratiche. Il funerale e il resto.
S disse l'impresario delle pompe funebri. Cominciamo col riempire un modulo.
Apr un cassetto della scrivania e tir fuori un foglio.
Siamo venuti da voi quando  morto nostro nonno. E siamo rimasti soddisfatti disse Yngve.
Me lo ricordo disse l'impresario delle pompe funebri. Era un contabile, non  vero? Lo
conoscevo bene.
Prese una penna che stava vicino al telefono, alz la testa e ci guard.
Ma ora ho bisogno di alcune informazioni disse. Come si chiamava vostro padre?
Gli dissi il cognome. Mi fece uno strano effetto. Non perch era morto, ma perch non lo
pronunciavo da molti anni.
Yngve mi guard.
No... intervenne con cautela. Ha cambiato nome qualche anno fa.
Ah, me ne ero dimenticato dissi. Certamente.
Quel cognome idiota che aveva preso.
Che idiota era stato.
Abbassai lo sguardo e sbattei un po' le palpebre.
Avete il suo codice fiscale? chiese l'impresario.
No disse Yngve. Mi dispiace. Ma  nato il 17 aprile del 1944. Possiamo trovare gli altri
numeri pi tardi, se  necessario.
Va bene cos. L'indirizzo?
Yngve diede l'indirizzo della mamma. Poi mi lanci un'occhiata.
O meglio, non sono sicuro che questo fosse il suo indirizzo ufficiale.  morto a casa di sua
madre. Era l che abitava ultimamente.
Verificheremo noi. E poi ho bisogno anche dei vostri nomi. E un numero di telefono a cui vi
posso trovare.
Karl Ove Knausgrd dissi.
E Yngve Knausgrd disse Yngve e diede il suo numero di telefono. Quando lo ebbe scritto
pos la penna e torn a guardarci.
Avete pensato a qualcosa per il funerale? Quando sarebbe meglio celebrarlo e in che forma vi
piacerebbe?
No disse Yngve. Non ci abbiamo pensato. Ma di solito il funerale non ha luogo una
settimana dopo la morte?
S, di solito  cos. Dunque potrebbe andar bene venerd prossimo?
S...s disse Yngve e mi guard. Tu cosa ne dici?
Venerd va bene dissi.
Allora restiamo d'accordo cos per il momento. Per quanto riguarda gli aspetti pratici,
possiamo vederci un'altra volta, no? Se il funerale sar di venerd, dovete venire all'inizio della
prossima settimana. Forse addirittura luned. Per voi va bene?
S disse Yngve. Presto, magari?
S, certo. Diciamo alle nove?
Alle nove va bene.
L'impresario lo annot in un registro. Quando ebbe finito si alz.
Adesso ce ne occuperemo noi. Per qualsiasi dubbio, telefonate. In qualunque momento. Vado
fuori citt nel pomeriggio e ci rester per tutto il fine settimana, ma porter con me il cellulare, quindi
chiamatemi pure, se avete bisogno. Non vi preoccupate. E poi ci rivediamo luned.
Ci diede la mano e gliela stringemmo, per poi uscire dalla stanza, mentre lui chiudeva la porta
alle nostre spalle sorridendoci con un cenno del capo.
Quando arrivammo per strada e ci incamminammo verso la macchina, qualcosa era cambiato.
Quello che vedevo, quello da cui eravamo circondati, per me non era pi chiaro, era come se fosse stato
spinto in secondo piano, come se intorno a me fosse sorta una zona ormai priva di qualsiasi senso. Il
mondo era affondato, questa era la sensazione che avevo, ma non me ne importava, perch pap era
morto. Mentre l'ufficio, con tutti i suoi dettagli, era vivo e chiaro nella mia coscienza, il paesaggio
della citt fuori era vago e grigio, vi camminavo solo perch dovevo. Non stavo pensando in maniera
diversa, la mia realt interiore non era cambiata, l'unica differenza era che adesso aveva bisogno di pi
spazio e quindi spingeva via la realt esterna. Non c'era altra spiegazione.
Yngve si chin per aprire la portiera. Notai un nastro bianco legato intorno alla trave del tetto,
era lucido e somigliava ai nastri con cui si impacchettano i regali, ma non poteva mica essere?
Yngve apr dalla mia parte e io mi sedetti.
Alla fine  andata bene dissi.
S disse. Adesso andiamo dalla nonna, allora?
S, certo.
Gett uno sguardo alla strada, si immise, prese la prima a destra, poi di nuovo a destra, in
Dronningens gate, e poco dopo dal ponte vedemmo la casa dei nonni, gialla e troneggiante sull'altura
che guardava verso la piccola marina e l'insenatura del porto. Procedemmo lungo Kuholmsveien e
nella stradina che era cos stretta che bisognava fare un breve tratto in discesa, poi fare marcia indietro
nel vialetto d'ingresso, prima di poter salire e parcheggiare davanti alla scalinata della casa. Da ragazzo
avevo visto mio padre fare quell'operazione centinaia di volte, e il semplice fatto che Yngve adesso
facesse esattamente lo stesso spinse le lacrime fino al margine della coscienza, dove solo l'intervento
del pensiero riusc a trattenerle dallo sgorgare di nuovo.
Quando sbucammo dalla leggera salita, due grossi gabbiani volarono via dalle scale. Lo spazio
davanti alla porta del garage era pieno di sacchi e buste di spazzatura, era l che i gabbiani si erano dati
da fare, avevano strappato via e sparpagliato intorno tutta quella plastica sporca in cerca di cibo.
Yngve spense il motore, ma rimase seduto. Anch'io rimasi seduto. Il giardino era pieno di
erbacce. L'erba arrivava fino alle ginocchia, come in una prateria, e aveva un colore giallo-grigiastro,
in alcuni punti sferzata dalla pioggia. Si era insinuata dappertutto, aveva coperto tutte le aiuole, e non
avrei visto i fiori, se non avessi saputo dove si trovavano, perch alcuni si lasciavano solo intravedere
come piccole macchie di colore qua e l. Vicino alla siepe c'era una carriola arrugginita, che sembrava
incastrata in un groviglio di piante. Il terreno sotto agli alberi era marrone di pere e susine marce. I
denti di leone erano dappertutto, e vidi che in qualche punto erano spuntati anche degli alberelli. Era
come essere in una radura nel bosco e non davanti a una villetta nel bel mezzo di Kristiansand.
Osservai la casa. In alcuni punti, le grondaie erano arrugginite e la vernice scrostata, ma il
declino era meno evidente che in giardino.
Qualche goccia cadde sul vetro della macchina. Altre risuonarono sulle lamiere del tetto e del
cofano.
In ogni caso Gunnar non c' disse Yngve, togliendosi la cintura di sicurezza. Ma certamente
arriver tra un po'.
Sicuramente  al lavoro dissi.
Sar, ma non credo che i ragionieri nei giorni festivi debbano fare i conti con altro a parte la
pioggia disse seccamente Yngve. Sfil la chiave e la mise nella tasca della giacca, apr la portiera e
usc.
Avrei voluto rimanere l seduto, ma ovviamente non potevo e quindi feci come lui, richiusi la
portiera e guardai verso la finestra della cucina al primo piano, dove di solito incrociavamo gli occhi
della nonna quando arrivavamo.
Oggi non c'era nessuno.
Speriamo sia aperto disse Yngve e sal i sei scalini delle scale che un tempo erano dipinte di
rosso scuro, ma ora erano semplicemente grigie. I due gabbiani si erano posati sul tetto della casa
vicina e seguivano attentamente i nostri movimenti.
Yngve gir la maniglia e spinse la porta.
Oh, maledizione disse.
Salii le scale e quando lo seguii attraverso la porta ed entrai nell'ingresso, dovetti voltarmi.
C'era un odore insopportabile. C'era puzzo di marcio e di piscio.
Yngve rimase l a guardarsi intorno. Il tappeto blu sul pavimento era coperto di macchie e segni
scuri. L'armadio a muro aperto era pieno di bottiglie e di borse piene di bottiglie. Vestiti sparsi
ovunque. Altre bottiglie, grucce per abiti, scarpe, lettere mai aperte, opuscoli e buste di plastica erano
sparpagliate sul pavimento.
Ma la cosa peggiore era il puzzo.
Che diavolo poteva puzzare in questo modo?
Ha rovinato tutto disse Yngve, scuotendo lentamente il capo.
Cos' che fa questo maledetto puzzo? dissi. Qualcosa che  rimasto da qualche parte a
marcire?
Andiamo disse, dirigendosi verso le scale. La nonna ci aspetta.
A met della scala c'erano delle bottiglie vuote sui gradini, forse cinque o sei su ognuno, ma pi
ci avvicinavamo al primo piano, pi aumentavano. Anche il pianerottolo era quasi completamente
ricoperto di bottiglie e di sacchetti pieni di bottiglie e sulle scale che salivano al secondo piano, dove si
trovava la vecchia camera da letto del nonno e della nonna, ogni singolo gradino era pieno, a parte
qualche decimetro nel mezzo, dove si poteva poggiare il piede. Erano per lo pi bottiglie di birra di
plastica da un litro e mezzo e bottiglie di vodka, ma c'era anche qualche bottiglia di vino.
Yngve apr la porta del salotto. Sul pianoforte c'erano delle bottiglie e sotto altre borse piene di
bottiglie. La porta della cucina era aperta. Lei stava sempre seduta l, e cos la trovammo anche quel
giorno, davanti al tavolo della cucina, con gli occhi fissi sul tavolo e una sigaretta accesa in mano.
Ciao disse Yngve.
Sollev lo sguardo. All'inizio i suoi occhi non diedero alcun segno di riconoscerci, ma poi si
illuminarono.
Allora eravate voi, ragazzi! Mi era sembrato di sentire qualcuno aprire la porta.
Sentii un nodo alla gola. I suoi occhi erano come affondati nelle orbite, il naso sporgeva, tanto
da sembrare quasi un becco sul viso magro. La pelle era bianca e raggrinzita dalle rughe.
Siamo venuti appena abbiamo saputo disse Yngve.
S, oh,  stato terribile disse la nonna. Ma ora siete qui. Almeno questa  una buona cosa!
Il vestito che aveva addosso era cosparso di macchie e le ricadeva scomposto sul corpo tanto
magro da fare impressione. Nella parte superiore del petto, che il vestito avrebbe dovuto coprire, le
costole spuntavano appuntite sotto la pelle. Le scapole e le ossa dei fianchi sporgevano in fuori. Le
braccia erano tutte pelle e ossa. Sul dorso delle mani le vene scorrevano come piccoli cavi di colore blu
scuro.
Puzzava di pip.
Volete un po' di caff? chiese.
S, grazie disse Yngve. Non sarebbe una cattiva idea. Ma possiamo mettere noi l'acqua a
bollire. Dov' la caffettiera? 
In realt non lo so disse la nonna, guardandosi intorno.
 l dissi, indicando il tavolo. C'era un biglietto l accanto, mi voltai per leggerlo.
I ragazzi arrivano a mezzogiorno. Io arrivo verso l'una. Gunnar.
Yngve prese la caffettiera e and al lavello per buttare via i fondi del caff. Era pieno di piatti e
bicchieri sporchi. Su tutto il bancone c'erano delle scatole, soprattutto di cibi per il microonde, molte
ancora piene di avanzi. In mezzo c'erano delle bottiglie, per lo pi le stesse bottiglie di plastica da un
litro e mezzo, alcune con dei residui sul fondo, alcune mezze piene, alcune ancora chiuse, ma anche
bottiglie di alcolici, della vodka meno cara del monopolio, qualche bottiglia di whisky Upper Ten.
Dappertutto erano sparsi fondi di caff asciutti, briciole, resti di cibo secchi. Yngve scost uno dei
mucchi di cartacce, mise qualche piatto sul bancone, poi sciacqu la caffettiera e la riemp con acqua
pulita.
La nonna era seduta come quando eravamo entrati dalla porta, con lo sguardo basso sul tavolo
davanti a s e la sigaretta ormai spenta in mano.
Dove tieni il caff? chiese Yngve. Nella credenza?
Sollev lo sguardo.
Cosa?
Dove tieni il caff? ripet Yngve.
Non so dove lo ha messo.
Chi? Alludeva forse a pap?
Mi voltai e andai in salotto. Per quanto riuscivo a ricordare era stato utilizzato solo per
ricorrenze e occasioni speciali. Ora l'enorme televisore di pap si trovava sul pavimento al centro della
stanza e due delle grosse poltrone in pelle erano state trascinate l davanti. In mezzo c'era un tavolino
pieno di bottiglie, bicchieri, confezioni di tabacco e posacenere stracolmi. Ci passai davanti per entrare
in salotto.
Davanti al divano addossato alla parete c'erano dei vestiti. Due paia di pantaloni e una giacca,
delle mutande e dei calzini. L'odore era terribile. C'erano anche delle bottiglie rovesciate, confezioni di
tabacco, panini secchi e altra spazzatura. Avanzai lentamente. C'erano degli escrementi sul divano, sia
spalmati che in pezzi. Mi chinai sui vestiti. Anche quelli erano pieni di escrementi. La laccatura del
pavimento era corrosa in alcuni punti, in grosse chiazze irregolari.
Di pip?
Sentii il bisogno di rompere qualcosa. Di sollevare il tavolo e di gettarlo contro la finestra. Di
buttare gi la libreria. Ma ero cos debole che riuscii a malapena a raggiungere la finestra. Ci poggiai la
fronte e guardai il giardino. La vernice sui mobili da giardino, che giacevano capovolti, si era staccata
quasi del tutto. Sembrava che spuntassero dalla terra.
Karl Ove? disse Yngve dalla porta aperta.
Mi voltai e tornai indietro.
C' un gran casino l dentro dissi, a voce bassa, in modo che lei non potesse sentire.
Annu.
Sediamoci un po' con lei disse.
Okay.
Entrai e mi sedetti al tavolo, di fronte a lei. Un ticchettio aveva riempito la cucina, veniva da un
meccanismo simile a un termostato che probabilmente serviva a spegnere le piastre della cucina in
automatico. Yngve si sedette dal lato corto del tavolo, prese il pacchetto delle sigarette dalla giacca, che
per un motivo o per un altro non si era tolto. Mi accorsi che anche io l'avevo ancora indosso.
Non volevo fumare, mi sembrava poco adatto alla situazione, ma ne avevo bisogno e tirai fuori
le sigarette. Il fatto che ci fossimo seduti rianim la nonna. I suoi occhi si illuminarono di nuovo.
Allora, siete venuti in macchina fino da Bergen oggi? chiese.
Da Stavanger disse Yngve. Abito l adesso.
Ma io abito a Bergen dissi.
Alle nostre spalle la caffettiera crepit sulla piastra.
Capisco disse lei.
Ci fu silenzio.
Volete un po' di caff, ragazzi? chiese all'improvviso.
Incrociai lo sguardo di Yngve.
L'ho gi messo su disse Yngve.  quasi pronto.
Oh, s, l'hai gi messo disse la nonna. Si guard la mano e, con un movimento improvviso,
come se solo in quel momento avesse scoperto di avere in mano la sigaretta, afferr l'accendino e la
accese.
Siete venuti in macchina da Bergen fino a qui, oggi? chiese, scuotendo un po' di volte la
sigaretta e guardandoci.
Da Stavanger disse Yngve. Ci abbiamo messo solo quattro ore.
S, le strade sono migliori adesso disse lei.
Poi sospir.
Eh, s, la vida  una lodda disse la vecchia, non riusciva a dire la t.
Ridacchi. Yngve sorrise.
Ci vorrebbe qualcosa da mangiare insieme al caff. Abbiamo della cioccolata gi in macchina.
Vado a prenderla.
Avevo voglia di dirgli che non doveva andare, ma ovviamente non potevo. Quando spar oltre
la porta, invece, mi alzai, posai la sigaretta appena cominciata sul posacenere e andai verso i fornelli,
premetti la caffettiera sulla piastra perch bollisse pi in fretta.
La nonna era di nuovo ricaduta in se stessa, fissava il tavolo a occhi bassi. Sedeva con la
schiena curva e le spalle basse e dondolava leggermente.
A cosa poteva pensare?
Niente. Non c'era nessun pensiero. Non poteva esserci. Solo qualcosa di freddo e buio.
Lasciai andare la caffettiera e mi guardai intorno in cerca della scatola del caff. Non era sul
bancone accanto al frigorifero e neppure su quello di fronte, accanto al lavello. Forse dentro la
credenza? Ma no, eppure Yngve l'aveva trovata. Quindi dove l'aveva messa?
Eccola l, maledizione. Sulla cappa della cucina, accanto al vecchio vaso delle spezie. La presi,
anche se l'acqua non aveva ancora bollito, aprii il coperchio della caffettiera e ci misi dentro qualche
cucchiaino di caff. Era secco e sembrava vecchio.
Quando alzai lo sguardo la nonna mi stava guardando.
Dov' Yngve? chiese. Non se n' mica andato, vero? 
No, no dissi. Ha solo fatto un salto in macchina.
Oh fece lei.
Presi una forchetta nel cassetto e girai il caff e poi sbattei per qualche volta la caffettiera contro
il ripiano.
Ora deve riposare un po' e poi  pronto dissi.
Era sulla poltrona la mattina quando sono salita su disse la nonna. Era seduto immobile. Ho
provato a svegliarlo. Ma non ha funzionato. Aveva il viso bianco.
Mi venne la nausea.
Sulle scale risuonarono i passi di Yngve. Aprii la credenza per cercare dei bicchieri, ma non ce
n'erano. Non mi sfior neppure l'idea di usare quelli nel lavello, quindi mi piegai e stavo bevendo dal
rubinetto quando Yngve entr.
Si era tolto la giacca. Aveva in mano due Bounty e un pacchetto di sigarette Camel. Si sedette e
apr uno dei dolcetti.
Ne vuoi un po'? chiese alla nonna.
Lei guard il cioccolato.
No, grazie disse. Ma voi mangiate.
Io non ce la faccio dissi. Il caff per  pronto.
Misi il bollitore sul tavolo, aprii di nuovo la credenza e presi tre tazze. Sapevo che la nonna
usava le zollette di zucchero e aprii l'altro sportello, dove si trovava il cibo. Due mezzi filoni di pane,
quasi del tutto blu per la muffa, un sacchetto di panini al cardamomo ammuffiti, delle buste di zuppa,
noccioline, tre porzioni di spaghetti pronti, che avrebbero dovuto stare nel frigorifero, bottiglie di
alcolici, la stessa sottomarca.
Che restino dove sono, pensai, e mi rimisi a sedere, sollevai il bricco del caff e lo versai. Non
era pronto, dal beccuccio usc un rivolo marroncino, pieno di piccoli trucioli. Tolsi il tappo e li respinsi
indietro.
 bene che siate qui disse la nonna.
Cominciai a piangere. Tirai un profondo sospiro, ma senza fare troppo rumore, e poggiai la testa
sulle mani, massaggiandola come se fossi stanco, non come se stessi piangendo. Ma la nonna non not
niente, era di nuovo sparita in se stessa. Questa volta dur forse cinque minuti. Io e Yngve restammo in
silenzio, bevemmo il caff con lo sguardo fisso davanti a noi.
Eh s. La vida  una lodda disse la vecchia, non riusciva a pronunciare la t.
Prese la macchinetta rossa per rollare le sigarette, apr la busta del tabacco, il Petteres Mentol,
lo pigi velocemente nella scanalatura, infil una cartina vuota sul tubicino all'estremit, richiuse il
coperchio e lo premette con forza.
Magari potremmo andare a prendere i bagagli? disse Yngve. Guard la nonna. Dove
possiamo dormire?
La stanza da letto grande al piano di sotto  vuota disse lei. Potreste benissimo dormire l.
Ci alzammo.
Allora facciamo un salto gi in macchina disse Yngve.
Ah s? fece lei.
Mi fermai davanti alla porta e mi voltai verso di lui.
Hai visto l dentro? chiesi.
Annu.
Gi per le scale sentii sopraggiungere una violenta ondata di lacrime. Quella volta non era
possibile nasconderla. Tutto il petto tremava e sussultava, non riuscivo a prendere fiato, ero scosso da
profondi singhiozzi e il viso si contraeva, completamente fuori da ogni controllo.
Ohhhhhh feci. Ohhhh.
Mi accorsi che Yngve era dietro di me e mi costrinsi a continuare a scendere le scale, ad
attraversare il corridoio e ad andare verso la macchina, proseguendo sul piccolo prato che divideva la
casa dalla staccionata del vicino. Alzai gli occhi al cielo, cercai di respirare in modo profondo e
regolare e dopo un po' il tremito cess.
Quando tornai indietro, Yngve era chino sul bagagliaio aperto della macchina. La mia valigia
era per terra accanto a lui. La presi e la portai su per le scale, la posai sul pavimento dell'ingresso e mi
voltai verso Yngve, che veniva subito dietro di me con uno zaino in spalla e una borsa in mano. Dopo
aver passato qualche minuto fuori all'aria aperta, il puzzo l dentro sembrava pi forte. Cominciai a
respirare con la bocca.
Che facciamo, dormiamo l dentro? chiesi, indicando con un cenno del capo la porta di
quella che negli ultimi decenni era stata la stanza da letto dei nonni.
Sar meglio guardare in che condizioni  disse Yngve.
Aprimmo la porta. La stanza era distrutta, nel senso che c'erano vestiti, scarpe, cinture, borse,
spazzole per capelli, bigodini e trucchi ovunque, sul pavimento, sul letto, sui comodini, e che c'erano
polvere e mucchietti di sporco dappertutto, ma non era stata deturpata come la cucina al piano di sopra.
Che ne dici? chiesi.
Non so disse. Dove pensi che dormisse lui?
Apr la porta accanto ed entr, in quella che un tempo era stata la stanza di Erling. Gli andai
dietro.
Il pavimento era pieno di spazzatura e di vestiti. Sotto la finestra c'era un tavolo che sembrava
fosse stato fatto a pezzi. C'erano mucchi di carte e lettere mai aperte. Qualcosa che doveva essere stato
vomito si era rappreso in una chiazza irregolare di colore giallo-rossastro sul pavimento sotto il letto. I
vestiti erano sporchi e pieni di macchie scure, doveva essere sangue asciutto. Uno degli indumenti era
nero di escrementi nella parte interna. Puzzava tutto di pip.
Yngve and ad aprire la finestra.
Sembra la casa di eroinomani dissi. Sembra uno schifoso covo di drogati.
Eh gi,  proprio cos disse Yngve.
Il comodino accanto alla parete era stranamente intatto. C'erano delle foto di pap e di Erling
con i cappelli neri da studenti che probabilmente indossavano quando si erano immatricolati
all'universit. Senza barba, pap somigliava in modo impressionante a Yngve. La stessa bocca, gli
stessi occhi.
Che diavolo facciamo? chiesi.
Yngve non rispose, si guard intorno.
Dobbiamo rimettere a posto disse.
Annuii e uscii. Aprii la porta della lavanderia, che si trovava in un vano lungo le scale, accanto
al garage. Quando respirai l'aria l dentro, cominciai a tossire. Nel centro della stanza c'era un mucchio
di vestiti alto quanto me, arrivava quasi fino al soffitto. L'odore di marcio doveva venire da l. Accesi
la luce. Asciugamani, lenzuola, tovaglie, pantaloni, maglie, vestiti, biancheria intima: avevano buttato
tutto qua. Gli strati inferiori non solo erano macchiati di umidit, ma erano marci. Mi accosciai e ci
infilai un dito. Era umido e appiccicoso.
Yngve! chiamai.
Arriv e si ferm sulla soglia.
Guarda dissi.  da qui che viene la puzza.
Dalle scale di sopra si sentirono dei passi. Mi alzai.
Dobbiamo uscire dissi. Cos non penser che stiamo curiosando.
Quando lei arriv gi, eravamo davanti alle nostre valigie nel mezzo dell'ingresso.
Vi va bene dormire qui? disse. Apr la porta e guard dentro. Basta mettere un po' a posto e
pu andare.
Stavamo pensando alla stanza su in soffitta disse Yngve. Che ne dici?
Pu andar bene disse lei. Ma  da tanto che non vado lass.
Andiamo a darci un'occhiata disse Yngve.
La stanza della mansarda che una volta, molto tempo prima, era stata la camera da letto della nonna e
del nonno ma, fin da quando riuscivamo a ricordare, era usata come camera per gli ospiti, era l'unica
che lui non aveva toccato. L dentro tutto era come prima. C'era della polvere sul pavimento e le
trapunte avevano forse un leggero odore di chiuso, ma non peggio che in una casa di vacanza in cui non
si va dall'estate precedente e, dopo l'incubo ai piani di sotto, fu un sogno entrarci. Posammo i bagagli
sul pavimento, io appesi il mio vestito a una delle ante dell'armadio, Yngve si mise alla finestra con le
braccia sul davanzale e guard la citt.
Potremmo cominciare col togliere tutte le bottiglie disse. Portarle al riciclaggio. Cos
possiamo anche uscire un po'.
Va bene dissi.
Quando tornammo in cucina, si sent il rumore di un'auto nel vialetto. Era Gunnar. Aspettammo
che salisse.
Eccovi qua! disse sorridendo. Quanto tempo  passato dall'ultima volta che ci siamo visti!.
Il viso era abbronzato, i capelli chiari, il corpo nerboruto. Si manteneva in buona forma.
 bello avere qui i ragazzi, no? disse alla nonna. Poi si volt di nuovo verso di noi.
 terribile quello che  successo qui disse.
S dissi.
Vi siete guardati un po' intorno? Quindi avete visto cosa ha fatto?
S disse Yngve.
Scosse la testa in maniera energica.
Non so che dire disse. Ma era vostro padre. Mi dispiace che sia andata com' andata. Ma
sicuramente lo avevate previsto.
Puliremo tutta la casa dissi. D'ora in poi ci occuperemo noi di tutto.
Bene. Stamattina ho tolto il peggio dalla cucina e ho buttato via un po' di spazzatura, ma c'
ancora un po' da fare.
Fece un leggero sorriso.
Fuori ho un carrello prosegu. Yngve, potresti spostare la macchina? Cos possiamo metterlo
sul prato accanto al garage. Non possiamo certo lasciare qui i mobili. E i vestiti e tutto il resto. Li
portiamo alla discarica. Per voi va bene? 
S dissi.
Tove e i ragazzi sono fuori citt. Ho fatto un salto solo per salutarvi. E per portare il carrello.
Ma torner domani pomeriggio. Cos possiamo portarlo via. Tutto questo  orribile. Ma cos . Ce la
farete sicuramente.
Certo disse Yngve. Ma hai parcheggiato dietro di me? Quindi devi uscire tu per primo?
La nonna ci aveva osservati nei primi istanti dopo l'arrivo di Gunnar e gli aveva sorriso, ma poi
si era di nuovo ritirata in se stessa e si era seduta con lo sguardo fisso come se fosse completamente
sola.
Yngve cominci a scendere le scale. Io rimasi l, pensavo che avrei dovuto starle vicino.
Puoi venire anche tu con noi, Karl Ove disse Gunnar. Dobbiamo spingerlo su per la salita ed
 piuttosto pesante .
Lo accompagnai.
Ha detto qualcosa? disse.
La nonna? chiesi.
S, su quello che  successo.
Quasi niente. Solo che lo ha trovato su una sedia.
Tuo padre era sempre con lei disse. Ora  sotto shock.
Cosa possiamo fare? chiesi.
Mah, cosa potete fare? Bisogna solo sperare che il tempo la aiuti. Ma appena il funerale sar
finito, deve andare in una casa di riposo. Hai visto anche tu in che condizioni . Ha bisogno di cure.
Subito dopo il funerale deve andare via di qui.
Si volt e usc fuori sulle scale, guard a occhi socchiusi il cielo luminoso. Yngve era gi
seduto in macchina.
Gunnar si volt di nuovo verso di me.
Le avevamo trovato un aiuto in casa, sai venivano qui tutti i giorni per sistemarla. Poi arriv
tuo padre e li butt fuori. Chiuse la porta e si barric dentro con lei. Neppure io riuscivo a entrare. Ma
una volta la mamma telefon, quando si era rotto la gamba ed era sul pavimento in salotto. Se l'era
fatta nei pantaloni. Ti puoi immaginare. Era rimasto l per terra a bere. E lei lo serviva. Cos non va, gli
dissi prima che arrivasse l'ambulanza. Questo non  da te. Ora devi rimetterti in sesto. E sai cosa mi
disse tuo padre? Vuoi farmi affondare ancora pi gi nella merda, Gunnar!  per questo che sei venuto,
per farmi affondare ancora di pi nella merda? 
Gunnar scosse la testa.
 mia madre quella che ora  lass, capisci. Che abbiamo cercato di aiutare in tutti questi anni.
Lui ha distrutto tutto. La casa, lei, se stesso. Tutto. Tutto.
Mi sfior la spalla.
Ma so che siete dei bravi ragazzi.
Piansi e lui si volt.
Bene, ora dobbiamo sistemare quel carrello disse dirigendosi alla macchina, sal e la accese,
fece lentamente marcia indietro verso destra, quando la strada era libera diede un colpo di clacson e
anche Yngve fece marcia indietro. Poi Gunnar si avvicin con la macchina, scese e stacc il carrello. Li
raggiunsi, afferrai il gancio e cominciai a tirare su per la salita, mentre Yngve e Gunnar spingevano.
Qui pu andar bene disse Gunnar quando fummo nel giardino e io poggiai per terra il gancio.
Dalla finestra del secondo piano la nonna ci guardava.
Mentre noi raccoglievamo le bottiglie, le mettevamo nelle buste di plastica e le portavamo in
macchina, la nonna rimase in cucina. Mi guardava mentre svuotavo i resti di birra e liquori nel lavello,
ma non disse niente. Forse si sentiva sollevata nel vederli sparire, forse non capiva bene cosa stava
succedendo. Quando la macchina fu piena, Yngve and a dirle che facevamo un salto al supermercato.
Lei si alz e ci accompagn all'ingresso, pesavamo che ci volesse vedere andar via, ma quando usc
and diretta alla macchina, mise la mano sulla maniglia, apr la portiera e fece per sedersi.
Nonna? disse Yngve.
Lei si ferm.
Pensavamo di andare da soli. Qualcuno deve pur rimanere qui a guardare la casa.  meglio se
resti, credo.
Dici? disse, facendo un passo indietro.
S.
S, s disse lei. Allora resto qui io.
Yngve fece marcia indietro nel vialetto e la nonna rientr in casa.
Che inferno dissi.
Yngve guard verso di me, poi diede un'occhiata a sinistra e usc lentamente.
 chiaramente sotto shock dissi. Stavo pensando di telefonare al padre di Tonje e sentire
cosa ne dice. Sicuramente le pu prescrivere qualche tranquillante.
Ma prende gi delle medicine disse Yngve. Nello scaffale in cucina c' un blister intero.
Guard di nuovo dalla mia parte, questa volta verso Kuholmsveien, da dove stavano arrivando
tre macchine. Poi guard me.
Ma puoi dirlo al padre di Tonje. E poi pu decidere lui.
Gli telefono quando torniamo dissi.
Pass l'ultima macchina, una di quelle brutte auto familiari nuove. Qualche goccia di pioggia
cadde sul vetro e mi venne da pensare alla pioggia che prima aveva iniziato, ma poi si era pentita e non
aveva lasciato cadere altro che poche gocce.
Questa volta continu. Quando poco dopo Yngve mise la freccia e imbocc la discesa, lo fece
con i tergicristalli accesi.
Pioggia estiva.
Oh, le gocce che cadono sull'asfalto caldo e asciutto e inizialmente evaporano o sono assorbite
dalla polvere, ma fanno comunque il loro lavoro, perch, quando cade la goccia successiva, l'asfalto 
pi freddo, la polvere pi umida e le chiazze scure si espandono sempre pi per poi legarsi l'una
all'altra e l'asfalto diventa nero e bagnato. Oh, la soffocante aria estiva che all'improvviso si rinfresca,
tanto da diventare pi fredda della pioggia che ti cade sul viso, e allora chini la testa all'indietro per
godere di quella particolare sensazione. Le foglie degli alberi che tremano sotto il tocco leggero delle
gocce, il lieve, quasi impercettibile, tamburellare della pioggia a diverse altezze: contro la montagna
rocciosa accanto alla strada o sui fili d'erba nel fossato sottostante, sul tetto di fronte e sul sedile della
bicicletta incatenata allo steccato, sull'altalena in giardino e sui cartelli stradali, nei canaletti di scolo e
sulle carrozzerie e sui tetti delle auto parcheggiate.
Ci fermammo al semaforo, la pioggia aumentava sempre di pi, adesso le gocce erano grandi e
grosse, e tante. Tutta la zona intorno all'incrocio di Rundingen era cambiata nell'arco di pochi secondi.
Il buio del cielo rendeva pi distinte tutte le luci, mentre la pioggia che cadeva e ogni tanto rimbalzava
a terra, le velava. Le auto viaggiavano con i tergicristalli accesi, i passanti correvano riparandosi sotto i
giornali o sotto il cappuccio, se non avevano con s un ombrello, perch allora potevano continuare a
camminare come se niente fosse.
Poi scatt il verde e scendemmo verso il ponte, passando davanti al vecchio negozio di musica,
ormai chiuso da tempo, verso il quale io e Jan Vidar facevamo rotta fissa ogni sabato pomeriggio,
quando entravamo in ogni negozio di musica della citt, e poi passammo sul ponte di Lund. Era la fonte
dei miei primi ricordi d'infanzia. Avevo attraversato il ponte insieme alla nonna e avevo visto un uomo
molto vecchio, con la barba e i capelli grigi, si appoggiava a un bastone ed era tutto curvo. Mi ero
fermato a guardarlo e la nonna mi aveva trascinato via. Gi nell'ufficio di mio padre c'era un poster e
una volta che ero l con pap e un vicino, Ola Jan, che insegnava, anche lui norvegese, nella stessa
scuola di pap, la scuola media di Roligheden, avevo indicato il poster dicendo che avevo visto l'uomo
della foto. Perch era lo stesso uomo con i capelli bianchi, la barba bianca e curvo. Che fosse su un
poster appeso nell'ufficio di mio padre non lo trovavo affatto strano, avevo quattro anni e niente al
mondo era incomprensibile, tutto tornava. Ma pap e Ola Jan avevano riso. Avevano riso e detto che
era impossibile.  morto da quasi cento anni. Ma io ero sicuro, era lo stesso uomo, e lo avevo ripetuto.
Ma loro avevano scosso la testa e pap non aveva riso pi, ma mi aveva trascinato fuori, dopo che
avevo indicato di nuovo Ibsen dicendo di averlo visto.
L'acqua sotto il ponte era grigia e piena degli anelli formati dalla pioggia che picchiava sulla
superficie. Ma aveva anche una sfumatura di grigio, come sempre in quel punto, dove l'acqua del
fiume Otra incontrava l'acqua del mare. Quante volte ero rimasto a guardare la corrente l sotto? A
volte scorreva in avanti come un fiume, turbinava e formava dei piccoli vortici. A volte sbatteva contro
i piloni formando schiuma bianca.
Ora invece era tranquillo. Due barche di legno, entrambe con la cappotta tirata su, sbattevano,
trascinate verso il punto dove si apriva il mare. C'erano due relitti arrugginiti vicino al molo sul lato
opposto e, dietro di essi, una barca a vela di un bianco scintillante.
Yngve si ferm al semaforo, che proprio in quel momento divent verde, e girammo a sinistra,
dove c'era il piccolo centro commerciale con il parcheggio sul tetto. Salimmo in cima alla rampa di
cemento regolata da un semaforo, e per fortuna, dato che qui era un sabato di vacanza, c'era un posto
libero in fondo.
Uscimmo, piegai indietro la testa e lasciai che la pioggia tiepida mi bagnasse il viso. Yngve apr
il bagagliaio, afferrammo pi buste possibili e prendemmo l'ascensore fino al supermercato al piano
terra. Avevamo deciso che non aveva senso portare al riciclaggio le bottiglie di alcolici, le avremmo
portate alla discarica, quindi adesso il carico era composto per lo pi da bottiglie di plastica e non era
pesante, solo ingombrante.
Cominci tu a metterle nella macchinetta per il riciclaggio e io intanto vado a prenderne altre?
disse Yngve quando ci fermammo davanti alla macchinetta.
Gli feci cenno di s con la testa. Misi una bottiglia dopo l'altra sul nastro, piegai le borse via via
che le svuotavo e le gettai nell'apposito bidone della spazzatura. Che qualcuno potesse vedermi e
meravigliarsi del gran numero di bottiglie di birra non mi preoccupava. Ero indifferente a tutto. La
sensazione di essere circondato da un alone che rendeva tutto intorno a me morto e privo di senso era
aumentata da quando eravamo usciti dall'impresa di pompe funebri. Vedevo a malapena il
supermercato, che era immerso nelle sue forti luci, con tutti i suoi prodotti lucenti e colorati, avrei
potuto benissimo trovarmi in una palude. Di solito ero sempre attento a come mi presentavo, a cosa gli
altri potevano pensare del mio aspetto, alcune volte questo mi faceva sentire orgoglioso e su di morale,
altre volte gi di tono e pieno di odio per me stesso, ma mai indifferente, non era mai successo che gli
sguardi altrui non significassero nulla e che l'ambiente in cui mi trovavo fosse come cancellato. Ma era
cos adesso, ero intorpidito, e il torpore cacciava via ogni altra cosa. Il mondo era come un'ombra
intorno a me.
Yngve scese con altre borse.
Vuoi che ti dia il cambio? chiese.
No, no dissi. Ma puoi andare a fare la spesa. Sicuramente dobbiamo comprare detersivi e
guanti di gomma e sacchetti neri per la spazzatura. E da mangiare, che diamine .
C' un altro carico in macchina. Prima devo andare a prendere quello disse.
Okay.
Dopo aver messo le ultime bottiglie dentro la macchinetta e aver preso la ricevuta del
riciclaggio, andai da Yngve, che stava davanti allo scaffale dei detersivi. Prendemmo il Jif per il bagno,
il Jif per la cucina, l'Ajax universale, l'Ajax per i vetri, la candeggina Klorin, il detersivo per
pavimenti, Mr Muscle per le macchie pi difficili, lo spray per il forno, il pulitore speciale per divani,
delle pagliette d'acciaio, delle spugne, dei panni per la cucina, dei panni per il pavimento, due secchi e
una spazzola, poi qualche hamburger fresco dal bancone della carne, delle patate e un cavolfiore dal
banco delle verdure. E poi affettati, latte, caff, frutta, una confezione di yogurt, qualche pacco di
biscotti. Mentre eravamo l, non feci altro che pensare che avevo voglia di riempire la cucina con tutte
quelle cose nuove, scintillanti, intatte.
Quando arrivammo fuori sul tetto, aveva smesso di piovere. Dietro le ruote posteriori della
macchina, dove nell'asfalto c'era un piccolo avvallamento, si era formata una pozza. C'era un odore
fresco lass, di mare e di cielo, non di citt.
Cosa pensi che sia successo in realt? dissi, mentre scendevamo di sotto, nel parcheggio buio.
Lei dice che lo ha trovato su una sedia. Si sar addormentato?
Probabilmente s disse Yngve.
Che il cuore si sia semplicemente fermato?
S.
S. Forse non  cos strano, visto la vita che faceva.
No.
Per il resto della strada fino a casa non parlammo. Lasciammo la spesa su in cucina e la nonna,
che quando eravamo arrivati ci aveva visti dalla finestra, ci chiese dove eravamo stati.
Abbiamo fatto un salto al supermercato disse Yngve. E ora dobbiamo mangiare qualcosa!
Cominci a sistemare la spesa. Portai un paio di guanti gialli e un rotolo di sacchetti della
spazzatura al piano di sotto. La prima cosa da buttare era la montagna di vestiti marci della lavanderia.
Soffiai nei guanti, me li infilai e cominciai a riempire i sacchi con i vestiti. Respirai dalla bocca per
tutto il tempo. Man mano che i sacchi si riempivano, li portavo fuori e li mettevo nel mucchio di
spazzatura davanti ai due bidoni verdi accanto al portone del garage. Quando Yngve grid che era
pronto da mangiare, avevo portato fuori quasi tutto, restavano solo gli strati inferiori, sporchi e
appiccicati insieme.
Aveva liberato il bancone dagli avanzi e dalla spazzatura e sul tavolo, anch'esso ripulito,
c'erano un vassoio con gli hamburger, una ciotola di patate e una di cavolfiore e una ciotolina con della
salsa marrone. Aveva apparecchiato con il servizio buono della nonna, che negli ultimi anni doveva
essere rimasto intatto nel mobile della sala da pranzo.
La nonna non voleva niente, ma Yngve le mise comunque nel piatto mezzo hamburger, una
patata e un po' di cavolfiore e riusc a convincerla ad assaggiarlo. Io avevo una fame da lupi e ne
mangiai quattro.
Hai messo la panna nella salsa? chiesi.
Mmm. E un po' di formaggio.
 buona dissi. Proprio quello che mi ci voleva adesso .
Dopo mangiato, io e Yngve andammo fuori sulla veranda e bevemmo una tazza di caff e
fumammo una sigaretta. Mi ricord che dovevo telefonare al padre di Tonje, me ne ero completamente
dimenticato. O forse avevo cercato di rimandare, non era una cosa che mi andava molto. Ma dovevo, e
quindi salii in camera a prendere la mia rubrica nella valigia e feci il suo numero di casa dal telefono
della sala da pranzo, mentre Yngve sparecchiava in cucina.
Ciao, sono Karl Ove dissi. Mi chiedevo se mi puoi aiutare con una cosa. Non so se Tonje te
lo ha detto, ma ieri  morto mio padre...
S, mi ha telefonato disse lui. Mi  dispiaciuto sentirlo, Karl Ove.
S. Ma ora io sono qui a Kristiansand.  stata mia nonna a trovarlo. Ha pi di ottant'anni e
sembra che abbia avuto una specie di shock. Quasi non parla, sta solo ferma a sedere. E pensavo che
forse esistono dei tranquillanti che potrebbero farla stare meglio. Prende gi delle medicine,
probabilmente contengono qualcosa che ha un effetto calmante, ma pensavo... Insomma, capisci. Sta
male.
Sai che tipo di medicinali prende?
No dissi. Ma posso dare un'occhiata. Aspetta un attimo .
Poggiai la cornetta sul tavolo e andai in cucina, allo scaffale dove si trovavano le sue medicine.
L sotto mi sembrava di ricordare di aver visto dei foglietti gialli che probabilmente erano ricette.
Eccole, ma solo una.
Hai visto le scatole delle medicine? chiesi a Yngve. Le confezioni? Sto parlando con il
padre di Tonje.
Ce ne sono alcune dentro il mobile accanto a te rispose Yngve.
Cosa stai cercando? chiese la nonna dal suo posto. Non volevo trascurarla e avevo sentito il
suo sguardo su di me mentre frugavo, ma non potevo comunque prestarle attenzione.
Sono al telefono con un dottore le dissi, come se questo dovesse spiegare tutto. Stranamente
questo le bast per calmarsi e io uscii con la ricetta e le scatole delle medicine nascoste in mano.
Pronto? dissi.
Ci sono disse lui.
Ho trovato alcune delle medicine dissi e gli lessi i nomi.
Mmm disse lui. Prende gi degli ansiolitici, ma posso farti la ricetta per un altro, lo pu
prendere. La invio appena riattacchiamo. C' qualche farmacia vicino a dove stai?
S, ce n' una a Lund.  un quartiere.
Ci penso io, allora. Cerca di stare su di morale.
Riattaccai e uscii di nuovo sulla veranda e guardai verso il punto dove si apriva il mare, dove il
cielo era ancora coperto, ma aveva una sfumatura molto diversa e pi leggera nella coltre di nuvole. Il
padre di Tonje era una persona buona, un brav'uomo. Non voleva mai fare niente di sconveniente o di
esagerato, era rispettabile e per bene, ma mai rigido, n formale, anzi spesso ardeva di entusiasmo,
quasi come un ragazzino, e avevo pensato che, se non esagerava, non era perch non voleva o perch
non poteva, ma perch questo non rientrava nel suo repertorio, per lui era assolutamente impossibile, e
per quello mi piaceva, in quel suo essere cos per bene c'era qualcosa che avevo sempre ricercato e,
dopo averlo trovato, mi piaceva sentirne la presenza, anche se capivo che mi piaceva cos tanto, e che
anche il padre di Tonje mi piaceva cos tanto, perch mio padre era come lui ed era stato come lui.
L'aver scelto di sposarmi a venticinque anni era dovuto al fatto che volevo una vita borghese,
tranquilla, ordinata, anche se questo aspetto era controbilanciato dal fatto che non vivevamo una vita
simile, borghese, tranquilla e routinaria, al contrario, e dal fatto che non c'era pi nessuno che si
sposasse cos presto e quindi questo, se non radicale, era stato per lo meno originale.
Questo era quello che avevo pensato e, visto che la amavo, mi ero inginocchiato una sera
mentre eravamo soli su una terrazza a Maputo, in Mozambico, sotto un cielo nero come il carbone, con
l'aria piena dello stridore delle cavallette e del suono dei tamburi lontani proveniente da uno dei
villaggi a qualche chilometro nell'interno, e le avevo chiesto se voleva sposarmi. Disse qualcosa che
non capii. Un s non era di certo. Cosa? chiesi. Mi chiedi se voglio sposarti? mi chiese lei. Davvero? 
questo quello che mi stai chiedendo? S, dissi. S, disse lei. Voglio sposarti. Ci abbracciammo e
avevamo entrambi le lacrime agli occhi e in quel preciso momento nel cielo rimbomb un tuono
profondo e possente, il suono rimbalz per ogni dove e Tonje trem leggermente e poi inizi a piovere
a dirotto. Ridemmo, Tonje corse dentro a cercare la macchina fotografica e quando usc mi mise un
braccio intorno al collo e, tenendo l'altro disteso con la macchina fotografica in mano, fece una foto.
Eravamo due bambini.
Dalla finestra vidi Yngve che entrava in salotto. And verso le due sedie, le guard, poi
prosegu e spar.
C'erano delle bottiglie anche qui fuori, alcune gettate vicino alla staccionata, altre incastrate
nelle due sedie a sdraio arrugginite e scolorite che dovevano essere rimaste l dalla primavera, come
minimo.
Yngve comparve di nuovo, non vedevo i suoi lineamenti, solo la sua ombra, mentre
attraversava il salotto e spariva in cucina.
Scesi le scale e andai in giardino. Non c'erano case l sotto, la montagna era troppo ripida, ma
in fondo c'era la marina e poi l'insenatura piuttosto stretta. Sul lato orientale il giardino confinava
invece con un'altra propriet. Era tenuta altrettanto bene come in passato e, in confronto a quella
precisione e a quel controllo che si notavano nelle siepi potate, nell'erba tosata e nelle aiuole di fiori
colorati, il giardino di qua sembrava malato. Rimasi qualche minuto l a piangere, poi andai sul davanti
della casa e proseguii il mio lavoro all'interno della lavanderia. Quando gli indumenti erano ormai tutti
fuori, cosparsi il pavimento di candeggina, ne usai mezzo flacone, poi lo strofinai con la spazzola, e
infine risciacquai tutto con il getto della canna. Poi ci versai il detersivo e fregai di nuovo il pavimento,
questa volta con uno straccio. Dopo averlo sciacquato un'altra volta, pensai che poteva bastare e tornai
in cucina. Yngve stava pulendo dentro i mobili. La lavastoviglie era in funzione. Il bancone era stato
riordinato e pulito.
Mi riposo un attimo dissi. Ti unisci a me?
S, volevo solo finire qui disse Yngve. Magari potresti mettere su il caff?
Lo feci. Poi improvvisamente mi ricordai delle medicine per la nonna. Non potevano aspettare.
Faccio un salto in farmacia dissi. Vuoi qualcosa, magari dal chiosco?
No disse. O forse s, una Coca-Cola.
Mi abbottonai la giacca quando fui fuori sulle scale. Il cumulo di sacchi della spazzatura davanti
al bel portone in legno anni Cinquanta del garage scintillava nero nella luce grigia dell'estate. Il
carrello marrone scuro aveva il gancio poggiato a terra, sembrava umiliato, pensai, un servo che si
inchinava quando io uscivo. Mi infilai le mani in tasca e scesi gi per il vialetto, lungo il marciapiede
della strada principale, dove la pioggia si era ormai completamente asciugata. Ma sopra, sulla scarpata
spruzzata dalla pioggia, molte zone erano ancora bagnate e i ciuffi d'erba che vi crescevano
scintillavano di un verde intenso contro tutto quello scuro, cos diversi da quando tutto era asciutto e
polveroso, allora i contrasti tra i colori erano minori e sotto il cielo tutto sembrava uguale, impossibile
da caratterizzare, aperto e imponente e vuoto. In quante giornate simili, aperte e vuote, avevo
camminato per queste strade? Visto le finestre nere delle case, il vento che attraversava il paesaggio, il
sole che ne illuminava tutto ci che era cieco e morto? Oh, cos era il tempo passato in questa citt,
quello che sembrava il suo periodo migliore, quando veramente si ravvivava. Cielo azzurro, sole
cocente, strade polverose. Una macchina con lo stereo a tutto volume e il tettuccio aperto, sui sedili
anteriori due ragazzi con indosso solo il costume e gli occhiali da sole stanno andando in spiaggia...
Una vecchia signora con un cane,  tutta infagottata, gli occhiali da sole sono grandi, il cane tira il
guinzaglio, vuole andare verso una staccionata. Un aereo con uno striscione attaccato alla coda, c' una
partita allo stadio il giorno dopo. Tutto  aperto, tutto  vuoto, il mondo  morto e la sera i locali si
riempiono di donne e uomini abbronzati e felici, vestiti con abiti chiari.
Odiavo quella citt.
Dopo cento metri lungo Kuholmsveien arrivai all'incrocio, la farmacia si trovava cento metri
pi in l, nel mezzo del piccolo centro commerciale del quartiere. Sul retro c'era una scarpata erbosa, in
cima alla quale si trovavano dei condomini degli anni Cinquanta o Sessanta. Sull'altro lato della strada,
su per il pendio, c'era la sala pubblica di Elevine. Forse potevamo usare quella per il ritrovo dopo il
funerale?
Il pensiero che non era morto solo per me, ma anche per sua madre e i suoi fratelli, i suoi zii e le
sue zie, mi fece ricominciare a piangere. Non mi preoccupava minimamente il fatto che succedesse su
un marciapiede su cui passavano persone in continuazione, a mala pena li vedevo, ma mi asciugai
comunque gli occhi con la mano, soprattutto per un motivo pratico, per poter vedere dove mettevo i
piedi, quando all'improvviso mi venne in mente una cosa: il ritrovo dopo il funerale non avremmo
dovuto farlo a Elevine, ma nella casa del nonno e della nonna, che lui aveva distrutto.
Questo pensiero mi infervor.
Avremmo dovuto pulire ogni maledetto centimetro in ogni maledetta stanza, buttare via tutto
quello che lui aveva distrutto, vedere cosa restava e utilizzarlo, sistemare per bene e riunire tutti l.
Forse lui aveva distrutto tutto, ma noi potevamo benissimo rimettere a posto. Eravamo persone in
gamba. Yngve avrebbe detto che non poteva funzionare e che non aveva senso, ma avrei insistito.
Avevo diritto tanto quanto lui a decidere dove tenere il funerale. Per la miseria, poteva funzionare.
C'era solo da pulire. Pulire, pulire, pulire.
In farmacia non c'era coda e dopo che ebbi mostrato un documento d'identit, il commesso
vestito di bianco and a cercare tra gli scaffali e prese le pasticche, stamp un'etichetta e ce la incoll
sopra, la mise in una busta e mi indic la cassa dall'altro lato. Una sensazione che qui ci fosse qualcosa
di buono, risvegliata forse semplicemente dall'aria leggermente pi fresca che mi era arrivata sulla
pelle, mi costrinse a soffermarmi sulle scale.
Il cielo grigio, grigio. La citt grigia, grigia.
Carrozzerie scintillanti. Finestre illuminate. I cavi che correvano da un palo all'altro.
No. Non c'era niente qui.
Lentamente mi incamminai verso il chiosco.
Pap aveva parlato pi volte di suicidio, ma sempre in senso generale, come un argomento di
conversazione. Pensava che le statistiche sui suicidi mentissero e che molti incidenti d'auto, forse quasi
tutti, in cui c'era solo il conducente fossero suicidi camuffati. Lo aveva detto pi volte, che era una
cosa comune andare a sbattere contro il fianco di una montagna o contro un TIR per evitare la vergogna
di un suicidio evidente. Era all'epoca in cui lui e Unni si erano trasferiti nella Norvegia del Sud dopo
aver vissuto tanto a lungo nella Norvegia del Nord e stavano ancora insieme. Pap quasi sempre scuro
di pelle per tutto il sole che aveva assorbito e rotondo come un barile. Stava su una sedia a sdraio sul
retro del giardino a bere, si sedeva in veranda davanti casa a bere e la sera era ubriaco e un po'
barcollante, stava in cucina con indosso solo i pantaloncini corti e arrostiva delle cotolette, era l'unica
cosa che gli vedevo mangiare, niente patate, niente verdure, solo cotolette bruciate. Una di quelle sere
raccont che lo scrittore Jens Bjrneboe si era appeso per i piedi, che era stato cos che si era tolto la
vita, appeso a testa in gi alle travi del soffitto. L'inattuabilit di quel metodo, come fosse riuscito a
farlo da solo, nella sua casa di Veierland, non era venuta in mente n a lui n a me. Il metodo pi
sensato, diceva, era andare in un albergo, spedire una lettera all'ospedale dicendo dove uno poteva
essere trovato e poi bere degli alcolici e prendere delle pasticche, sdraiarsi sul letto e addormentarsi.
Che non avessi mai interpretato quel suo argomento di conversazione come altro che chiacchiere, era
incredibile, pensavo adesso, mentre mi avvicinavo al chiosco dietro la fermata dell'autobus, ma era
cos. Lui aveva impresso dentro di me la sua immagine in maniera cos forte che non vedevo mai altro,
anche quando ci che lui era diventato si allontanava cos tanto da ci che era stato (sia fisicamente che
caratterialmente) che le somiglianze quasi non erano pi visibili, ci con cui mi relazionavo era sempre
e comunque quello che lui era un tempo.
Salii le scale di legno e aprii la porta del chiosco, che, a parte il commesso, era vuoto, afferrai
un giornale dall'espositore davanti alla cassa, aprii la porta scorrevole del frigorifero e presi una Coca,
li posai entrambi sul bancone.
Il Dagbladet e una Coca-Cola disse il commesso mentre scannerizzava il codice a barre.
Altro?
Non mi guard negli occhi, sicuramente aveva visto che piangevo quando ero entrato.
No dissi. Va bene cos.
Presi una banconota accartocciata dalla tasca e la guardai. Era un biglietto da cinquanta. Lo
stirai un po' prima di darglielo.
Grazie disse. Sulle braccia aveva parecchi peli, ma chiari, una T-shirt Adidas bianca,
pantaloni della tuta blu, sicuramente Adidas anch'essi, e non sembrava uno che lavorava in un chiosco,
ma uno che aveva preso il posto di un amico per qualche minuto. Raccolsi le mie cose e mi voltai per
uscire, nello stesso istante in cui due ragazzini di dieci anni stavano entrando con i soldi gi pronti in
mano. Avevano lasciato le biciclette appoggiate alle scale. Una coda di macchine si mise in moto su
entrambi i lati della strada. Dovevo telefonare alla mamma in serata. E a Tonje. Percorsi il marciapiede,
attraversai la piccola zona pedonale davanti al chiosco e ritornai su per Kuholmsveien. Ovviamente il
funerale doveva svolgersi l. Tra... sei giorni. Per allora tutto avrebbe dovuto essere pronto. Per allora
avremmo dovuto aver gi messo un'inserzione sul giornale, organizzato il funerale, spedito gli inviti,
messo in ordine la casa, sistemato un po' in giardino, ordinato il rinfresco. Se ci fossimo alzati presto e
fossimo andati a letto tardi e non avessimo fatto altro, avremmo dovuto farcela. Si trattava solo di
coinvolgere Yngve. E Gunnar, anche. Bench non avesse niente da dire sul funerale, doveva averlo per
quanto riguardava la casa. Ma caspita, doveva funzionare per forza. Avrebbe capito il perch.
Quando arrivai in cucina, Yngve stava pulendo i fornelli con la paglietta. La nonna era seduta.
Sotto la sua sedia c'erano delle gocce di qualcosa che doveva essere pip.
Ecco qui la tua Coca dissi. La metto sul tavolo.
S.
E l cosa c'? chiese la nonna, guardando il sacchetto della farmacia.
 per te dissi. Mio suocero  un medico e quando gli ho detto cosa  successo ti ha prescritto
dei tranquillanti. Non penso che sia una cattiva idea. Dopo tutto quello che hai passato.
Pescai la scatola di cartone quadrata dal sacchetto, la aprii ed estrassi il blister.
Cosa c' scritto sopra? chiese la nonna.
Una pasticca la mattina e una la sera dissi. Vuoi prenderne una adesso?
S, se lo ha detto il dottore, allora s disse la nonna. Le porsi il blister e lei fece fuoriuscire
una pasticca. Si guard intorno sul tavolo per cercarla.
Ti prendo un po' d'acqua dissi.
No, no disse lei, si mise la pasticca sulla lingua e sollev la tazza di caff freddo alle labbra,
butt velocemente indietro la testa e ingoi.
Oh fece.
Posai il giornale sul tavolo, guardai Yngve, che aveva ripreso a strofinare.
 un bene che siate qui, ragazzi disse la nonna. Ma non fai una pausa, Yngve? Non devi
mica ammazzarti di lavoro .
Forse hai ragione disse Yngve e si tolse i guanti, li appese alla maniglia del forno, strofin
qualche volta le mani sulla T-shirt e si mise a sedere.
Pensavo che potrei cominciare con il bagno di sotto dissi.
Forse dovremmo restare allo stesso piano disse Yngve. Cos ci vediamo ogni tanto mentre
lavoriamo.
Capii che non voleva restare solo con la nonna e annuii.
Allora mi dedico al salotto dissi.
Quanto lavorate disse la nonna. Non ce n' mica bisogno .
Perch diceva cos? Si vergognava delle condizioni della casa e di non essere riuscita a tenerla
in ordine? Oppure semplicemente non voleva che ci allontanassimo da lei?
Non pu far male pulire un po' dissi.
No, no di sicuro disse lei. Poi guard Yngve.
Avete gi contattato l'impresa di pompe funebri?
Mi sentii gelare.
Era stata cos lucida per tutto il tempo?
Yngve fece cenno di s con la testa.
Ci siamo stati stamattina tardi. Si occuperanno di tutto loro.
Bene disse lei. Rimase seduta immobile e sprofondata in se stessa per un attimo. Poi
prosegu.
Non sapevo se era morto o no quando l'ho visto. Stavo andando gi a dormire e gli ho dato la
buonanotte e lui non ha risposto. Era l sulla sedia, come al suo solito. Ed era morto. Tutto bianco in
faccia.
Guardai Yngve negli occhi.
Stavi andando a dormire? chiese.
S, avevamo guardato la televisione tutta la sera disse lei. E quando sono scesa lui non si 
mosso.
Fuori era buio? Ti ricordi? chiese Yngve.
S, credo di s, e allora? chiese la nonna.
Stavo per vomitare.
Ma hai telefonato a Gunnar disse Yngve. Era di mattina. Te lo ricordi?
Forse era di mattina disse lei. Ora che mi ci fai pensare. S, era cos. Sono salita e lui era
seduto sulla sedia. L dentro.
Si alz e usc dalla cucina. Le andai dietro. Si ferm a met strada nel salotto e indic la sedia
davanti alla televisione.
L, era seduto l disse. L  morto.
Si copr il viso per un istante. Poi torn velocemente in cucina.
A questo nessuno poteva rimediare. Era impossibile da affrontare. Potevo riempire il secchio
d'acqua per pulire, potevo pulire tutta quella maledetta casa, ma non sarebbe stato del minimo aiuto,
ovviamente no, neppure il pensiero che avremmo rimesso in sesto la casa e celebrato qui il funerale
poteva essere d'aiuto, non c'era niente che potevo fare per aiutarla, niente in cui potevo sparire, niente
poteva cancellare questo.
Dobbiamo parlare un po' disse Yngve. Andiamo fuori sulla veranda?
Feci cenno di s con la testa e lo seguii verso l'altro capo del salotto e fuori sulla veranda. Non
tirava un alito di vento. Il cielo era grigio come prima, ma un po' pi chiaro sopra la citt. Il rumore di
una macchina a marce basse sal dallo stretto vicolo sotto la casa. Yngve poggi entrambe le mani sulla
ringhiera e guard verso il mare aperto. Mi sedetti sulla sedia a sdraio scolorita, ma mi rialzai subito,
riunii le bottiglie che erano l e le misi lungo la parete, cercai una busta di plastica, ma non ce n'erano.
Pensi la stessa cosa che penso io? chiese infine Yngve tirandosi su.
Credo di s dissi.
Lo ha visto solo la nonna disse. Lei  l'unica testimone. Gunnar non lo ha visto. Lei gli ha
telefonato la mattina e lui ha chiamato l'ambulanza. Ma non lo ha visto.
No dissi.
Per quanto ne sappiamo, poteva essere in vita. Come poteva la nonna capirlo? Lo trova sul
divano, lui non le risponde quando lei gli parla, lei chiama Gunnar e poi arriva l'ambulanza, la casa 
piena di medici e del personale dell'ambulanza, lo portano via con una barella e spariscono e questo 
tutto. Ma pensa se lui non fosse stato morto? Pensa se fosse stato solo ubriaco fradicio? O se fosse stato
in una specie di coma?
S dissi. Quando siamo arrivati, lei ha detto che lo aveva trovato la mattina. Ora ha detto che
lo ha trovato la sera. E basta.
E poi comincia a dare segni di demenza senile. Chiede in continuazione le stesse cose. Cosa
avr capito quando la casa si  riempita di gente?
E poi ci sono quelle maledette medicine che prende dissi.
S.
Dobbiamo saperlo. Voglio dire, con sicurezza.
Oh, maledizione, pensa se  ancora vivo disse Yngve.
Mi invase una paura che non avevo pi sentito da quando ero piccolo. Andavo avanti e indietro
lungo la terrazza, mi affacciai dalla finestra per vedere se la nonna era l dentro, mi voltai verso Yngve,
che di nuovo fissava l'orizzonte con le mani strette sulla ringhiera. Oh, accidenti, accidenti. Questo
ragionamento era cristallino. L'unica ad aver visto pap era la nonna, avevamo solo la sua
testimonianza e, confusa e distrutta com'era, non c'era motivo per pensare che fosse attendibile.
Quando era arrivato Gunnar, tutto era finito, l'ambulanza lo aveva gi portato via e in seguito nessuno
aveva contattato l'ospedale o il personale che era stato qui. E all'impresa di pompe funebri non ne
sapevano niente. Erano passate poco pi di ventiquattr'ore da quando lei lo aveva trovato. Durante
questo lasso di tempo lui avrebbe potuto essere in ospedale.
Telefoniamo a Gunnar? chiesi.
Yngve si volt verso di me.
Lui non ne sa pi di noi.
Dobbiamo parlare un'altra volta con la nonna dissi. E poi magari telefoniamo all'impresario
delle pompe funebri. Lui pu sicuramente scoprire qualcosa.
Pensavo la stessa cosa disse Yngve.
Telefoni tu?
S, posso farlo io.
Entrammo. Un'improvvisa folata di vento fece gonfiare le tende del salotto. Chiusi la finestra e
seguii Yngve nella sala da pranzo e poi in cucina. Di sotto si sent di nuovo sbattere la porta d'ingresso.
Guardai Yngve. Cosa stava succedendo?
Chi pu essere? disse la nonna.
Era pap?
Stava tornando?
Ero spaventato come non mai.
Si sentirono dei passi su per le scale.
Era pap, lo sapevo.
Oh, cavolo, cavolo, adesso arrivava.
Mi voltai e andai in salotto, alla porta della veranda, pronto a uscire, correre sul prato e fuggire
dalla citt per non tornare mai pi.
Mi obbligai a restare fermo. Sentii il rumore dei passi che sembrarono quasi girare quando
raggiunsero il pianerottolo. Fece gli ultimi gradini, entr in cucina.
Doveva essere fuori di s dalla rabbia. Che diavolo stavamo facendo, frugare in quel modo tra
le sue cose, venire qui e piombare nella sua vita?
Feci un passo indietro e vidi passare Gunnar diretto in cucina.
Ovviamente era Gunnar.
Siete riusciti a fare un bel po', a quanto vedo disse dalla cucina.
Andai da loro. Non mi sentivo stupido, ma sollevato, perch se Gunnar fosse stato qui quando
fosse arrivato pap, per noi sarebbe stato pi facile.
Si sedettero al tavolo della cucina.
Ho pensato che potevo portare un po' di roba alla discarica oggi pomeriggio disse Gunnar.
 sulla strada per la nostra casa in campagna. Poi torno con il carrello domani mattina e vi aiuto.
Credo che la spazzatura davanti al garage basti a riempirlo.
Lo credo anch'io disse Yngve.
Possiamo riempire un altro paio di sacchi disse Gunnar. Con i vestiti della sua stanza, per
esempio.
Si alz.
Allora mettiamoci al lavoro. Faremo alla svelta.
Si ferm a guardare dentro al salotto.
Possiamo togliere subito i vestiti che sono qui, no? Cos non dovete vederli pi... Brutta
faccenda...
Posso farlo io dissi.  meglio usare i guanti, credo.
Mi misi i guanti gialli, entrai in salotto e infilai in un sacco nero della spazzatura tutto quello
che si trovava sul divano. Chiusi gli occhi mentre le mani afferravano gli escrementi secchi.
Prendi anche quei cuscini disse Gunnar. E il tappeto. Non ha un bell'aspetto.
Feci come aveva detto, lo portai gi per le scale e lo gettai sul carrello davanti a casa. Yngve mi
raggiunse, cominciammo a buttare dentro i sacchi che erano l. La macchina di Gunnar era
parcheggiata dall'altro lato, era per quello che non avevamo sentito il rumore del motore. Quando il
carrello fu pieno, lui e Yngve ripeterono le procedure di manovra e marcia indietro, finch il retro della
macchina di Gunnar non fu rivolto verso la casa e non mancava altro che attaccarci il carrello. Quando
se ne fu andato e Yngve ebbe di nuovo parcheggiato davanti al garage, mi misi a sedere sulle scale.
Yngve si appoggi allo stipite della porta. Aveva la fronte madida di sudore.
Ero sicuro che fosse pap su per le scale disse dopo un po'.
Anch'io dissi.
Una gazza si lev dal tetto all'altro capo del giardino e pass sopra di noi scivolando nell'aria.
Sbatt le ali un paio di volte e il suono, come di cuoio, sembr surreale.
 morto sicuramente disse Yngve. Lo . Ma dobbiamo esserne sicuri. Vado a telefonare.
Lo so, maledizione dissi. Abbiamo solo la parola della nonna. E con tutte le sbornie e il
degrado che ci sono stati in questa casa, pu darsi benissimo che fosse solo ubriaco marcio. Pu essere
in effetti. Sarebbe da lui, no? Che lui torni mentre siamo qui a ficcare il naso tra le sue cose. E quello
che ha detto lei... Com' possibile che prima lo abbia trovato di mattina e poi di sera? Com' possibile
fare confusione su queste cose?
Yngve mi guard.
Forse  morto la sera. Ma lei pensava che stesse solo dormendo. Poi lo ha trovato la mattina. 
una possibilit. Che la tormenta cos tanto che non riesce ad ammetterlo. E quindi si  inventata la
storia che  morto la mattina.
S dissi.  possibile.
Ma questo non cambia la sostanza delle cose disse Yngve. Vado su a telefonare.
Vengo anch'io dissi e lo seguii al primo piano. Mentre cercava nel portafogli il biglietto da
visita dell'impresario di pompe funebri, chiusi la porta della cucina, dove c'era la nonna, con pi
attenzione che potei e scesi nell'altro salotto. Yngve fece il numero. Ce la facevo a malapena a stare ad
ascoltare la conversazione, ma non riuscivo neppure a farne a meno.
Salve, sono Yngve Knausgrd. Siamo stati da lei oggi, si ricorda...? S, esatto. Ora ci
chiedevamo se... s, se sapete dov'? Ci sono state delle circostanze poco chiare qui, capisce... L'unica
a essere presente quando sono venuti a prenderlo era nostra nonna. Ed  piuttosto vecchia e non sempre
del tutto affidabile. Quindi non sappiamo bene cos' successo. Se potesse occuparsene per noi? S ... S
... S. Molto bene. Grazie... Grazie mille. S... Arrivederci.
Yngve guard verso di me quando riattacc.
Era nella sua casa fuori citt. Ma far delle telefonate, ha detto che cercher di capire come
stanno le cose. Ci ritelefoner pi tardi.
Bene dissi.
Andai in cucina e riempii un secchio di acqua calda, ci versai un po' del detersivo verde per
pavimenti, presi uno straccio e andai in salotto, dove rimasi per un po' senza sapere bene da dove
cominciare. Non aveva senso pulire il pavimento prima di aver tolto i mobili che erano da buttare e l
nei giorni seguenti ci sarebbe in ogni caso stato un calpestio continuo. La pulizia delle soglie e degli
stipiti, delle porte e dei listelli, degli scaffali, delle sedie e dei tavoli era troppo piccola e insignificante,
volevo fare qualcosa che facesse la differenza. Il bagno e il gabinetto di sotto erano la cosa migliore, l
c'era da strofinare ogni centimetro. Era anche la cosa pi logica, dato che avevo gi fatto la lavanderia,
che era proprio di fronte al bagno. E poi l potevo stare da solo.
Un movimento sulla sinistra attir la mia attenzione. Fuori dalla finestra c'era un enorme
gabbiano che guardava dentro. Batt il becco contro il vetro, due volte. Rimase l.
L'hai visto? chiesi a voce alta a Yngve che era in cucina. Qua fuori c' un gabbiano
gigantesco che picchia con il becco sul vetro.
Sentii la nonna che si alzava.
Dobbiamo trovargli qualcosa da mangiare disse.
Andai verso la porta. Yngve stava svuotando i mobili della cucina, aveva messo i bicchieri e i
piatti sul bancone sotto gli scaffali. La nonna era l accanto.
Avete visto il gabbiano? chiesi.
No disse Yngve. Non ne ho mai visto uno simile.
Sorrise.
Viene qui spesso disse la nonna. E vuole qualcosa da mangiare. Ecco. Possiamo dargli questo.
Mise un hamburger coperto per met di salsa su un piattino e lo tagli con movimenti veloci,
curva e magra, con un ricciolo dei capelli neri che le ricadeva sugli occhi.
Andai con lei in salotto.
Ha l'abitudine di venire qui?
S disse lei. Quasi ogni giorno. Viene qui da quasi un anno. E allora gli do sempre qualcosa,
sai. Lo ha capito. E per questo ritorna.
Sei sicura che sia sempre lo stesso?
Ma s, certo. Lo riconosco. E lui riconosce me.
Quando apr la porta della veranda, il gabbiano saltell sul pavimento fino al piattino che lei gli
aveva messo davanti, senza nessuna paura. Rimasi sulla porta a guardare come afferrava i pezzi con il
becco e tirava indietro la testa quando aveva preso un bel boccone. La nonna era l accanto e guardava
verso la citt.
Ecco fatto disse.
Squill il telefono. Feci un passo indietro in modo da poterlo vedere e assicurarmi che Yngve
rispondesse. La conversazione fu breve. Quando riattacc, la nonna mi pass davanti e il gabbiano salt
sulla ringhiera, dove rimase qualche secondo, prima di spiegare le grosse ali e volare via. Un paio di
battiti e gi era alto sul prato. Lo seguii con lo sguardo mentre faceva rotta verso il mare. Yngve si
ferm alle mie spalle. Chiusi la porta e mi voltai verso di lui.
 morto, senza ombra di dubbio disse.  nell'obitorio dell'ospedale. Possiamo vederlo
luned pomeriggio, se vogliamo. E poi mi ha dato il numero di telefono del dottore che  stato qui.
Se non lo vedo non ci credo dissi.
Allora andiamo disse Yngve.
Dieci minuti pi tardi posai un secchio di acqua fumante, un flacone di candeggina e uno di Jif sul
pavimento fuori dal bagno. Scossi un po' il sacco della spazzatura che avevo portato con me per
aprirlo, per poi cominciare a togliere la roba dal bagno. Prima le cose che erano per terra: pezzi di
sapone vecchi e secchi, flaconi di shampoo appiccicosi, rotoli di carta igienica finiti, la spazzola del
water chiazzata di marrone, confezioni di medicine in alluminio e plastica, qualche pasticca sparsa,
qualche calzino qua e l, qualche bigodino. Quando ebbi finito, tolsi ogni cosa dall'armadietto appeso
al muro, a parte due bottigliette di profumo che sembravano costose. Lamette da barba, rasoi, forcine,
diverse saponette, creme e pomate vecchie e secche, una retina per capelli, dopobarba, deodoranti,
eyeliner, rossetti, qualche spugnetta rotta che non sapevo a cosa servisse, ma che probabilmente aveva
a che fare con il trucco, e capelli, sia piccoli e ricci che lunghi e pi lisci, e delle forbicine per tagliare
le unghie, un rotolo di cerotti, filo interdentale, dei pettini. Quando ebbi svuotato il mobiletto, sulle
mensole rimase una patina bruno-giallastra piuttosto densa che decisi di pulire per ultima. Dato che le
piastrelle accanto al water, a cui era attaccato il supporto per la carta igienica, erano piene di macchie
marrone chiaro, il pavimento l sotto era appiccicoso e mi sembr essere il punto pi critico, quindi
spruzzai una striscia di Jif sulle piastrelle e cominciai a strofinarle, metodicamente, dall'alto, dal
soffitto fino a terra. Prima la parete di destra, poi la parete dello specchio, poi quella della vasca da
bagno e per ultima la parete della porta. Sfregai ogni singola piastrella finch non fu pulita, ci volle una
mezz'ora in tutto. Ogni tanto pensavo che era qui che il nonno era morto, sei anni prima, una notte
d'autunno, e aveva chiamato a gran voce la nonna, che aveva telefonato all'ambulanza e si era seduta l
e gli aveva tenuto la mano finch non erano arrivati. Per la prima volta mi venne in mente che tutto qui
era stato come prima fino a quel momento. Quando arriv all'ospedale, videro che per molto tempo
aveva avuto abbondanti emorragie interne. Se fosse passato anche solo qualche altro giorno, sarebbe
morto, quasi non aveva pi sangue. Doveva essersi accorto che qualcosa non andava, ma forse non era
voluto andare dal dottore. Quindi cadde l, sul pavimento del bagno, quasi morto e, anche se arriv in
tempo all'ospedale e all'inizio fu salvato, si era cos tanto indebolito che piano piano deper e alle fine mor.
...
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...
FINE Parte 2.